Racconti Piccanti
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Sfondare la collega davanti alla finestra dell’ufficio

Sfondare la collega davanti alla finestra dell’ufficio

13 Marzo 2026·7 min di lettura

Giulia aveva 34 anni, un matrimonio di sette anni alle spalle e un ruolo da account manager che la teneva inchiodata alla scrivania per ore. Non era una modella, ma il suo corpo era curato: palestra tre volte a settimana, un culo a pera che riempiva alla perfezione le gonne aderenti e un seno rifatto – fatto bene, niente esagerazioni – che attirava sguardi senza essere volgare. Era sempre impeccabile: tailleur eleganti, camicie appena accollate e tacchi altissimi, di quelli che fanno male dopo un paio d’ore ma che non abbandoneresti mai perché ti fanno sentire potente. Matteo, invece, era il junior del suo team, 29 anni, fisico asciutto da runner, con le braccia coperte di tatuaggi che spuntavano dalle maniche arrotolate della camicia. Aveva quell’aria da “non mi faccio problemi”, un sorriso storto e una sicurezza che a volte irritava Giulia, ma che – doveva ammetterlo – la intrigava da mesi.

Era una di quelle sere in cui l’ufficio si svuota e resta solo il silenzio dei corridoi illuminati al minimo. Un progetto urgente li aveva inchiodati lì fino alle 23:30, con scartoffie sparse sulla scrivania e il caffè freddo nelle tazze di plastica. L’open space era deserto, le luci della città filtravano dalle grandi vetrate oscurate – ma non del tutto, lasciando intravedere il movimento della strada dieci piani più sotto. Giulia e Matteo erano seduti vicini, troppo vicini per essere casuale, ma nessuno dei due lo diceva. La tensione sessuale tra loro era una cosa palpabile, un’elettricità che si era accumulata per mesi: sguardi troppo lunghi durante le riunioni, battute ambigue, il modo in cui lei si sistemava i capelli quando lui era nei paraggi. Era una di quelle situazioni che sai dove porteranno, ma che cerchi di ignorare finché puoi.

Giulia si stiracchiò sulla sedia, facendo una smorfia. “Cazzo, ho la schiena a pezzi,” borbottò, massaggiandosi il collo con una mano. I tacchi da 12 centimetri non aiutavano, e stare china sui documenti per ore l’aveva distrutta. Matteo alzò gli occhi dal laptop, con quel sorrisetto che sembrava sempre sul punto di dire qualcosa di sconveniente. “Vuoi un massaggio? Sono bravo, sai.” Lei lo guardò di traverso, un po’ scettica, un po’ tentata. “Sì, certo, e poi mi chiedi un aumento,” ribatté, ma non disse di no. Dentro di sé, una vocina le diceva che era una pessima idea, ma il dolore alla schiena – e forse anche qualcos’altro – vinse. “Va bene, ma fai in fretta, non abbiamo tutto il tempo del mondo.”

Matteo si alzò, si mise dietro di lei e posò le mani sulle sue spalle. Le sue dita erano calde, decise, e iniziarono a lavorare sui muscoli tesi con una sicurezza che la spiazzò. Giulia chiuse gli occhi per un attimo, rilassandosi sotto quel tocco. Poi, senza volerlo, le sfuggì un gemito, uno di quelli che non lasciano spazio a fraintendimenti. Un suono profondo, quasi sessuale, che ruppe il silenzio dell’ufficio come un’esplosione. Si irrigidì subito, le guance che bruciavano per l’imbarazzo. “Scusa, non… non volevo,” balbettò, girandosi appena per guardarlo. Matteo aveva un’espressione a metà tra il divertito e il famelico. “Tranquilla, capo. Non è mica un problema,” disse, con quella voce bassa che sembrava sempre un po’ troppo intima.

Il silenzio che seguì durò forse trenta secondi, ma sembrò un’eternità. Giulia sentì il cuore batterle forte, il cervello diviso tra il senso di colpa e un desiderio che non riusciva più a ignorare. Suo marito era a casa, probabilmente già a letto, ignaro di tutto. Ma lì, in quel momento, c’era solo Matteo, con le sue mani ancora sulle sue spalle e uno sguardo che diceva chiaramente “sappiamo entrambi cosa sta per succedere”. Non ci fu bisogno di parole. Lei si alzò di scatto, lui si avvicinò, e in un attimo si stavano baciando come due disperati. Le loro lingue si intrecciarono subito, un bacio profondo, famelico, con i denti che si sfioravano e il respiro corto. Le mani di Giulia gli afferrarono la camicia, quelle di Matteo scesero sui suoi fianchi, stringendola con una forza che la fece quasi gemere di nuovo.

