Un desiderio sporco di vendetta
Sono Veronica, ho 37 anni e una vita che sembra un film muto: tutto succede, ma senza suoni, senza emozioni. Mio marito, Luca, non mi guarda più da anni. Non parlo di sesso, parlo proprio di uno sguardo, di un contatto. Dormiamo nello stesso letto, ma è come dormire con un estraneo. Mangiamo insieme, sulla cucina di legno chiaro che abbiamo comprato quando ci siamo sposati, e non ci diciamo niente. Lui fissa il telefono, io il piatto. Non so nemmeno se mi tradisce, e a volte penso che non mi importerebbe. Ma dentro di me è cresciuta una rabbia sorda, un bisogno di fargliela pagare. Non so perché, non so per cosa esattamente, ma voglio sporcare questa routine perfetta che ci tiene intrappolati. Voglio che senta qualcosa, anche se è disgusto.
È una sera come le altre, fuori piove a dirotto, e Luca è al lavoro fino a tardi. Ho ordinato una pizza, una di quelle consegne a domicilio che faccio ogni tanto per non dover cucinare. Sono sola in casa, in cucina, con una bottiglia di vino mezzo vuota sul tavolo. Indosso una camicia da notte di seta nera, corta, con un po’ di pizzo sul bordo. Non è che l’ho messa apposta, è solo che non mi va di cambiarmi. Ma mentre aspetto il fattorino, mi viene un’idea. Un pensiero stupido, banale, di quelli che ti attraversano la testa e di solito scacci via. E se gli aprissi così? Solo per vedere la sua reazione. Solo per sentirmi viva per cinque secondi. Non so perché, ma quel pensiero si appiccica, diventa qualcosa di più. Un’ossessione. Voglio vedere fino a dove posso spingermi. Voglio qualcosa di sporco, qualcosa che Luca non potrà mai ignorare, anche se non lo vedrà con i suoi occhi.
Sento il citofono. Mi alzo, il cuore mi batte un po’ più forte, ma non è paura, è una specie di euforia malsana. Vado alla porta, senza pensarci troppo, e apro. Davanti a me c’è un ragazzo, avrà 23 anni, massimo. È alto, muscoloso, con una felpa aderente che gli mette in mostra le spalle larghe e le braccia definite. Ha la pelle scura, i capelli corti e un’espressione strafottente, come se il mondo gli dovesse qualcosa. Tiene la scatola della pizza in mano e mi guarda, prima sorpreso, poi con un sorrisetto che non nasconde niente.
“Ehi, sei tu che hai ordinato?” dice, con un accento forte, probabilmente dell’Est Europa o qualcosa del genere. La sua voce è roca, un po’ arrogante.
“Sì, sono io,” rispondo, e non faccio niente per coprirmi. Resto lì, con la camicia da notte che mi arriva a malapena a metà coscia. Sento i suoi occhi che mi scorrono addosso, ma non mi muovo. Non sono imbarazzata, non più. Voglio vedere cosa fa.
“Non hai freddo così?” chiede, alzando un sopracciglio. Il tono è beffardo, ma c’è una curiosità che non nasconde.
“No, sto bene. Scusa, ero… diciamo che non aspettavo nessuno,” mento, con un mezzo sorriso. “Vuoi entrare un attimo? Devo prendere il portafoglio, non ho contanti addosso.”
Lui esita un secondo, poi scrolla le spalle. “Ok, ma fai in fretta. Ho altre consegne.”
Lo lascio entrare e chiudo la porta dietro di lui. La cucina è a pochi passi, e mentre cammino davanti a lui so che mi sta guardando il culo. Non mi giro, ma lo sento. Mi fermo vicino al tavolo, prendo il portafoglio dalla borsa e faccio finta di contare i soldi. In realtà, sto pensando a come andare avanti. Non so cosa voglio esattamente, ma so che non voglio che finisca qui.
“Non hai i soldi precisi, vero?” dice lui, appoggiando la scatola della pizza sul tavolo. Si mette comodo, come se fosse a casa sua, e incrocia le braccia. I muscoli del petto si tendono sotto la felpa. Mi guarda dritto negli occhi, senza vergogna.
“No, credo di no. Aspetta, controllo meglio,” rispondo, ma non sto nemmeno guardando i soldi. Lo sto guardando. Ha una mascella forte, un naso un po’ storto, come se avesse fatto a botte più di una volta. E quegli occhi, scuri e sfacciati, che sembrano dirmi che sa esattamente cosa sto pensando.
“Guarda che non ho tutta la sera, eh,” dice, ma non sembra avere fretta di andarsene. Si appoggia al bordo del tavolo, proprio quello dove io e Luca mangiamo ogni sera. E quel pensiero, il tavolo, diventa il centro di tutto. Voglio che succeda qui. Voglio che questo tavolo, il simbolo della nostra vita morta, diventi il posto dove lo tradisco. Dove lo umilio, anche se non lo saprà mai. O forse sì.
