Racconti Piccanti
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La schiava di Luca (parte 2)

La schiava di Luca (parte 2)

19 Marzo 2026·8 min di lettura

La pioggia non smetteva di cadere su Milano, un tamburellare incessante che sembrava seguire il ritmo dei pensieri di Rebecca. Erano passati quattro giorni da quell’incontro all’hotel in centro, quattro giorni in cui non era riuscita a togliersi Luca dalla testa. Ogni tanto, mentre studiava o faceva la fila al supermercato sotto casa, si ritrovava a ripensare a quegli occhi azzurri che la fissavano con una calma disarmante, a quella voce bassa che le aveva sussurrato parole dolci dopo averla fatta tremare. Si sentiva stupida, quasi patetica, a fantasticare su un cliente, ma c’era qualcosa in lui che le si era infilato sotto la pelle, come un’ossessione che non riusciva a scrollarsi di dosso.

Quando il suo telefono aveva vibrato con un messaggio di Luca, il cuore le era balzato in gola. “Vorrei vederti di nuovo. Stasera, se puoi. Ti mando l’indirizzo. Niente hotel, vieni a casa mia.” Nessun tono perentorio, ma una sicurezza che non ammetteva repliche. Rebecca aveva esitato solo un momento prima di rispondere con un semplice “Ok, ci sarò”. Non aveva nemmeno chiesto quanto avrebbe pagato. Non le importava. Non quella volta.

L’indirizzo era in Brera, un quartiere che lei conosceva solo di nome, fatto di stradine acciottolate e palazzi eleganti, lontanissimo dal suo mondo di palazzoni grigi e negozi di kebab a Gratosoglio. Quando scese dall’autobus, con un ombrello mezzo rotto che lasciava passare l’acqua, si guardò intorno, sentendosi fuori posto. Il loft di Luca era all’ultimo piano di un edificio ristrutturato, con un ascensore di vetro che sembrava uscito da una rivista di design. Ogni dettaglio di quel luogo urlava denaro, controllo, ordine – tutto ciò che nella sua vita era assente.

Bussò alla porta con le mani che tremavano leggermente, non tanto per il freddo quanto per un misto di anticipazione e paura. Quando Luca aprì, il suo sorriso caldo la colpì di nuovo, come la prima volta. Indossava una camicia nera, aperta sul collo, e un paio di jeans scuri che lo facevano sembrare meno formale, ma comunque impeccabile. “Rebecca. Entra, fa freddo fuori,” disse, facendole spazio. L’interno del loft era un open space minimalista, con pareti bianche, un divano di pelle grigio, e vetrate immense che davano su un tetto illuminato da luci soffuse. L’odore di legno e di qualcosa di speziato, forse un diffusore, riempiva l’aria. Era un posto che sembrava costruito per intimidire, ma allo stesso tempo accogliente in un modo che Rebecca non riusciva a spiegare.

“Bel posto,” mormorò lei, togliendosi il cappotto bagnato e cercando di sembrare disinvolta. “Non sembra nemmeno Milano. Sembra… non lo so, un altro mondo.”

Luca rise piano, un suono che le fece venire un brivido lungo la schiena. “Grazie. Siediti, ti preparo qualcosa da bere. Vino va bene?” chiese, dirigendosi verso un bancone di marmo che fungeva da cucina. Rebecca annuì, sedendosi sul divano con le gambe incrociate, il vestito corto che le risaliva leggermente sulle cosce. Non aveva messo niente di particolarmente provocante, solo un abitino nero di lana e un paio di collant, ma sotto si sentiva nuda, vulnerabile, come se lui potesse vedere attraverso di lei.

Quando Luca tornò con due calici di vino, si sedette accanto a lei, più vicino di quanto si aspettasse. “Stasera sarà un po’ diverso,” iniziò, guardandola negli occhi con quell’intensità che la metteva a disagio e allo stesso tempo la attirava. “Voglio che tu capisca una cosa: con me, ci sono regole. Non sono qui per giocare o per fare le cose a caso. Se stai con me, devi seguire quello che ti dico. E se non ti sta bene, puoi andartene in qualsiasi momento. Chiaro?”

