Racconti Piccanti
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Troia o Re?

Troia o Re?

18 Marzo 2026·7 min di lettura

L’appartamento sembrava un acquario pervertito, con pareti di vetro e luci al neon che rimbalzavano sugli specchi. Ogni angolo era sotto l’occhio vigile di telecamere nere e lucide, che ronzavano piano mentre seguivano ogni movimento. Luca sentiva il peso di quegli sguardi meccanici sulla pelle, anche quando era solo in bagno, con lo sciacquone che copriva a malapena il suo respiro affannoso. Era il primo giorno di “Troia o Re – Settimana di Sopravvivenza Maschile”, e già si sentiva come un topo in una gabbia di lusso.

Aveva 22 anni, uno studente di lettere con un disperato bisogno di soldi per pagarsi gli studi. Quando aveva firmato il contratto, aveva pensato che sarebbe stato solo un gioco, una settimana di bravate e scherzi volgari. Ma ora, seduto sul divano minimalista di pelle bianca, con le telecamere che zoommavano sul suo viso pallido, capiva che non sarebbe stato così semplice. Gli altri quattro ragazzi, già a loro agio, ridevano e si davano pacche sulle spalle, come se fossero in un bar e non in un reality porno trasmesso in streaming per migliaia di spettatori paganti.

Marco, il personal trainer, dominava la stanza con la sua stazza e la sua voce tonante. “Ragazzi, ve lo dico subito: io vi faccio tutti a pezzi se provate a toccarmi,” aveva dichiarato appena entrati, togliendosi la maglietta per mostrare i muscoli lucidi di sudore. I suoi capelli neri corti brillavano sotto le luci al neon, e il suo sorriso era quello di chi sa di essere intoccabile. Accanto a lui, Davide, l’operaio tatuato, ghignava con una birra in mano, i bicipiti pieni di inchiostro che si tendevano a ogni movimento. “Vediamo chi è il vero maschio qua dentro,” aveva detto, con una risata sguaiata che faceva tremare Luca.

Nico, il barista, era più rilassato, ma le sue battute tagliavano come lame. “Guarda che culo da troia che hai, Luca,” gli aveva sparato poco prima, mentre si cambiavano negli spogliatoi sorvegliati. Luca era arrossito violentemente, cercando di coprirsi con un asciugamano minuscolo, ma le telecamere avevano catturato ogni istante, zoommando sulle sue guance infuocate. Andrea, il grafico freelance, non aveva detto molto, ma il suo rossore tradiva un misto di imbarazzo e curiosità. Seguiva gli altri come un’ombra, ridacchiando nervosamente ogni volta che Marco o Davide lanciavano una provocazione.

La prima sfida era arrivata subito dopo la presentazione ufficiale, trasmessa in diretta streaming. Una voce metallica, proveniente dagli altoparlanti nascosti nelle pareti, aveva annunciato: “Prima prova di mascolinità: chi fa più flessioni nudo. Spogliatevi. Ora.” Luca aveva sentito il cuore battergli in gola mentre gli altri si sfilavano i vestiti senza esitazione, ridendo e mostrando i loro corpi senza vergogna. Marco aveva un torace scolpito, Davide un addome coperto di tatuaggi, Nico una corporatura media ma ben definita. Andrea, più incerto, si era tolto i pantaloni con mani tremanti, ma alla fine era rimasto in piedi, nudo come gli altri.

Luca, con le guance in fiamme, aveva cercato di ritardare il momento, ma Marco lo aveva fissato con un sorriso beffardo. “Che c’è, femminuccia? Hai paura di mostrare il tuo cazzetto?” La risata collettiva lo aveva colpito come uno schiaffo. Con le mani che tremavano, si era spogliato, sentendo il freddo del pavimento sotto i piedi nudi e il peso degli occhi – umani e meccanici – sul suo corpo snello e privo di peli. Le telecamere avevano zoommato sul suo inguine, e lui aveva abbassato lo sguardo, umiliato.

La sfida era stata un massacro. Marco aveva dominato con 87 flessioni, urlando “Sono il re, cazzo!” a ogni ripetizione. Davide ne aveva fatte 72, grugnendo come un animale. Nico e Andrea si erano fermati intorno a 40, mentre Luca, con le braccia che cedevano dopo appena 15, era crollato a terra, il respiro corto e il viso rosso per lo sforzo e la vergogna. “Patetico,” aveva commentato Davide, asciugandosi il sudore con una mano. “Questo qua non dura un giorno.”

La punizione per l’ultimo classificato era stata annunciata subito dopo: una gara di birra. Chi beveva meno pagava pegno. Luca, che non reggeva l’alcol, aveva provato a tenere il passo, ma dopo due bicchieri era già ubriaco, la testa che gli girava. Marco aveva svuotato cinque pinte senza battere ciglio, mentre Davide e Nico lo superavano di poco. Andrea, sorprendentemente, aveva resistito, ma Luca era di nuovo l’ultimo, con lo stomaco che bruciava e la vergogna che gli pesava più della birra.