“Scusa, sono un po’ distratta stasera,” dico, e mi avvicino a lui. Non troppo, ma abbastanza da far capire che non è un caso. “Tu come ti chiami?”
“Dimitri,” risponde, senza battere ciglio. “E tu?”
“Veronica. Sei… da tanto che fai questo lavoro?”
Lui ride, un suono secco e breve. “Perché, vuoi sapere la mia storia? Non sono mica un film. Faccio consegne, tutto qui. E tu? Perché vai in giro vestita così con uno sconosciuto in casa?”
La domanda mi colpisce, ma non mi spaventa. “Non lo so. Forse ho bisogno di qualcosa di diverso. La mia vita è un po’ noiosa.”
“E tuo marito? Dov’è?” chiede, guardando in giro. Ha notato la fede al mio dito, non gli sfugge niente.
“Al lavoro. Sempre al lavoro,” dico, con un tono che non nasconde il fastidio. “Non c’è mai.”
Dimitri scuote la testa, con quel sorrisetto che non sparisce mai. “Povero lui. Non sa cosa si perde.”
Non rispondo subito. Mi avvicino ancora, fino a essere a un metro da lui. Sento l’odore del suo profumo, mischiato a quello della pioggia e del sudore. Non è spiacevole, è vero, reale. “E tu? Non hai paura di perdere tempo con me?”
“No,” dice, e la sua voce si abbassa di un tono. “Ma dipende da cosa vuoi.”
Il cuore mi batte forte ora, ma non mi fermo. So cosa sto facendo, anche se una parte di me dice che è una follia. “Voglio che resti un po’,” dico, e le parole mi escono prima che possa pensarci. “Solo un po’.”
Lui mi guarda, e per un attimo sembra che voglia dire di no. Ma poi si avvicina, lento, e mi mette una mano sul fianco. Il contatto è elettrico, ruvido. La sua mano è grande, calda, e stringe appena. “Sicura?” chiede, ma non sta davvero chiedendo il permesso. Sta solo giocando.
“Sì,” rispondo, e mi avvicino ancora. Il suo respiro è vicino al mio viso, sento il calore del suo corpo. Mi bacia, senza esitazione, e la sua bocca è dura, esigente. Non c’è niente di dolce, niente di romantico, ed è esattamente quello che voglio. Rispondo al bacio, affondando le mani nei suoi capelli corti, mentre le sue mani scivolano più in basso, stringendomi il culo con forza.
“Sei una pazza, lo sai?” dice, staccandosi un attimo, con la voce roca. “Non mi conosci nemmeno.”
“Non mi importa,” rispondo, e lo bacio di nuovo. Ci spostiamo un po’, fino a che non mi appoggio al bordo del tavolo. Lui mi solleva senza sforzo, facendomi sedere sul legno freddo. Le sue mani sono dappertutto, sotto la camicia da notte, sulla mia pelle. Sento il tessuto che si alza, lasciando scoperte le cosce. Non porto niente sotto, e lo sa.
“Dannazione, sei proprio una troia,” dice, con un ghigno, mentre le sue dita scorrono sulla mia pelle nuda. Non mi offendo, non ci penso nemmeno. Le sue parole sono crude, ma mi accendono ancora di più. Voglio sentirmele dire. Voglio tutto questo.
“Vai avanti,” gli dico, guardandolo negli occhi. Le sue dita si muovono lente, esplorano, e io mi mordo un labbro per non fare rumore. Ma non c’è nessuno in casa, posso fare quello che voglio. Lui si china su di me, mi bacia il collo, mordendo appena, mentre una mano si infila tra le mie gambe. Mi sfugge un gemito, e lui ride piano.
“Ti piace, eh? Vuoi di più?” chiede, con quel suo accento che rende tutto più sporco.
“Sì, non fermarti,” rispondo, e mi aggrappo alle sue spalle. Sento i muscoli duri sotto la felpa, il suo corpo che si muove contro il mio. Mi tocca con decisione, senza delicatezza, e io mi abbandono completamente. Non penso a Luca, non penso a niente, solo a questo momento.
Dopo qualche minuto, si tira indietro e si sfila la felpa. Il suo petto è largo, definito, con un tatuaggio nero che gli corre lungo il fianco. Ha la pelle liscia, ma con qualche cicatrice qua e là. È un corpo che racconta storie, e io voglio toccarlo. Gli passo le mani sul torso, scendendo fino alla cintura dei jeans. Lui mi guarda, con quell’espressione strafottente che non sparisce mai.
