Confessioni di un “cane randagio” (parte 2)
Ho sempre pensato che la libertà fosse solo un’illusione, un’idea che ti vendono per farti stare buono. Ma non l’ho mai capita davvero finché non mi sono ritrovato chiuso in una gabbia che non vedevo, ma che sentivo ovunque. Dopo quella sera nel parcheggio con Davide, qualcosa dentro di me si è rotto, o forse si è aperto. Non lo so. So solo che il giorno dopo, al magazzino, non riuscivo a guardarlo negli occhi, ma non riuscivo nemmeno a smettere di cercarlo con lo sguardo. Ero un cane che aspetta il padrone, e lo odiavo per questo.
Il turno era iniziato come sempre: il rumore dei muletti, l’odore di sudore e metallo, le occhiate dei colleghi che sapevano o immaginavano. Il Grasso e il Secco mi lasciavano stare, ma solo perché Davide aveva messo un marchio su di me, invisibile ma chiaro a tutti. Non ero più il “frocetto” da spingere contro il muro, ero qualcosa di peggio. Ero suo. E loro lo sapevano. Mi sentivo osservato, giudicato, ma non me ne fregava niente. O almeno, cercavo di farmene fregare il meno possibile.
Davide non mi ha parlato per tutta la mattina. Mi passava accanto senza dire una parola, con quel suo sorriso freddo che mi faceva venir voglia di spaccargli la faccia, ma anche di inginocchiarmi davanti a lui. È stato solo verso la pausa pranzo, mentre fumavo da solo vicino ai container, che si è avvicinato. “Hai fatto il bravo ieri,” ha detto, senza guardarmi, accendendosi una sigaretta. La sua voce era calma, quasi annoiata, come se stesse parlando del tempo. “Oggi vediamo se sai stare al gioco.” Non ho risposto. Non sapevo cosa dire. Una parte di me voleva mandarlo a quel paese, ma un’altra parte, quella che mi faceva schifo, aspettava solo di sentire cosa voleva da me.
Mi ha portato dietro il capannone 3, in un angolo dove nessuno va mai, tra pile di pallet rotti e lamiere arrugginite. “Togliti la maglietta,” ha ordinato, appoggiandosi a una parete con le braccia incrociate. Il freddo mi mordeva la pelle, ma ho obbedito. Non so perché. Forse perché sapevo che se non lo facevo, mi avrebbe lasciato solo, e quella solitudine mi spaventava più di qualsiasi umiliazione. Ha fatto un passo verso di me, mi ha guardato dall’alto in basso come se fossi un oggetto da valutare. “Non male,” ha detto, e poi mi ha toccato il petto, le spalle, con una mano che non era gentile, ma nemmeno violenta. Era come se mi stesse misurando, pesando. “Ora inginocchiati,” ha aggiunto, e la sua voce non lasciava spazio a discussioni.
Mi sono inginocchiato. La ghiaia mi graffiava le ginocchia attraverso i jeans, ma non ci pensavo. Sentivo solo il cuore che mi batteva nelle orecchie e il suo sguardo che mi pesava addosso. “Bravo cagnolino,” ha detto, e quella parola mi ha fatto stringere lo stomaco, un misto di vergogna e qualcosa che non voglio nominare. Ha slacciato i pantaloni, e io ho fatto quello che voleva. Non c’è bisogno che lo racconti nei dettagli. Non serve. Serve solo che tu capisca che mentre lo facevo, mentre sentivo le sue mani nei miei capelli che mi guidavano, il mondo intorno a me spariva. Niente magazzino, niente freddo, niente colleghi che potevano passare da un momento all’altro. Solo il silenzio dentro di me, un silenzio che non trovavo da nessun’altra parte.
Quando è finito, mi ha tirato su per un braccio, mi ha guardato negli occhi e ha sorriso. “Sei mio, Mattia. Non dimenticarlo.” Poi se n’è andato, lasciandomi lì con la maglietta ancora a terra e un sapore in bocca che non riuscivo a mandar via. Mi sono rivestito in fretta, tremando, ma non di freddo. Tremavo perché una parte di me si sentiva viva, più viva di quanto fossi mai stato. E un’altra parte di me voleva sparire per sempre.
