Mi godo la vacanza… mentre mio marito dorme (parte 3)
Il ritorno al bungalow dopo l’incontro con Luca è stato un esercizio di autocontrollo. Alle 17:03, ho parcheggiato l’auto vicino alla nostra piazzola, il corpo ancora teso, il culo che pulsava con un’eco di dolore misto a piacere. Sentivo il suo sperma appiccicoso tra le cosce, un promemoria costante di ciò che avevo fatto. Ho scaricato le borse con gesti meccanici, l’odore di sesso che mi sembrava così forte da temere che Enzo potesse percepirlo. Ma lui era seduto fuori, sotto il tendalino, con una birra in mano, gli occhi fissi su un vecchio giornale. “Hai trovato tutto?” ha chiesto, senza nemmeno alzare lo sguardo. “Sì,” ho risposto, la voce ferma, mentre dentro di me il senso di colpa ruggiva. “Enzo non sa nulla, non sospetta nulla, e io porto ancora dentro di me il seme di un altro,” ho pensato, stringendo i denti. Ma quella voce, ormai familiare, è tornata a sussurrarmi: “Me lo merito. Dopo anni di deserto, me lo merito.”
La serata è trascorsa in una calma irreale. Alle 20:45, abbiamo cenato con del pesce grigliato, il rumore delle onde in lontananza che si mescolava alle chiacchiere banali di Enzo sui programmi per il giorno dopo. Io annuivo, sorridendo a fatica, mentre il ricordo di Luca mi bruciava dentro, alternato a flash delle dita di Marco sulla duna. Alle 22:30, Enzo si è ritirato nel bungalow, il suo russare leggero che iniziava a riempire la piccola stanza. Io non riuscivo a dormire. Il caldo afoso, l’odore di salsedine che entrava dalla finestra socchiusa, tutto sembrava amplificare il desiderio che mi ribolliva nelle vene. Alle 22:55, ho controllato il telefono: un messaggio di Marco, breve e diretto. “Spiaggia libera, vicino ai bagni. Ora.” Il cuore mi è salito in gola. Ho indossato una gonna leggera e una canottiera, senza reggiseno, i capezzoli già duri che premevano contro il tessuto. Ho lasciato un biglietto sul tavolo: “Esco a fare due passi, non sto bene.” Una bugia che non avrebbe letto nessuno.
Alle 23:02, camminavo sulla spiaggia deserta, la sabbia fresca sotto i piedi nudi, il rumore del mare che copriva ogni altro suono. La luna era un disco pallido, appena sufficiente a illuminare i contorni delle cabine e dei bagni chimici vicino agli stabilimenti chiusi. Marco mi aspettava lì, appoggiato a una delle strutture di plastica blu, una piccola torcia in mano che proiettava un fascio di luce fioca. Mi ha visto arrivare e ha sorriso, un sorriso dolce ma carico di promesse. “Sei venuta,” ha detto con quella voce bassa e calda che mi faceva tremare. Non ho risposto, mi sono solo avvicinata, il battito che accelerava.
Alle 23:07, mi ha preso per mano e mi ha guidata dentro uno dei bagni chimici, chiudendo la porta dietro di noi con un clic secco. L’odore era pungente, un misto di disinfettante, urina e salsedine, un contrasto disgustoso ma stranamente eccitante. La torcia proiettava ombre dure sul pavimento sporco e sulle pareti graffiate. “Non abbiamo molto tempo,” ha sussurrato, posando la luce su un angolo. Mi ha fatto sedere sul bordo del water, la gonna che si sollevava mentre spalancava le mie gambe con una dolce fermezza. Alle 23:10, si è inginocchiato davanti a me, le mani che scivolavano lungo le cosce, alzando il tessuto fino ai fianchi. Non indossavo mutandine, e quando ha visto la mia fica pelosa ma curata, ha inspirato profondamente, un suono che mi ha fatto contrarre i muscoli. “Sei bellissima,” ha mormorato, guardandomi negli occhi prima di chinarsi.
