Debora: la ragazza che non dovevo toccare (parte 4)
È passata una settimana da quel weekend che mi ha incasinato la testa. Debora è diventata un chiodo fisso, una droga che non riesco a togliermi dal sangue. Il suo odore, i suoi gemiti, il modo in cui mi chiama “zio” mentre la sfondo, mi tengono sveglio la notte. So che stiamo giocando col fuoco, ma non me ne frega niente. La voglio, punto. E lei lo sa. Quando mi scrive “Usciamo insieme oggi, zio. Solo tu e io”, non esito un secondo. Rispondo “Va bene”, anche se dentro di me so che stiamo per fare un’altra cazzata. Ma non riesco a dirle di no.
Ci incontriamo nel primo pomeriggio. Io passo a prenderla con la macchina, lontano da occhi indiscreti, in una stradina dietro casa sua. Sale a bordo con un sorriso che mi fa indurire il cazzo all’istante. Ha un vestitino nero, corto, che le lascia scoperte le cosce lisce e sode. Non porta reggiseno, i capezzoli duri che spuntano sotto la stoffa sottile. “Ciao, zio,” mi saluta, la voce carica di malizia, mentre si allaccia la cintura. Si sporge verso di me, mi bacia l’angolo della bocca, e il suo profumo dolce e caldo mi colpisce dritto al cervello. “Dove mi porti?” chiede, passandosi una mano tra i capelli.
“Non lo so, piccola,” rispondo, stringendo il volante per non metterle subito le mani addosso. “Facciamo un giro. Lontano da tutti.” Lei ride piano, un suono che mi fa ribollire il sangue. “Lontano da tutti, eh? Vuoi scoparmi dove nessuno ci vede, vero?” Le sue parole mi colpiscono come un pugno, e sento il cazzo spingere contro i jeans. Non rispondo, accelero e basta, cercando una strada isolata, fuori città. La tensione nell’abitacolo è densa, elettrica. Sento il suo sguardo su di me, bruciante.
Non faccio in tempo a trovare un posto che lei si slaccia la cintura e si sporge verso di me. “Debora, che cazzo fai?” ringhio, mentre la sua mano mi slaccia i pantaloni con una rapidità che mi spiazza. “Shh, zio, guida e basta,” sussurra, tirandomi fuori il cazzo già duro. La sua mano è calda, decisa, e quando si china e me lo prende in bocca, quasi sbandiamo. Il calore delle sue labbra, la lingua che mi lecca la cappella con una lentezza da infarto, mi fanno stringere il volante fino a sbiancarmi le nocche. Il rumore bagnato della sua bocca, i piccoli gemiti che le sfuggono mentre mi succhia, mi mandano fuori di testa. “Cazzo, piccola, vuoi farci ammazzare?” grugnisco, ma non la fermo. Non posso. La strada è deserta, ma il pericolo mi eccita ancora di più. Ogni tanto alzo gli occhi per controllare, ma il resto di me è perso in quella bocca perfetta.
Trovo finalmente un angolo nascosto, una stradina sterrata tra i campi, e parcheggio di colpo. “Sali dietro, troietta,” le ordino, la voce rauca. Lei ride, si pulisce la bocca con il dorso della mano e scavalca i sedili con un movimento che mi fa vedere tutto sotto quel vestitino. Niente mutande, la sua fica già lucida che mi chiama. La seguo, lo spazio è stretto, scomodo, ma non me ne frega un cazzo. La spingo giù sul sedile posteriore, le tiro su il vestito e le apro le gambe con forza. L’odore della sua eccitazione mi colpisce, forte, inebriante, un misto di sudore e desiderio che mi fa perdere il controllo. “Sei già fradicia, puttanella,” ringhio, passandole due dita sopra, sentendo quanto è bagnata. Lei geme, inarcandosi contro la mia mano. “Scopami, zio, non farmi aspettare,” ansima, gli occhi socchiusi, la bocca socchiusa in un invito osceno.
