Con la ex fidanzata di mio fratello
Non ero sicuro di voler andare a quella cena. Una di quelle riunioni di famiglia che sembrano più un obbligo che un piacere, con mio fratello minore, Marco, che si comporta sempre come il centro dell’universo. E poi c’era lei, Sara, la sua ex. Non la vedevo da anni, da quando si erano lasciati in modo burrascoso. Non so nemmeno perché fosse stata invitata, ma mia madre aveva insistito: “È stata parte della famiglia per tanto tempo, Luca, non possiamo escluderla solo perché le cose con Marco non hanno funzionato”. Io avevo alzato le spalle, ma dentro di me sentivo un misto di fastidio e curiosità. Sara. Non l’avevo mai sopportata, o almeno era quello che mi dicevo. Sempre troppo diretta, troppo spavalda. Eppure, c’era qualcosa in lei che mi aveva sempre colpito, qualcosa che non avevo mai voluto ammettere.
La cena era stata un disastro, come previsto. Marco aveva fatto battute idiote, mia madre aveva cercato di tenere tutti calmi, e io ero rimasto in un angolo con un bicchiere di vino in mano, osservando. Sara era seduta dall’altra parte del tavolo, con un vestito nero semplice ma aderente, che metteva in evidenza le sue curve senza strafare. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano, e io distoglievo subito gli occhi, come se mi avessero beccato a fare qualcosa di sbagliato. Lei, invece, non sembrava imbarazzata. Mi guardava con un’espressione che non riuscivo a decifrare, un misto di sfida e divertimento.
Quando la serata finalmente si è conclusa, stavo per andarmene senza salutare nessuno, ma Sara mi ha intercettato vicino alla porta. “Ehi, Luca, mi daresti un passaggio? Non ho voglia di aspettare l’autobus con questo freddo.” La sua voce era tranquilla, ma c’era qualcosa nel tono che mi ha fatto irrigidire. Ho esitato per un attimo. Non volevo averci niente a che fare, ma non trovavo una scusa valida per dire di no. “Va bene,” ho borbottato, “ma facciamo in fretta, sono stanco.” Lei ha sorriso, un sorriso che sembrava dire “vediamo quanto ci metti a cedere”.
In macchina, l’aria era pesante. Non parlavamo, ma sentivo il suo profumo, un misto di vaniglia e qualcosa di più forte, che mi dava fastidio e allo stesso tempo mi attirava. Ogni tanto la guardavo con la coda dell’occhio: le sue gambe accavallate, il vestito che le era salito appena sopra le cosce. Mi dicevo di smetterla, di concentrarmi sulla strada, ma più ci provavo, più sentivo una tensione crescere dentro di me. Un rancore vecchio, mai risolto, per come lei aveva trattato Marco, per come si era sempre comportata come se fosse superiore a tutti noi. E sotto quel rancore, un desiderio che non volevo riconoscere, un pensiero che mi tormentava da anni: come sarebbe stato averla, anche solo per una volta, strapparle via quella sicurezza che mostrava sempre.
Dopo qualche minuto di silenzio, Sara ha rotto il ghiaccio. “Sai, non pensavo che saresti stato così freddo stasera. Non ti ho fatto niente, no?” La sua voce era provocatoria, ma non aggressiva. Ho stretto il volante più forte. “Non sono freddo, Sara. È solo che non capisco perché sei qui. Tu e Marco avete chiuso da un pezzo, no? Perché venirci a ricordare quanto eri importante?” Lei ha riso, una risata breve e secca. “Non sono venuta per Marco. Sono venuta perché tua madre me l’ha chiesto. E poi, non ti sto simpatica, vero? L’ho sempre saputo. Ma dimmi, Luca, cos’è che ti dà tanto fastidio di me?”
Non ho risposto subito. Non volevo darle la soddisfazione di farmi coinvolgere in una discussione. Ma poi ha continuato: “Forse è perché non riesci a sopportare che io abbia avuto qualcosa con tuo fratello e non con te. È questo, vero?” Le sue parole mi hanno colpito come un pugno. Ho girato la testa per guardarla, e lei mi fissava con quegli occhi scuri, un sorrisetto sulle labbra. “Non dire stronzate,” ho ringhiato, ma la mia voce non era convincente nemmeno per me stesso.
Non so come sia successo, ma a un certo punto ho sentito la sua mano posarsi sulla mia coscia. Non un tocco casuale, ma deciso, caldo attraverso i jeans. Il cuore mi è salito in gola. “Che cazzo fai, Sara?” ho detto, ma non ho tolto la sua mano. Lei non ha risposto subito, ha solo fatto scivolare le dita un po’ più in alto, lentamente. “Non faccio niente che tu non voglia,” ha detto a bassa voce. “Se vuoi che smetta, dimmelo e mi fermo.” Ma io non ho detto nulla. Non potevo. Sentivo il sangue pulsarmi nelle tempie, una voglia che mi montava dentro e che non riuscivo a ignorare.