“Fallo,” dice, e non devo chiedergli cosa intende. Gli slaccio i pantaloni, li abbasso insieme ai boxer, e vedo il suo cazzo, duro, già pronto. È grosso, più di quanto mi aspettassi, e per un attimo mi fermo. Ma lui non mi lascia tempo di pensare. Mi prende per i capelli, con una presa ferma ma non dolorosa, e mi tira verso di lui.
“Succhialo,” dice, in un inglese stentato ma chiaro. “Come on, suck it, bitch.”
Non esito. Mi chino su di lui, lo prendo in bocca, e sento il suo sapore, salato e forte. Lui geme, un suono gutturale, e mi stringe i capelli più forte. “Yeah, like that. Good girl,” dice, e io continuo, muovendomi su e giù, sentendo la sua mano che guida il ritmo. Il tavolo sotto di me è freddo, ma il suo corpo è caldo, e l’odore del suo sudore mi riempie i sensi. Ogni tanto alzo gli occhi, lo vedo con la testa leggermente indietro, gli occhi socchiusi, e quella visione mi fa andare avanti.
Dopo un po’, mi tira su per i capelli, non con violenza, ma con decisione. “Basta. I want to fuck you now,” dice, e mi spinge indietro sul tavolo. Mi sdraio, con le gambe che penzolano dal bordo, e lui si posiziona tra di esse. Mi guarda, con un ghigno, mentre si tocca per un attimo. “You ready for this?”
“Sì, fallo,” rispondo, con la voce tremante ma decisa. Ho preso il telefono dalla borsa, qualche minuto fa, senza che se ne accorgesse, e l’ho appoggiato sul tavolo, con la videocamera accesa. Non filma tutto, solo un angolo, ma è abbastanza. Voglio che Luca veda, anche solo un pezzo. Voglio che sappia.
Dimitri non perde tempo. Mi penetra con un movimento secco, e io sussulto, stringendo le mani sul bordo del tavolo. È intenso, quasi troppo, ma non gli dico di fermarsi. Lui si muove, prima lento, poi più veloce, con un ritmo che mi fa perdere il controllo. Il tavolo cigola sotto di noi, un suono che mi ricorda dove siamo, e questo rende tutto ancora più eccitante. Mi aggrappo alle sue spalle, mentre lui mi stringe i fianchi con forza.
“Fuck, you tight. You like this, don’t you?” dice, ansimando. Il suo inglese è rozzo, ma le parole mi colpiscono comunque.
“Sì, continua, più forte,” gli dico, e lui obbedisce. Mi solleva una gamba, mettendola sulla sua spalla, e cambia angolo, andando più a fondo. Io gemo, senza trattenermi, e il suono dei nostri corpi che si scontrano riempie la cucina. Sento l’odore del suo sudore, il calore della sua pelle, e il legno duro sotto la mia schiena. Tutto è crudo, reale, e io non voglio che finisca.
Dopo un po’, mi fa alzare e mi gira, mettendomi a pancia in giù sul tavolo. “Stay like this,” dice, e io lo lascio fare. Mi penetra di nuovo, da dietro, e la sensazione è diversa, più intensa. Mi tiene per i fianchi, poi mi prende di nuovo per i capelli, tirando appena, mentre spinge con forza. “You’re such a dirty bitch,” ringhia, e io non rispondo, mi limito a gemere, lasciando che il piacere mi travolga.
Non so quanto tempo passa, ma a un certo punto sento che sto per venire. Glielo dico, con la voce spezzata, e lui ride. “Come on, do it. I wanna feel it.” E io lo faccio, il mio corpo si contrae, e un’onda di calore mi attraversa tutta. Poco dopo, anche lui arriva al limite. Esce appena in tempo, e sento il suo liquido caldo sulla mia schiena. Respira forte, come me, e per un attimo restiamo così, senza dire niente.
Alla fine, si tira su, si riveste senza fretta. Io mi sistemo la camicia da notte, con le gambe che ancora tremano un po’. Lui mi guarda, con quel sorrisetto che non sparisce mai. “Beh, questa è stata una consegna interessante,” dice, in italiano stavolta.
“Già,” rispondo, e non aggiungo altro. Prendo il telefono, fermo la registrazione, e lo metto via. Non so ancora quando manderò quel video a Luca, o come. Ma so che lo farò. Non per ferirlo, non per amore. Solo perché voglio che qualcosa si rompa, finalmente.
Dimitri prende i soldi che gli porgo, senza contare. “Se ordini ancora, fai un fischio,” dice, prima di andare verso la porta. Non rispondo, ma so che non lo rivedrò. Non è questo il punto. Il punto è che, per la prima volta dopo anni, mi sento viva. E non mi importa di nient’altro.