Non perdo tempo. Mi slaccio i jeans quel tanto che basta, mi strofino contro di lei e spingo dentro, un colpo secco che la fa urlare. È stretta, caldissima, le pareti che mi stringono come una morsa. Il rumore bagnato di ogni spinta, gli schiocchi osceni dei nostri corpi che sbattono, riempiono l’auto. I finestrini si appannano, l’aria si fa pesante, densa dell’odore di sesso e sudore. “Cazzo, sì, rompimi, zio!” urla, graffiandomi le spalle attraverso la maglietta. Le tappo la bocca con una mano, non voglio che qualcuno ci senta, ma lei mi morde il palmo, i gemiti soffocati che mi fanno impazzire. La scopo con rabbia, ogni spinta più profonda, il sedile che cigola sotto di noi. “Sei mia, piccola, tutta mia,” le ringhio all’orecchio, mordendole il lobo. Lei trema, si contrae attorno a me, e viene con un urlo soffocato, il corpo che si abbandona. Io non mi fermo, continuo a pomparla finché non esplodo dentro di lei, fiotti caldi che la riempiono mentre grugnisco come un animale.
Restiamo fermi un attimo, il respiro pesante, il cuore che martella. Le tolgo la mano dalla bocca, le bacio il collo, sentendo il sapore salato del suo sudore. “Sei incredibile, amore,” le sussurro, e lei sorride, stanca ma soddisfatta. “Non abbiamo finito, zio,” dice, la voce roca. “Portami da qualche parte. Voglio di più.” Il modo in cui lo dice mi fa tornare duro in un istante.
Decido di portarla in un motel economico fuori città, uno di quei posti squallidi dove nessuno fa domande. La stanza puzza di fumo vecchio e disinfettante, il letto ha un copriletto scolorito, ma non ci badiamo. Appena chiudiamo la porta, la spingo contro il muro, le strappo via il vestito con un gesto secco. È nuda, perfetta, la pelle arrossata dal calore. Le afferro i polsi, li lego con la mia cintura alla testiera del letto cigolante. “Ora sei mia, troietta, non scappi,” le dico, guardandola contorcersi, gli occhi pieni di desiderio. “Fammi quello che vuoi, zio,” sussurra, le gambe che si aprono da sole.
La scopo senza fretta, prima nella fica, lenta, profonda, sentendo ogni pulsazione del suo corpo. Il rumore bagnato, i gemiti che le sfuggono, l’odore della sua eccitazione che mi riempie i polmoni, tutto mi manda fuori di testa. Poi le passo la lingua sul culo, lubrificandolo con la saliva, e spingo dentro, piano ma deciso. Lei urla, un misto di dolore e piacere, ma non mi ferma. “Ti apro tutta, amore,” le ringhio, mentre la prendo, alternando buchi, facendola mia in ogni modo possibile. La porto al limite più volte, la guardo venire, il viso stravolto, la bocca aperta in un urlo muto. Alla fine, mi metto sopra di lei, le vengo in faccia, schizzi caldi che le colano sulle guance, sulle labbra. Lei ride, sporca, bellissima, e si lecca un angolo della bocca. “Sei un porco, zio,” dice, la voce spezzata dal piacere.
Ma dopo, quando la slega e la tiro a me, succede qualcosa di diverso. Mi abbraccia forte, il corpo ancora tremante, e la sento singhiozzare piano contro il mio petto. “Ho paura di perderti,” sussurra, la voce fragile, così diversa dalla solita sfacciataggine. Mi si stringe il cuore, una sensazione che non so gestire. Le accarezzo i capelli, la stringo più forte, il suo calore che mi scalda dentro. “Non succederà mai, piccola. Ti giuro che non ti lascio,” le dico, la voce ferma, anche se dentro di me so che il pericolo è dietro l’angolo. Qualcuno potrebbe scoprirci, qualcuno potrebbe già sapere. Ma in quel momento, con lei tra le mie braccia, non me ne frega niente del mondo fuori. Solo di noi.
Restiamo così, abbracciati sul letto sfatto, il silenzio rotto solo dal nostro respiro. Ma nella mia testa, un pensiero si fa strada, oscuro, pesante. Quanto possiamo andare avanti così? E se qualcuno ci avesse visto oggi, o stesse iniziando a sospettare? La stringo più forte, come se potessi proteggerla da tutto. Ma so che non è così semplice. So che il peggio potrebbe essere più vicino di quanto immaginiamo.
