Dopo la chiusura, mi hanno fatto il culo
Sono Dario, ho 21 anni e, diciamocelo, non passo esattamente inosservato. Porto rossetto rosa shocking, eyeliner nero che mi fa gli occhi da cerbiatto, e sotto la felpa oversize nera indosso un body di pizzo che mi stringe appena il torace. Le calze autoreggenti, nere e velate, le metto sempre, anche se lavoro in un buco di locale che puzza di birra rancida e sudore. È un bar malfamato in una zona di periferia che sembra dimenticata da Dio, dove i clienti sono per lo più avanzi di galera o gente che ha smesso di provarci con la vita. Io faccio il barista part-time, turno di notte, perché i soldi servono e non ho molte alternative. E poi, in un certo modo, mi piace l’aria di pericolo che si respira qui dentro. Mi fa sentire vivo.
È quasi le 3 di notte, l’ora in cui anche i peggiori se ne vanno a casa a ronfare. Sto pulendo il bancone con uno straccio che sa di aceto, la felpa tirata su fino ai gomiti, quando la porta si apre con un cigolio. Alzo gli occhi e vedo entrare due clienti abituali, due ex pugili sulla quarantina che sembrano usciti da un film di serie B. Hanno i nasi rotti, le mani grosse come badili e il fiato che sa di alcol da metri. Sono ubriachi, lo capisco dal modo in cui barcollano e ridono tra loro, con quelle voci roche che sembrano raspe. Li conosco, si chiamano Marco e Luca, e non sono mai stati tipi tranquilli. Mi squadrano subito, con quello sguardo che mi fa stringere lo stomaco, un misto di scherno e fame.
“Ehi, bambolina, ancora qui a lucidare ‘sto schifo?” dice Marco, appoggiandosi al bancone con un ghigno. Ha una cicatrice che gli attraversa il sopracciglio destro, e la maglietta aderente gli tira sui pettorali gonfi di steroidi.
“Sì, e voi ancora in piedi a quest’ora? Non avete una casa?” rispondo, cercando di mantenere un tono leggero, ma la voce mi trema un po’. Non mi piace come mi guardano, come se fossi un pezzo di carne in vetrina.
Luca, più basso ma con spalle da armadio, si avvicina e spegne l’interruttore delle luci esterne. Il locale piomba in una penombra inquietante, illuminato solo dalle lampade al neon sopra il bancone. “Così stiamo più tranquilli, no?” dice, con un sorriso che non ha niente di amichevole.
Il cuore mi batte più forte. Faccio un passo indietro, ma Marco è già dietro di me, bloccandomi tra il bancone e il muro. “Dove vai, principessa? Non ci fai compagnia?” La sua mano mi sfiora il fianco, e io mi irrigidisco. Una parte di me vuole urlare, scappare, ma un’altra… beh, cazzo, un’altra parte sente un brivido che non dovrebbe esserci. Sono spaventato, sì, ma c’è qualcosa di oscuro, di malato, che mi fa restare fermo.
“Ragazzi, dai, sto chiudendo. Tornate domani,” provo a dire, ma la mia voce è un sussurro patetico. Marco mi afferra per i polsi, stringendo abbastanza da farmi male, e mi spinge contro il bancone. Il legno freddo mi preme sulla pancia, appiccicoso di birra versata e chissà cos’altro. Luca mi si piazza davanti, tenendomi la testa premuta giù con una mano sulla nuca. Sento il suo fiato caldo sul collo, e il panico mi sale in gola.
“Shh, stai buono, che ci divertiamo un po’,” mormora Luca, e io stringo i denti. Non so se ho più paura o se una parte di me, quella che non voglio ascoltare, sta già cedendo. Marco mi solleva la felpa, scoprendo il body di pizzo, e scoppia a ridere. “Cazzo, guardalo. Sei proprio una puttanella, eh?” Con un gesto secco, mi strappa le mutandine che porto sotto, e il tessuto si lacera con un suono che mi fa sobbalzare. Sono nudo sotto il body, esposto, e il freddo del bancone contro la pelle mi fa rabbrividire.