Nei giorni successivi, è diventato un rituale. Ogni volta in un posto diverso: i bagni del magazzino, puzzolenti e luridi, con le piastrelle incrinate e le porte che non chiudevano; il retro di un container, dove il rumore dei camion copriva tutto; persino la sua macchina, parcheggiata in un vicolo dietro il capannone, con i finestrini appannati e il sedile che scricchiolava. Ogni volta mi dava un ordine, ogni volta io obbedivo. “Fallo così,” “Guardami mentre lo fai,” “Non fare rumore.” E ogni volta mi chiamava “cagnolino,” con quella voce che era un misto di scherno e possesso. Io non dicevo niente. Non protestavo, non mi ribellavo. Non perché non volessi, ma perché una parte di me aveva paura di quello che sarebbe successo se avessi detto di no. Paura di tornare a essere solo, a essere il bersaglio di tutti. Ma non era solo paura. Era anche altro. Era il bisogno di sentirmi suo, di sentirmi qualcosa, anche se quel qualcosa era solo un buco da usare.
Non so come faccia Davide a sapere cosa penso, ma lo sa. Ogni volta che esitavo, ogni volta che i miei occhi tradivano un accenno di ribellione, lui mi guardava e diceva: “Senza di me non sei niente. Lo sai, vero? Domani non ci sono, vediamo quanto duri con il Grasso e il Secco.” E io cedevo. Sempre. Perché aveva ragione. Senza di lui, ero solo il cane randagio di sempre, quello che tutti possono prendere a calci. Con lui, ero qualcosa di diverso. Ero suo. E per quanto lo odiassi, per quanto odiassi me stesso, quella sensazione mi teneva in piedi.
Ma non tutto poteva restare nascosto. Una sera, mentre stavamo nei bagni, qualcuno è entrato. Non so chi fosse, non l’ho visto in faccia. Ho sentito solo la porta che si apriva, un’imprecazione soffocata, e poi passi veloci che si allontanavano. Davide non ha fatto una piega. Ha riso, una risata bassa e cattiva, e ha detto: “Bene, ora lo sanno tutti. Vediamo come te la cavi, cagnolino.” Io sono rimasto fermo, con il cuore che mi martellava nel petto. Non era paura di essere scoperto, non proprio. Era qualcosa di più profondo, qualcosa che non riuscivo a capire. Era come se una parte di me volesse che lo sapessero, volesse che mi vedessero per quello che ero diventato. Ma un’altra parte di me si sentiva intrappolata, come un animale in una gabbia che si chiude sempre di più.
Quella notte, a casa, non ho dormito. Mi sono seduto sul letto, con la luce spenta, e ho fissato il muro. Pensavo a Davide, al suo sorriso, alle sue mani, alle sue parole. Pensavo a quello che ero diventato, a quello che stavo perdendo. Non ero più solo un facchino con un passato di merda. Ero qualcosa di peggio, qualcosa che non riuscivo a definire. E mentre ci pensavo, ho sentito un rumore, un messaggio sul cellulare. Era lui. Una foto, scattata nei bagni qualche giorno prima. Io, in ginocchio, con la sua mano che mi teneva la testa. Sotto, solo due parole: “Bravo cagnolino.”
Ho fissato quella foto per non so quanto tempo. Poi ho spento il telefono, ma non prima di essermi toccato. Non prima di aver provato, ancora una volta, quella miscela di vergogna e desiderio che mi stava distruggendo. Domani al magazzino sarà diverso, lo so. Le voci gireranno, gli sguardi cambieranno. E Davide sarà lì, pronto a spingermi ancora più in fondo. Non so se voglio fermarlo. Non so se posso. Ma una cosa la so: sto cadendo, e non vedo il fondo.
