La rivelazione che cambiò tutto (parte 3)
Giovanni rimase fermo sotto il getto freddo della doccia esterna, con l’acqua che gli martellava la testa e gli scivolava lungo la schiena. Non riusciva a muoversi, non riusciva a pensare. Il sapore acre del disgusto gli era rimasto in bocca, mescolato all’odore di salsedine e al ricordo di ciò che era appena accaduto nel bagno. Le parole di Ettore gli ronzavano ancora nelle orecchie, come un’eco che non voleva svanire: “Ho mandato il video a Sara.” Ogni sillaba era un colpo, una sentenza definitiva. Il telefono, nella tasca dei pantaloncini bagnati, vibrava senza sosta, ma lui non aveva il coraggio di tirarlo fuori. Sapeva cosa avrebbe trovato: chiamate perse, messaggi, forse insulti. O peggio, il silenzio. Chiuse gli occhi, stringendo i denti, mentre un tremito gli scuoteva le mani. “Che cazzo ho fatto?” pensò, con la voce nella testa che sembrava quella di un estraneo, piena di rabbia e vergogna. Ma sotto tutto quello, c’era ancora quel calore sordo, quell’eccitazione malata che non lo abbandonava mai, nemmeno ora.
Dopo un tempo che gli parve infinito, chiuse il rubinetto con un gesto meccanico e si passò una mano sul viso, cercando di asciugarsi alla bell’e meglio. L’acqua gli gocciolava ancora dai capelli radi, scendendogli lungo il collo, ma non gli importava. Si voltò, con le gambe molli, e vide Ettore poco lontano, appoggiato al muretto del chiosco, con una sigaretta tra le labbra e quel ghigno appena accennato che sembrava non lasciarlo mai. Lo stava guardando, come un predatore che studia la preda, e Giovanni sentì il rossore bruciargli di nuovo le guance. “Allora, cornutino, vieni o no?” disse Ettore, con un tono che trasudava una calma sadica. “Sara ci sta aspettando. Non vorrai farla arrabbiare di più, vero?”
Giovanni aprì la bocca per rispondere, ma le parole gli si incastrarono in gola. Fece un passo avanti, poi un altro, con la testa china e le mani che gli tremavano lungo i fianchi. “Cancella… cancellalo, Ettore. Ti prego,” mormorò, con la voce rotta, quasi un sussurro. “Non… non può vederlo. Non ce la faccio.” Ettore inclinò la testa, soffiando fuori una nuvola di fumo, e rise piano. “Troppo tardi,” disse, scrollando le spalle. “Le è già arrivato. E sai una cosa? Mi ha scritto subito. Vuole che andiamo a casa. Tutti e due. Subito.”
Quelle parole furono un pugno nello stomaco. Giovanni sentì il cuore accelerare, il sudore tornargli sulla fronte nonostante l’acqua fredda. Guardò il telefono, esitante, e finalmente lo tirò fuori dalla tasca. Lo schermo era illuminato: cinque chiamate perse, tutte da Sara, e un messaggio che gli fece gelare il sangue. “Vieni a casa con Ettore. Subito.” Niente insulti, niente urla scritte. Solo quella freddezza che lo terrorizzava più di qualsiasi altra cosa. Conosceva Sara, conosceva quel tono. Non prometteva nulla di buono.
Il tragitto verso casa fu un incubo. Camminavano lungo il lungomare, con il rumore delle onde che si infrangevano a pochi metri da loro e l’odore di salsedine che si mescolava a quello del sudore di Giovanni. Ettore, al suo fianco, sembrava rilassato, quasi allegro, come se stesse andando a una rimpatriata tra amici. Ogni tanto gli lanciava un’occhiata, con quel sorriso sottile che gli increspava le labbra, e Giovanni sentiva la vergogna montargli dentro, mista a un’eccitazione che non riusciva a spegnere. “Che coglione,” pensava Ettore tra sé, trattenendo una risata. “Sta andando dritto al macello e non riesce nemmeno a ribellarsi. È troppo bello.”
Arrivarono al portone del palazzo, un edificio modesto a due piani, con la vernice scrostata e l’odore di mare che impregnava ogni cosa. Giovanni esitò, con la chiave in mano, mentre il cuore gli martellava nel petto. “Io… non so se…” balbettò, ma Ettore lo interruppe con una pacca sulla spalla, più forte del necessario. “Muoviti, cornutino. Non fare il codardo proprio ora,” disse, con un tono che era un misto di scherno e ordine. Giovanni deglutì, fece un respiro profondo e aprì il portone.