Alle 23:12, la sua lingua ha toccato il mio clitoride, un contatto leggero ma elettrico che mi ha fatto sobbalzare. Ha iniziato a leccare con lentezza metodica, la punta della lingua che tracciava cerchi intorno al punto più sensibile, poi scivolava lungo le labbra, assaporandomi con una dedizione che mi toglieva il fiato. Sentivo il rumore bagnato dei suoi movimenti, il suono osceno che riecheggiava nello spazio angusto, mescolato al mio respiro sempre più corto. Alle 23:15, ha infilato due dita dentro di me, curvandole verso l’alto per trovare quel punto che solo lui sembrava conoscere così bene. Le muoveva con un ritmo lento ma deciso, mentre la lingua continuava a tormentarmi il clitoride. “Oddio, sto impazzendo, la fica mi brucia, è così bagnata che sento tutto scorrere,” ho pensato, le mani che si aggrappavano ai bordi del sedile, le cosce che tremavano.
Alle 23:18, ha aggiunto un terzo dito, riempiendomi ancora di più, mentre il palmo della mano iniziava a strofinare con forza contro il mio clitoride. La pressione era insostenibile, un piacere che montava come un’onda, pronto a travolgermi. Il sudore mi colava lungo la schiena, mescolandosi all’odore acre dell’ambiente, ma non mi importava. “Sto venendo, Marco, non ce la faccio, squirto, squirto come una fontana,” ho pensato, mentre il corpo si contraeva violentemente. Alle 23:20, un getto caldo mi è sfuggito, colpendo il pavimento sporco con un rumore netto, le gambe che tremavano così forte da farmi quasi cadere. Ho sentito le lacrime bruciarmi gli occhi, un misto di piacere e liberazione che mi scuoteva l’anima. Marco ha sollevato il viso, le labbra lucide dei miei umori, e mi ha guardata con un’intensità che mi ha fatto rabbrividire. “Sei la donna più sensuale che abbia mai toccato,” ha detto piano, prima di baciarmi, il sapore di me stessa sulla sua bocca che mi faceva girare la testa.
Alle 23:23, mi ha aiutata a rialzarmi, le cosce ancora deboli, il respiro spezzato. Il rischio di essere scoperti mi stringeva lo stomaco: chiunque avrebbe potuto avvicinarsi, sentire i rumori, vedere la luce della torcia filtrare dalla porta. “Dobbiamo andare,” ha sussurrato, ma le sue mani non smettevano di accarezzarmi i fianchi, come se non riuscisse a staccarsi. Io stessa non volevo andarmene, non ancora, anche se il senso di colpa iniziava a mordermi. “Enzo dorme a pochi metri, ignaro, e io sono qui, zuppa di piacere, con un altro uomo che mi ha fatta venire come mai prima,” ho pensato, il cuore che batteva forte. Ma quella voce, di nuovo, ha soffocato tutto: “Me lo merito. Me lo sono guadagnata.”
Alle 23:27, abbiamo aperto la porta con cautela, il rumore del mare che copriva i nostri passi sulla sabbia. Marco mi ha accompagnata per un tratto, la sua mano che sfiorava la mia, un contatto che prometteva altri incontri, altri rischi. Alle 23:32, ci siamo separati, lui che spariva tra le ombre della spiaggia, io che tornavo verso il bungalow con le cosce che ancora tremavano, l’odore di sesso e salsedine appiccicato alla pelle. Ma mentre camminavo, un rumore improvviso mi ha fatto congelare. Un fruscio tra le cabine, un’ombra che si muoveva a pochi metri. Mi sono fermata, il fiato corto, gli occhi che cercavano di distinguere qualcosa nel buio. Era solo il vento? O qualcuno mi aveva vista uscire da quel bagno chimico, con il viso arrossato e le gambe malferme? Non lo sapevo, ma il terrore mi ha stretto il petto mentre acceleravo il passo, diretta al bungalow, con il cuore che martellava e una sola domanda in testa: e se qualcuno stesse osservando?