Ho accostato la macchina in una stradina laterale, buia e deserta. Non c’era nessuno, solo il rumore del motore che si spegneva e il nostro respiro che riempiva l’abitacolo. Mi sono girato verso di lei, e prima che potessi dire qualcosa, Sara si è avvicinata e mi ha baciato. Un bacio duro, affamato, con la lingua che cercava la mia senza esitazione. Ho sentito il sapore del vino che aveva bevuto, il calore della sua bocca. Le mie mani sono andate d’istinto sui suoi fianchi, stringendola con una forza che non controllavo. “Non dovremmo,” ho detto tra un bacio e l’altro, ma non ci credevo nemmeno io.
“Zitto,” ha sussurrato lei, tirandosi indietro per un attimo. Si è slacciata la cintura di sicurezza e si è spostata più vicino, salendomi praticamente in grembo. “Non fare finta che non lo vuoi. Lo vedo da come mi guardi.” Le sue mani erano già sulla mia camicia, slacciando i bottoni con movimenti veloci. Io non riuscivo a pensare, solo a sentire: la sua pelle liscia sotto il vestito, il calore del suo corpo contro il mio. Le ho sollevato il vestito fino alla vita, scoprendo le sue cosce e le mutandine nere, semplici ma aderenti. “Cazzo, Sara,” ho detto, con la voce roca. Lei ha sorriso, un sorriso che mi ha fatto arrabbiare e desiderare ancora di più.
“Passiamo dietro,” ha detto, indicando il sedile posteriore. Non ho obiettato. Siamo scesi e risaliti in fretta, chiudendo le portiere con un tonfo. Lo spazio era stretto, ma non ci importava. Lei si è seduta sopra di me, le ginocchia ai lati dei miei fianchi, e abbiamo ricominciato a baciarci. Le sue mani erano nei miei capelli, tiravano leggermente, mentre io le accarezzavo la schiena e poi scendevo verso il sedere, stringendolo con forza. Ho sentito il suo respiro accelerare, un gemito leggero contro il mio orecchio. “Toccami,” ha detto, guidando la mia mano tra le sue gambe. Attraverso il tessuto delle mutandine, ho sentito quanto era già bagnata, e questo mi ha fatto perdere del tutto il controllo.
Le ho tolto le mutandine con un gesto rapido, lasciandole cadere sul pavimento della macchina. Lei si è sollevata un attimo per aiutarmi, poi si è rimessa sopra di me, sfregandosi contro il rigonfiamento nei miei jeans. “Togliti ‘sti cazzo di pantaloni,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. Mi sono slacciato la cintura e ho abbassato i jeans insieme ai boxer quel tanto che bastava. Quando il mio cazzo è stato libero, lei l’ha guardato per un attimo, poi mi ha fissato negli occhi. “Non male,” ha detto con un ghigno, prima di prenderlo in mano e stringerlo con decisione. Ho inspirato forte, sentendo le sue dita muoversi su e giù, lente ma ferme.
“Non giochiamo troppo,” ho detto, con la voce spezzata. Lei ha annuito e si è sollevata, posizionandosi sopra di me. Ho sentito la sua figa bagnata sfiorarmi, poi scendere lentamente, accogliendomi dentro di lei. “Cazzo,” ho gemuto, afferrandole i fianchi per guidarla. Lei si è morsa il labbro, chiudendo gli occhi per un attimo mentre si abituava alla sensazione. “Sei stretto,” ha detto, con un sorriso malizioso. “Muoviti, dai,” ho risposto, spingendo i fianchi verso l’alto. Lei ha iniziato a muoversi, prima piano, poi più veloce, un ritmo che ci faceva sbattere l’uno contro l’altro.
I finestrini si stavano appannando, l’aria dentro la macchina era calda e pesante, con l’odore del suo profumo mischiato a quello del sesso. Ogni tanto sentivo il rumore delle sue cosce che sbattevano contro di me, i suoi gemiti che diventavano più forti. Le ho tirato giù la scollatura del vestito, scoprendo il reggiseno nero, e ho abbassato anche quello per prendere un capezzolo in bocca. Era duro, e lei ha inarcato la schiena, spingendosi contro di me. “Sì, così,” ha detto, con la voce spezzata. “Succhialo forte.”
Ho continuato, alternando tra un seno e l’altro, mentre le mie mani le stringevano il culo, aiutandola a muoversi più veloce. Sentivo il sudore sulla sua pelle, il calore che ci avvolgeva. “Sto per venire,” ha detto a un certo punto, con la voce tremante. “Non fermarti, cazzo, non fermarti.” Ho spinto più forte, sentendo i suoi muscoli stringersi attorno a me. Poi ha gridato, un suono gutturale, e si è lasciata andare, tremando sopra di me. Mentre veniva, mi ha sussurrato all’orecchio: “Tuo fratello non mi ha mai fatto venire così forte.” Quelle parole mi hanno colpito come un fulmine, un misto di trionfo e rabbia che mi ha spinto oltre il limite. Pochi secondi dopo, sono venuto anch’io, stringendola con forza mentre tutto si sfocava attorno a me.
Siamo rimasti fermi per un po’, ansimando, con il suo peso ancora sopra di me. Poi lei si è tirata indietro, aggiustandosi il vestito con movimenti lenti. Mi ha guardato negli occhi, senza dire nulla, ma con un’espressione che diceva tutto. Io ho solo annuito, incapace di trovare parole. Non c’era bisogno di aggiungere altro.