L’appartamento era al primo piano, un piccolo nido vissuto con arredi anni ’90, un divano sdrucito al centro del salotto e il profumo di detersivo misto a salsedine che aleggiava nell’aria. Quando entrarono, Sara era già lì, in piedi al centro della stanza, con le braccia incrociate e uno sguardo che avrebbe potuto uccidere. Indossava una maglietta leggera e un paio di pantaloncini, i capelli castani mossi che le cadevano sulle spalle, ma erano i suoi occhi a colpire Giovanni: taglienti, furiosi, pieni di un disprezzo che non le aveva mai visto. “Pervertito schifoso,” sibilò, prima ancora che lui potesse dire una parola, e gli mollò uno schiaffo in pieno viso, secco e bruciante.
Giovanni barcollò indietro, con la guancia che gli pulsava e il rossore che gli saliva dal collo. “Sara, io… cazzo, non… non è come pensi,” balbettò, con la voce che gli tremava, ma lei lo interruppe con un gesto della mano. “Non è come penso? Ho visto il video, Giovanni. Ho visto tutto. Ogni. Singola. Parola,” disse, scandendo ogni sillaba con una rabbia controllata. “Sei disgustoso. Sei… sei patetico.” Le sue parole erano lame, e Giovanni sentì le lacrime pizzicargli gli occhi, ma sotto la vergogna c’era ancora quel calore, quella pulsazione tra le gambe che lo tradiva, come sempre.
Ettore, che era rimasto in silenzio fino a quel momento, si avvicinò a Sara con una calma studiata, posandole una mano sulla spalla. “Calmati, tesoro,” disse, con un tono basso, quasi ipnotico. “Non c’è bisogno di arrabbiarsi così tanto. Sai, è stato… interessante scoprire questa parte di tuo marito. Vuoi che ti racconti tutto? Dalla spiaggia fino al bagno?” Il suo sorriso si allargò appena, e nei suoi pensieri rideva. “Guarda come trema, poveretto. E guarda lei, già mezza eccitata sotto quella rabbia. Questo gioco diventa sempre più divertente.”
Sara lo fissò per un momento, con il respiro corto, poi il suo sguardo cambiò. La furia lasciò spazio a qualcosa di diverso, qualcosa di più freddo, più crudele. Un accenno di sorriso le sfiorò le labbra, e Giovanni sentì un brivido corrergli lungo la schiena. “Racconta,” disse lei, con una voce che era quasi un sussurro, ma carica di una curiosità sadica. Ettore non si fece pregare. Con una calma calcolata, iniziò a descrivere ogni dettaglio: la confessione sulla spiaggia, le domande al bar, il whisky che aveva sciolto le difese di Giovanni, e poi il bagno, il video, le parole umilianti, il piscio. Ogni frase era un colpo, e Giovanni, fermo in mezzo alla stanza, sentiva la vergogna bruciargli dentro, ma anche quell’eccitazione che lo divorava, che lo faceva arrossire ancora di più.
Quando Ettore finì, Sara rise. Una risata bassa, amara, ma con un sottofondo di divertimento che fece gelare il sangue a Giovanni. “Quindi è questo che sei,” disse, guardandolo dall’alto in basso. “Un cornuto patetico che si eccita a essere umiliato. Mio marito… il mio zerbino.” Quelle parole lo trafissero, ma allo stesso tempo lo colpirono in un punto profondo, un punto che non poteva ignorare. Sentì il membro indurirsi sotto i pantaloncini, doloroso, visibile, e abbassò lo sguardo, incapace di sostenere quello di lei.
Ettore si avvicinò a Sara, le cinse la vita con un braccio e la baciò, un bacio profondo, intenso, con le lingue visibili, proprio davanti a Giovanni. Lui li guardò, paralizzato, con il fiato corto e le mani che gli tremavano. “Inginocchiati,” ordinò Ettore, senza nemmeno guardarlo, con la bocca ancora vicina a quella di Sara. Giovanni esitò per un istante, ma il tono di Ettore era un ordine che non poteva ignorare. Lentamente, con le guance in fiamme, si abbassò sulle ginocchia, sul pavimento freddo del salotto, sentendosi piccolo, insignificante.
“Spogliati. Nudo. E mettiti a quattro zampe davanti al divano,” continuò Ettore, con una calma che aveva qualcosa di minaccioso. Giovanni aprì la bocca per protestare, ma non uscì nulla. Sentiva gli occhi di Sara su di sé, quel sorriso crudele che gli scavava dentro, e obbedì. Si tolse la maglietta, i pantaloncini, i boxer, lasciando che l’aria gli accarezzasse la pelle nuda. Si mise a quattro zampe, con il viso verso il pavimento, mentre il cuore gli martellava nel petto e la vergogna gli bruciava ogni pensiero. “Guarda che bravo cagnolino,” pensò Sara, con un divertimento sadico che le scaldava il petto. “È diventato davvero il nostro zerbino. Che figata.”