Rebecca lo fissò, un po’ spiazzata. Regole? Non era sicura di aver capito, ma qualcosa nel suo tono, fermo ma non minaccioso, le fece annuire lentamente. “Chiaro. E quali sarebbero queste regole?”

Luca posò il bicchiere sul tavolino, poi si chinò leggermente verso di lei. “La prima è che, quando sei qui, fai quello che ti dico. La seconda è che parli solo se ti faccio una domanda o se ti do il permesso. E quando rispondi, voglio che tu dica ‘Sì, Signore’. Non come un gioco, ma come un segno di rispetto. Puoi farlo?”

Il cuore di Rebecca accelerò. C’era qualcosa di strano, di quasi ipnotico in quelle parole. Una parte di lei voleva ridere, dirgli che era ridicolo, che non era una di quelle ragazze che si sottomettono a ordini assurdi. Ma un’altra parte, più profonda, sentiva un fremito di eccitazione, un bisogno di vedere fino a dove poteva spingersi. “Sì, Signore,” mormorò, quasi senza pensarci, e il modo in cui gli occhi di Luca si illuminarono la fece arrossire.

“Brava,” disse lui, e quella parola, così semplice, le scaldò qualcosa dentro. Si alzò e le fece cenno di seguirlo. “Vieni con me. C’è un’altra cosa che voglio mostrarti.” La guidò verso un angolo del loft, dove un letto enorme con una testiera di ferro dominava lo spazio. Sul comodino c’era un oggetto che fece sobbalzare Rebecca: un collare di pelle nera, morbido, con una piccola fibbia d’argento. Non era niente di volgare o pacchiano, ma aveva un’aria… seria, quasi solenne.

“Questo è per stasera,” spiegò Luca, prendendolo in mano. “Lo indosserai solo quando sei qui, con me. È un simbolo. Significa che, per il tempo che passi in questo spazio, sei sotto la mia guida. Non è un gioco, Rebecca. Se lo accetti, devi esserne sicura. Se non vuoi, non c’è problema. Dimmi, lo vuoi?”

Rebecca deglutì, il cuore che le batteva forte. Guardò il collare, poi lui. C’era una parte di lei che gridava di andarsene, di non lasciarsi coinvolgere in qualcosa che non capiva del tutto. Ma un’altra parte, quella che si sentiva vuota da troppo tempo, voleva dire di sì, voleva vedere cosa significasse essere “sotto la sua guida”. “Sì, Signore,” rispose infine, la voce un po’ tremante.

Luca annuì, soddisfatto. “Inginocchiati,” disse con calma, e lei obbedì senza pensarci troppo, sorpresa di quanto fosse facile farlo. Le sue mani le sfiorarono il collo mentre le metteva il collare, stringendolo appena abbastanza da farle sentire la pressione della pelle contro la gola. Non era scomodo, ma era… presente. Un promemoria. “Sei bellissima così,” mormorò lui, accarezzandole i capelli. “Adesso alzati e spogliati. Lentamente.”

Rebecca si alzò, le mani che tremavano mentre si sfilava il vestito e poi i collant, restando in intimo nero davanti a lui. Sentiva il peso del collare, il modo in cui la pelle le sfiorava la clavicola, e un calore le si accese tra le gambe, un calore che non aveva nulla a che fare con la temperatura della stanza. Luca la guardava, gli occhi che scorrevano sul suo corpo con un misto di desiderio e controllo. “Tutto,” disse semplicemente, e lei si tolse anche reggiseno e mutandine, restando nuda sotto il suo sguardo.