Non si fermarono a pensare. Matteo la spinse verso la vetrata, quella grande finestra che dava sulla strada sottostante. Le sue mani scivolarono sotto la gonna aderente di Giulia, tirandola su fino alla vita con un gesto deciso. Lei non protestò, non ci pensava nemmeno: il desiderio le aveva spento il cervello. Sentì il tessuto del perizoma nero scivolare di lato, le dita di lui che la sfioravano, esplorandola senza troppi complimenti. “Cazzo, sei già bagnata,” mormorò lui contro il suo orecchio, e lei non poté fare a meno di arrossire, ma non rispose. Si limitò a premersi contro di lui, sentendo la sua erezione attraverso i pantaloni. Le mani di Matteo le accarezzarono il culo, stringendolo con forza, mentre con l’altra mano le sollevava una gamba per avere un accesso migliore. Lei si appoggiò alla vetrata con le mani, il vetro freddo contro i palmi, mentre lui le baciava il collo, mordicchiandola piano. Ogni tanto lanciava occhiate nervose alla strada sotto di loro: le vetrate erano oscurate, sì, ma non completamente. Se qualcuno avesse guardato con attenzione, avrebbe potuto intuire qualcosa. Quel pensiero la terrorizzava, ma allo stesso tempo la eccitava da morire.

Matteo si fermò un attimo, giusto il tempo di slacciarsi la cintura e abbassarsi i pantaloni quel tanto che bastava. Giulia sentì il suono della zip, poi il calore del suo corpo che si premeva contro di lei. “Ti faccio male se resto così?” chiese, con un tono che sembrava più una provocazione che una vera preoccupazione. “No, vai avanti,” rispose lei, la voce roca, quasi un sussurro. Non aveva mai provato una cosa del genere, non in un ufficio, non con un collega, e di sicuro non con il rischio che qualcuno potesse vederli. Ma era proprio quello a renderla incapace di fermarsi.

Quando Matteo la penetrò, lo fece con una spinta decisa, tenendola per i fianchi. Giulia si morse il labbro per non gridare, ma un gemito le sfuggì lo stesso. Erano in piedi, lei con la gonna arrotolata in vita, il perizoma spostato di lato, i tacchi che la facevano oscillare un po’ a ogni movimento. Lui la sbatteva forte contro la vetrata, il vetro che vibrava leggermente a ogni colpo, mentre lei si aggrappava con le mani per non perdere l’equilibrio. La sensazione era intensa, quasi brutale: il suo cazzo era duro, caldo, e ogni spinta sembrava arrivare più a fondo della precedente. “Cazzo, sei stretta,” ringhiò lui, il fiato corto, mentre le sue mani le stringevano i fianchi così forte da lasciarle probabilmente dei segni. Giulia non rispose, non riusciva a parlare: il piacere le montava dentro, mescolato alla paura di essere vista. Ogni tanto guardava giù, verso la strada, immaginando che qualcuno potesse alzare gli occhi e capire cosa stava succedendo. Quel pensiero le fece contrarre i muscoli, e Matteo lo sentì. “Ti piace il rischio, eh?” disse con una risata bassa, spingendo ancora più forte.

L’odore del sesso riempiva l’aria, un misto di sudore e desiderio. Il suono dei loro corpi che si scontravano era quasi ritmico, mescolato ai gemiti di lei e ai grugniti di lui. Giulia sentì il primo orgasmo arrivare come un’onda, improvviso e violento. “Cazzo, sto venendo,” sussurrò, le gambe che le tremavano, ma Matteo non rallentò, continuando a sbatterla contro il vetro. Lei si abbandonò completamente, il corpo scosso da spasmi, mentre lui le mormorava all’orecchio: “Brava, così, fammi sentire tutto.” Non passò molto prima che un secondo orgasmo la colpisse, ancora più forte del primo, facendola quasi gridare. Sentiva le tette rimbalzare a ogni spinta, il reggiseno che le stringeva appena sotto la camicia sbottonata a metà. Matteo le aveva infilato una mano sotto, stringendole un seno con forza, pizzicandole un capezzolo fino a farla sobbalzare.

Non durò a lungo dopo di lei. “Sto per venire,” grugnì, ma non le chiese niente, non si fermò. Con un’ultima spinta profonda, si svuotò dentro di lei, il calore del suo sperma che la fece rabbrividire. Rimasero fermi un attimo, ansimando, con il vetro freddo contro la pelle accaldata di Giulia e il peso di Matteo che la teneva ancora premuta lì. Poi lui si tirò indietro lentamente, sistemandosi i pantaloni, mentre lei si riabbassava la gonna con mani tremanti. Nessuno dei due parlò per qualche secondo, il fiato ancora corto, il silenzio dell’ufficio che sembrava amplificare ogni piccolo suono.

Il giorno dopo, durante la riunione del mattino, erano seduti uno di fronte all’altra, con il resto del team ignaro di tutto. Giulia evitava il suo sguardo, concentrata sul tablet, ma sotto il tavolo il suo telefono vibrava ogni due minuti. Messaggi di Matteo, brevi e diretti: “Stanotte è stato un casino.” “Non riesco a pensare ad altro.” “Quando lo rifacciamo?” Lei rispondeva con frasi altrettanto sporche, il cuore che le batteva forte, un sorriso che cercava di nascondere mentre digitava: “Sbatte forte contro la vetrata, eh? Vedremo.”

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