“Bene, femminuccia,” aveva detto Marco, incrociando le braccia muscolose. “Hai perso di nuovo. Ora ti depiliamo tutto. Dal collo in giù, non deve rimanere un pelo. Così impari a fare schifo.” Luca aveva aperto la bocca per protestare, ma le parole gli si erano strozzate in gola sotto lo sguardo minaccioso di Davide. Nico, con un ghigno, aveva tirato fuori un rasoio elettrico dalla borsa degli oggetti forniti dalla produzione. “Forza, troietta, spogliati di nuovo. Facciamo vedere al pubblico che pelle liscia che hai.”

Il momento della depilazione era stato un’agonia. Seduto su una sedia al centro del salone, con le telecamere che riprendevano ogni istante, Luca aveva sentito il ronzio del rasoio sulle gambe, sul petto, sulle braccia. Nico rideva mentre gli passava la lama sulle cosce, sussurrandogli all’orecchio: “Guarda che pelle da bambolina. Sembri già pronto per fare la puttana.” Davide, con un’espressione sadica, si era offerto di “fare il lavoro sporco” sotto, e Luca aveva chiuso gli occhi, le guance bollenti, mentre sentiva il rasoio scorrere sulle parti più intime. Marco, osservando tutto con un sorriso soddisfatto, aveva commentato: “Ora sì che sembri uno di noi… o meglio, una di noi.”

Quando avevano finito, Luca si era guardato allo specchio, il corpo completamente liscio, la pelle che sembrava brillare sotto le luci al neon. Si sentiva nudo in un modo che andava oltre la mancanza di vestiti. Il pubblico online, che commentava in diretta su una chat proiettata su un grande schermo in salotto, non aveva pietà. “Che troietta carina!” scriveva un utente. “Fallo mettere in ginocchio, vediamo se sa succhiare,” proponeva un altro. Luca aveva distolto lo sguardo, il cuore che batteva all’impazzata.

La giornata non era finita lì. La voce metallica era tornata, annunciando un’altra regola: per il resto della serata, l’ultimo classificato – cioè lui – avrebbe dovuto girare per l’appartamento in slip minuscoli, forniti dalla produzione. Luca aveva provato a protestare, balbettando: “M-ma non è giusto… non posso…” Ma Marco lo aveva interrotto con una risata. “Non puoi un cazzo. Metti quegli slip e smettila di frignare, o ti ci mettiamo noi a forza.”

Gli slip erano ridicoli, un pezzo di stoffa nera che copriva a malapena il minimo indispensabile, lasciando poco all’immaginazione. Luca li aveva indossati con mani tremanti, sentendo il tessuto aderire in modo osceno al suo corpo appena depilato. Ogni passo che faceva era un’umiliazione, con le telecamere che seguivano ogni movimento del suo culo esposto e gli altri che ridevano o lanciavano commenti volgari. “Sembri una di quelle escort da quattro soldi,” aveva detto Nico, facendogli l’occhiolino. Davide, con un ghigno, aveva aggiunto: “Se continui così, ti facciamo fare un balletto domani. Vediamo come muovi quel culone.”

La notte, quando finalmente si era ritirato nella sua stanza – un cubicolo di vetro con un letto e una telecamera fissa nell’angolo – Luca non era riuscito a dormire. Si era seduto sul letto, ancora con quegli slip ridicoli, e aveva fissato il soffitto, il cuore che gli martellava nel petto. Sapeva che ogni suo gesto, ogni suo respiro, era trasmesso in diretta o registrato per essere mandato in onda con un leggero ritardo. Non c’era privacy, non c’era scampo.

Più tardi, era stato convocato nel confessionale, una stanzetta isolata con una sedia e una telecamera che lo fissava come un occhio giudicante. La voce metallica gli aveva chiesto: “Come ti senti dopo questa prima giornata, Luca?” Lui aveva abbassato lo sguardo, le mani che stringevano le ginocchia. “Io… non lo so. Mi sento umiliato, cazzo. Non pensavo fosse così… pesante. Tutti che mi guardano, che ridono di me. Ma…” Si era interrotto, mordendosi il labbro. La voce aveva insistito: “Ma?” Luca aveva esitato, poi aveva mormorato, quasi impercettibilmente: “Non so perché… ma una parte di me… ci sta. Mi eccita, in un modo che non capisco. E questo mi fa sentire ancora peggio.”

Uscendo dal confessionale, aveva sentito un brivido lungo la schiena. Sapeva che quelle parole sarebbero state trasmesse, che il pubblico avrebbe saputo della sua confessione. E mentre tornava nella sua stanza, con le telecamere che lo seguivano come predatori, aveva sentito la voce di Marco risuonare dal salone: “Domani alziamo il tiro, ragazzi. Vediamo fino a che punto questa troietta può cadere.” Luca aveva chiuso gli occhi, il cuore che batteva forte, chiedendosi cosa lo aspettasse il giorno dopo.

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