Ettore e Sara si sedettero sul divano, togliendosi scarpe e sandali con gesti lenti, deliberati. Poi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, appoggiarono i piedi nudi sulla schiena di Giovanni, usandolo come un poggiapiedi umano. La pelle di lui era calda, sudata, e Sara rise di nuovo, premendo un po’ più forte con il tallone. “Comodo, eh?” disse a Ettore, con un tono che trasudava scherno. Ettore annuì, con quel ghigno che non lo abbandonava mai. “Molto. Il cornutino sa come rendersi utile, almeno,” rispose, e nei suoi pensieri aggiunse: “Questo è il suo posto. Sotto di noi, dove deve stare.”
Giovanni, con il viso a pochi centimetri dal pavimento, sentiva il peso dei loro piedi sulla schiena, l’odore dei loro corpi mescolato a quello del divano sdrucito e della salsedine che ancora gli impregnava la pelle. La vergogna era insostenibile, ma il suo corpo lo tradiva di nuovo, con un’erezione dolorosa che non poteva nascondere. Ogni parola, ogni gesto, lo umiliava, ma allo stesso tempo lo eccitava in un modo che non riusciva a comprendere. “Sono un pezzo di merda,” pensò, con le lacrime che gli pizzicavano gli occhi. “Ma… cazzo, non riesco a smettere. Non voglio smettere.”
Le cose non si fermarono lì. Ettore si chinò su Sara, le sollevò la maglietta e iniziò a baciarle il collo, le spalle, scendendo sempre più giù, mentre lei gemeva piano, con gli occhi socchiusi. Giovanni, sotto di loro, sentiva ogni suono, ogni movimento, e la sua mente era un vortice di immagini e vergogna. Poi Ettore si alzò, si slacciò i pantaloncini e la prese lì, sul divano, con una lentezza deliberata, come se volesse che Giovanni sentisse ogni dettaglio. Sara gemeva più forte, con le mani tra i capelli di Ettore, e ogni tanto lanciava un’occhiata a Giovanni, con quel sorriso sadico che sembrava dirgli: “Guarda cosa hai perso. Guarda cosa non sei.”
Quando Ettore finì, con un grugnito basso, si tirò indietro e venne in faccia a Sara, con un getto che le coprì le guance e le labbra. Lei non si mosse, non si pulì. Guardò Giovanni, con il respiro ancora corto, e ordinò, con una voce che non ammetteva repliche: “Vieni qui. Puliscimi.” Giovanni, tremante, alzò lo sguardo, con il cuore che gli martellava nel petto. “Sara, io… non…” balbettò, ma lei lo interruppe con uno sguardo gelido. “Adesso,” disse, e lui obbedì. Si avvicinò, a quattro zampe, e con la lingua, esitante, iniziò a leccare, sentendo il sapore salato e caldo sulla pelle di lei, mentre la vergogna gli bruciava dentro e l’eccitazione lo divorava.
Quando finì, si tirò indietro, con il viso rosso e il respiro spezzato. Sara lo guardò dall’alto, con un sorriso che era un misto di disprezzo e divertimento. “Bravo, zerbino,” disse, con una risata bassa. Ettore, accanto a lei, si accese un’altra sigaretta, soffiando il fumo verso il soffitto. “Visto? Alla fine ci siamo divertiti tutti,” disse, con un tono che trasudava ironia. Nei suoi pensieri, rideva ancora: “Questo è il potere. Averlo sotto di noi, completamente rotto. Non c’è niente di meglio.” E Sara, nella sua mente, aggiungeva: “Non avrei mai pensato che umiliarlo potesse essere così… eccitante. Potrei farci l’abitudine.”
Giovanni, seduto sul pavimento, con le mani che gli tremavano e il viso ancora sporco, sentì un pensiero farsi strada nella sua mente, tra la vergogna e il disgusto. “È reale,” si disse, con un misto di sollievo perverso e orrore. “Finalmente è reale. E non riesco a smettere di eccitarmi.” Non sapeva se odiare sé stesso o accettare quella nuova, umiliante realtà. Ma in quel momento, con Ettore e Sara che lo guardavano dall’alto, capì che non c’era più niente da fare. Era loro. Completamente.