Le loro mani sono ovunque. Marco mi accarezza il culo con una rudezza che non lascia spazio a fraintendimenti, mentre Luca mi tiene fermo, sussurrandomi porcherie all’orecchio. “Ti piace, vero? Si vede da come tremi.” Io non rispondo, non ci riesco. Ho il respiro corto, il cuore che mi martella nel petto. Vorrei gridare, ma c’è una vocina nella testa che mi dice di lasciarmi andare, di vedere fino a che punto arriva questa follia.
Marco inizia a sfregarmi tra le natiche con le dita, senza troppi complimenti, e io stringo i denti per non gemere. Fa male, ma c’è anche un calore che si accende, un bisogno che non voglio ammettere. Luca mi solleva la testa quel tanto che basta per guardarmi negli occhi. “Apri la bocca,” ordina, e io obbedisco senza pensare. Mi infila due dita dentro, facendomi quasi soffocare, mentre Marco continua a prepararmi dietro con movimenti secchi, invadenti. “Cazzo, sei stretto. Ma ci pensiamo noi ad aprirti per bene,” dice, e la sua voce è un ringhio.
Dopo quelli che sembrano minuti infiniti, Marco si tira indietro e sento il rumore di una cintura che si slaccia. Luca mi lascia la testa, ma solo per passare dietro con lui. Sono ancora piegato sul bancone, le gambe che tremano, quando Marco mi penetra senza preavviso. Un dolore acuto mi attraversa, e io mordo il labbro così forte da sentire il sapore del sangue. “Fanculo, rilassati,” grugnisce, spingendo più a fondo. Ogni colpo è violento, profondo, e io non riesco a trattenere i gemiti, un misto di dolore e qualcosa che non voglio nominare. L’odore di sudore e alcol mi riempie le narici, il suono dei loro respiri affannosi mi rimbomba nelle orecchie.
Poi si scambiano. Luca prende il posto di Marco, e il cambio è quasi peggio, perché è più grosso, più rude. Mi tiene per i fianchi con una forza che mi lascerà i lividi, e io mi aggrappo al bancone, le unghie che grattano il legno. “Cazzo, sei perfetto,” ansima, mentre mi sbatte con un ritmo che mi fa vedere le stelle. Non so quanto tempo passa, ma a un certo punto Marco dice qualcosa che mi gela il sangue: “Proviamo insieme, dai.” Luca ride, una risata bassa e sporca. “Oh, sì, vediamo come regge.”
Mi sollevano come se non pesassi niente, spalancandomi sul bancone. Sono sdraiato sulla schiena, le gambe divaricate, il body di pizzo ormai sgualcito e tirato su fino al petto. Marco si posiziona sotto di me, penetrandomi di nuovo con un movimento lento ma inesorabile, mentre Luca si mette sopra, spingendo dentro insieme a lui. Il dolore è insopportabile, una pressione che mi fa urlare, ma loro non si fermano. “Zitto, cazzo, vuoi che qualcuno ci senta?” ringhia Marco, e Luca mi infila in bocca le mutandine strappate come un bavaglio. Il tessuto mi soffoca, sa di me, di sudore, e io gemo contro di esso, terrorizzato all’idea che il proprietario torni o che una pattuglia passi fuori dal locale. Ma quel pericolo, quel rischio, mi manda in tilt. Sento un’ondata di calore che mi travolge, e vengo senza nemmeno toccarmi, schizzi caldi che mi colano sul ventre mentre loro continuano a spingere, sincronizzati in una danza brutale.
Alla fine, si svuotano dentro di me, uno dopo l’altro, con grugniti animaleschi. Marco esce per primo, poi Luca, e io resto lì, sdraiato sul bancone freddo, il seme che mi cola lungo le cosce, le mutandine ancora in bocca. Sono un disastro, tremante, con il respiro che mi brucia in gola. Loro si tirano su i pantaloni, ridono tra loro come se niente fosse, e Marco mi dà una pacca sul culo prima di andarsene. “Alla prossima, bambolina,” dice, e la porta si chiude con un tonfo dietro di loro.
Resto solo, in quella penombra sporca, con il corpo che pulsa e il cuore che non sa cosa provare. Non mi muovo, non ancora. Non so perché, ma non mi sento vuoto. Non mi sento nemmeno rotto. Solo… vivo, in un modo che non so spiegare.
