Sottomesso al fidanzato della sorella (parte 2)
Era una di quelle sere d’estate umida, di quelle che ti appiccicano la maglietta alla schiena anche se stai fermo. Sara aveva proposto di bere qualcosa a casa, “solo noi tre, tranquilli”, aveva detto, come se fosse la cosa più normale del mondo. Luciano aveva accettato subito, perché qualsiasi cosa includesse Diego era meglio di stare solo a fantasticare.
Avevano aperto una bottiglia di rosso economico, poi un’altra, e poi erano passati alla birra. La televisione era accesa ma nessuno la guardava davvero. Ridevano per cazzate: Sara imitava la voce della loro madre quando litigava col vicino, Diego raccontava aneddoti stupidi del cantiere, Luciano rideva troppo forte per sembrare a suo agio.
Ma sotto sotto, Luciano sentiva il veleno.
Ogni volta che Sara si avvicinava a Diego per dargli un bacio sulla guancia, o gli passava le dita tra i capelli, o gli si sedeva in braccio ridendo, Luciano sentiva una fitta allo stomaco. Non era solo gelosia. Era fame. Fame di essere al posto di lei. Fame di essere guardato così, toccato così, voluto così.
E Diego lo sapeva.
Lo sapeva perché, mentre baciava Sara – baci lunghi, con la lingua, di quelli che fanno rumore – ogni tanto staccava le labbra quel tanto che bastava per guardare Luciano. Direttamente negli occhi. Non era un caso. Non era imbarazzo. Era provocazione. Un lampo di “guarda cosa ho io e tu no”. Un lampo di “vorresti essere tu, vero?”.
Luciano stringeva il bicchiere così forte che le nocche gli diventavano bianche. Sorrideva a denti stretti. Beveva. Beveva ancora.
A un certo punto Sara si alzò per andare in bagno, lasciando i due soli sul divano. Diego si appoggiò allo schienale, le gambe aperte, il pacco evidente sotto i jeans strappati. Guardò Luciano con quel mezzo sorriso da stronzo.
«Tutto bene, piccola?» gli chiese, la voce bassa, quasi un sussurro.
Luciano sentì il cazzo pulsare nei boxer. «Sì» mentì.
Diego rise piano. «Sembri incazzato.»
«Non sono incazzato.»
«Bugiardo.» Diego si sporse un po’ verso di lui. «Ti dà fastidio quando la bacio?»
Luciano arrossì violentemente. Non rispose.
Diego si leccò le labbra. «Lo so che ti dà fastidio. Lo vedo.»
In quel momento tornò Sara. Si buttò di nuovo in braccio a Diego, lo baciò con foga, le mani sul collo di lui. Diego ricambiò, ma continuò a guardare Luciano da sopra la spalla di lei. Uno sguardo lungo, sporco, che diceva tutto.
Fu troppo.
Luciano si alzò di scatto, il bicchiere cadde a terra e si ruppe.
«Ma vaffanculo, Sara!» gli uscì di getto, la voce rotta. «Sempre tu, sempre tu al centro di tutto! Sempre a sbattermi in faccia quanto sei figa, quanto lui ti vuole! Ma lo sai che sei solo una troia viziata che non capisce un cazzo di niente?!»
Il silenzio fu gelido.
Sara si alzò lentamente, pallida. Diego invece si alzò in un secondo, gli occhi stretti a fessura.
«Che cazzo hai detto?» ringhiò Diego.
Luciano tremava, ma non si fermò. «Ho detto che è una stronza egoista che—»
Diego lo afferrò per il collo con una mano sola. Non strinse forte, ma abbastanza da immobilizzarlo contro il muro. Il pollice premeva appena sotto la mandibola, le altre dita dietro la nuca. Luciano sentì il respiro di Diego sul viso, caldo, alcolico, furioso.
«Ripetilo» sibilò Diego. «Ripeti quello che hai detto a mia ragazza.»
Luciano aveva il cuore in gola. Paura vera. Eccitazione vera. Il cazzo durissimo contro la stoffa dei pantaloni leggeri. Sentiva il corpo di Diego premere contro il suo, il calore, la durezza, tutto. Diego respirava pesante, gli occhi fissi nelle sue, e per un secondo – un secondo lunghissimo – sembrò che stesse per baciarlo. O per picchiarlo. O entrambe le cose.
Sara urlò: «Diego! Lascialo!»
Diego non si mosse subito. Continuò a fissare Luciano, il pollice che scivolava piano sulla trachea, quasi una carezza. Poi, lentamente, mollò la presa.
Sara era in lacrime. «Siete due stronzi. Tutti e due. Non ci sto a fare da spettatrice a questa merda.»
Prese la borsa, le chiavi, salì le scale di corsa. Sbatté la porta della camera da letto così forte che vibrò il quadro in corridoio. Si sentì la chiave girare nella toppa.
Silenzio.
Diego e Luciano rimasero lì, uno di fronte all’altro, ansimanti.
Diego si passò una mano sulla faccia, poi guardò Luciano. Non c’era più rabbia negli occhi. C’era qualcos’altro. Qualcosa di crudo.
«Andiamo fuori» disse piano. «Ho bisogno d’aria. Tu vieni con me.»
Luciano deglutì. «È notte fonda.»
«Appunto.» Diego prese le chiavi della macchina dal tavolino, ma poi ci ripensò. «Niente macchina. A piedi. Dai.»
Uscirono senza dire altro. La porta di casa si chiuse piano dietro di loro.
L’aria era calda, pesante, piena di grilli. Camminarono in silenzio per un po’, lungo la strada deserta illuminata solo dai lampioni. Luciano sentiva il battito nelle orecchie, il collo ancora caldo dove Diego lo aveva preso.
Diego si fermò sotto un albero, si appoggiò al tronco, tirò fuori una sigaretta e l’accese. Tirò una boccata lunga.
Poi guardò Luciano.
«Lo sai che prima ti avrei potuto strangolare sul serio?» disse, ma la voce era bassa, quasi intima.
Luciano annuì piano.
«Però non l’ho fatto.» Diego buttò fuori il fumo. «E lo sai perché?»
Luciano scosse la testa.
Diego fece un passo avanti, vicinissimo. Così vicino che Luciano sentiva l’odore di tabacco e di lui.
«Perché quando ti ho preso per il collo… mi è venuto duro come il marmo.»
Luciano trattenne il respiro.
Diego sorrise, un sorriso lento, pericoloso.
«Adesso dimmi tu, piccola… cosa facciamo adesso?»