“Sdraiati sul letto,” ordinò, e lei obbedì di nuovo, il cuore che martellava. Luca prese qualcosa da un cassetto – una corda morbida, nera, che sembrava quasi seta – e si avvicinò. “Ti legherò i polsi alla testiera. Se vuoi fermarti, dimmi ‘rosso’. È la tua parola di sicurezza. Capito?”

“Sì, Signore,” rispose lei, la voce bassa. Sentì la corda stringersi attorno ai polsi, non troppo forte, ma abbastanza da farle capire che non poteva muoversi. Era vulnerabile, esposta, e pourtantemente eccitata da quella sensazione. Luca si chinò su di lei, le sue mani che scivolavano lungo il suo corpo, accarezzandola con una lentezza che la faceva impazzire. Poi prese un piccolo oggetto dal comodino, un vibratore, e lo accese, il ronzio basso che riempiva la stanza.

“Non venire finché non te lo dico,” le sussurrò all’orecchio, mentre avvicinava il vibratore al suo clitoride, facendola sobbalzare. “Sei così bagnata, Rebecca. Solo perché ti ho detto cosa fare. Ti piace, vero? Ti piace essere mia per stasera.” Le sue parole erano dolci, ma avevano un sottofondo di controllo che la fece gemere piano. La portava al limite, poi si fermava, alternando il vibratore alle sue dita, sfiorandola dentro e fuori con una precisione che la faceva tremare. “Ti prego…” mormorò lei, incapace di trattenersi.

“Ti prego cosa?” chiese lui, un sorriso appena accennato sulle labbra.

“Ti prego, fammi venire, Signore,” implorò, e il modo in cui lui la guardò, con una sorta di orgoglio, le fece stringere lo stomaco.

“Non ancora,” disse, e continuò a tormentarla, portandola al bordo dell’orgasmo più volte finché non fu un fascio di nervi tesi. Poi, finalmente, si slacciò i jeans, rivelando il cazzo già duro, e si posizionò dietro di lei, sollevandole i fianchi. “Ti scoperò così, legata, e non verrai finché non te lo ordino,” le disse, tirandole i capelli con una mano mentre entrava in lei con un colpo profondo. Rebecca gridò piano, il piacere mescolato a una sorta di resa che non aveva mai provato prima. Ogni spinta era intensa, controllata, e la sua voce le sussurrava all’orecchio: “Potrei possederti davvero, lo sai? Potresti essere mia sul serio.”

Quando infine le diede il permesso di venire, fu come un’esplosione, un’onda che la travolse facendola tremare e urlare il suo nome. Lui venne poco dopo, riempiendola con un gemito roco, e per un momento restarono così, immobili, il respiro pesante che riempiva la stanza. Poi Luca la slegò con delicatezza, massaggiandole i polsi e togliendole il collare con una cura che la spiazzò. La tirò a sé, avvolgendola in una coperta morbida, e le porse un bicchiere d’acqua. “Stai bene?” chiese, la voce tornata dolce, quasi preoccupata.

“Sì… sto bene,” mormorò lei, ancora frastornata. Mangiarono qualcosa insieme – un piatto di formaggi e frutta che lui aveva preparato – e parlarono a lungo, di tutto e di niente. Luca le raccontò di viaggi, di libri, mentre lei gli confessò, quasi senza volerlo, quanto fosse difficile tirare avanti da sola, con una madre che non c’era e un padre che non c’era più. Lui ascoltava, davvero, e questo la faceva sentire… sicura, in un modo che non aveva mai provato.

Quando uscì dal loft, ore dopo, la pioggia era cessata, ma l’aria era ancora umida e fredda. Stringeva il cappotto attorno a sé, ma dentro si sentiva diversa. Quel collare, anche se lo aveva indossato solo per qualche ora, le aveva lasciato un segno. Non sulla pelle, ma da qualche parte di più profondo. Mentre camminava verso la fermata della metro, si rese conto che non vedeva l’ora di rivederlo. Non per i soldi, non per il sesso. Per lui. E quella consapevolezza la spaventò, perché non sapeva dove l’avrebbe portata.

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