Una badante molto affettuosa
Mi chiamo Lorenzo, ho 24 anni e, diciamocelo, la mia vita non è proprio un film d’azione. Studio ingegneria, passo le giornate fra libri e appunti, e il weekend vado a trovare mio nonno. Lui ha 78 anni, è vedovo da cinque, e da un paio d’anni c’è Elena che si occupa di lui. Elena è moldava, ha 44 anni, un corpo robusto, di quelli che sembrano fatti per lavorare duro, e due tette enormi che non passano inosservate. Giuro, non sto esagerando: sono così grandi che qualsiasi maglietta indossi, i capezzoli scuri si vedono sempre, come se volessero bucare la stoffa. La prima volta che l’ho notata ho dovuto distogliere lo sguardo per non fare la figura dell’idiota.
Mio nonno non le parla quasi mai. Sta tutto il giorno seduto in poltrona, guarda la tv con il volume a zero e borbotta tra sé e sé. Elena, invece, è sempre in movimento: pulisce, cucina, gli dà le medicine. Ma c’è qualcosa in lei che mi fa venire i brividi, e non in senso negativo. Quando sono in casa, mi guarda in un modo che non so spiegare, con un sorrisetto appena accennato, come se sapesse qualcosa che io non so. E poi fa cose strane. Una volta, mentre sparecchiava, si è chinata davanti a me per raccogliere una forchetta caduta, e non aveva il reggiseno. Ho visto tutto, e lei lo sapeva. Un’altra volta, mentre ero in salotto, l’ho beccata che si toccava i capelli con una mano lenta, quasi provocante, guardandomi dritto negli occhi. E non parliamo delle mutandine che lascia in bagno, sempre in bella vista sul bordo della vasca, come se volesse farmici pensare. Ogni volta che succede, mi sento un cretino: da una parte vorrei ignorarla, dall’altra non riesco a non fantasticare.
Un sabato sera, dopo una giornata passata a fare due chiacchiere con mio nonno e a sistemare un po’ di roba in garage, sono andato a dormire nella stanza degli ospiti, come al solito. Mio nonno aveva preso il sonnifero, quindi in casa c’era un silenzio tombale. Ero a letto, con il telefono in mano, quando la porta si è aperta senza un rumore. Non ho avuto neanche il tempo di capire cosa stesse succedendo: Elena era lì, in piedi, con una camicia da notte corta che le arrivava appena sopra le cosce. Non ha detto una parola, ha chiuso la porta dietro di sé e si è avvicinata al letto. Il cuore mi batteva come un tamburo. “Ma che cazzo fai?” ho pensato, ma non sono riuscito a dirlo. Ero paralizzato, un mix di paura e curiosità che mi teneva inchiodato al materasso.
Si è messa a cavalcioni sopra di me, le sue cosce robuste che mi stringevano i fianchi. Sentivo il peso del suo corpo, il calore della sua pelle attraverso il tessuto sottile. Mi guardava dall’alto, con quel sorrisetto che mi faceva impazzire, e io non sapevo se spingermela via o lasciarla fare. “Elena, che stai facendo?” ho sussurrato, ma lei non ha risposto. Ha appoggiato una mano sul mio petto, le unghie che premevano appena, e con l’altra si è tirata su la camicia da notte. Sotto non aveva niente. Ho visto tutto: la sua pelle chiara, le curve pesanti, il triangolo scuro tra le gambe. Mi sono sentito andare a fuoco, ma allo stesso tempo c’era una vocina nella testa che diceva “Questa è una follia, Lorenzo, tirati fuori da qui”. Però il mio corpo non ascoltava. Ero già duro, e lei lo sapeva, perché si è mossa appena, sfregandosi contro di me, e ha fatto un verso basso, quasi un gemito.
Le sue mani hanno iniziato a esplorare, lente ma decise. Mi ha tirato via la maglietta, e mentre lo faceva mi ha graffiato il petto con le unghie, lasciandomi dei segni rossi che bruciavano. “Piano, cazzo,” ho detto, ma lei ha solo sorriso e ha continuato. Si è chinata su di me, i suoi capelli che mi sfioravano il viso, e ha iniziato a baciarmi il collo, mordicchiando la pelle. Sentivo il profumo del suo shampoo, un misto di fiori e qualcosa di più forte, forse il sudore della giornata. Le sue tette erano schiacciate contro il mio petto, pesanti, morbide, e i capezzoli duri che si strofinavano sulla mia pelle. Ho messo le mani sui suoi fianchi, stringendola, e lei ha sospirato, un suono che mi ha fatto perdere la testa.
Con una mossa lenta, si è tirata indietro e ha infilato una mano nei miei boxer. Mi ha preso in mano, stringendo appena, e ha iniziato a muovere la mano su e giù, guardandomi negli occhi. “Ti piace, vero?” ha detto con quell’accento dell’Est che mi faceva impazzire. Non ho risposto, ma il mio respiro pesante parlava da solo. Ha continuato per un po’, poi si è tolta di dosso la camicia da notte, lasciandola cadere sul pavimento. Era completamente nuda, e io non riuscivo a staccare gli occhi da lei. Il suo corpo era pieno, reale, con qualche smagliatura sulle cosce e un po’ di cellulite, ma proprio per questo era ancora più eccitante. Si è chinata di nuovo su di me, stavolta per baciarmi sulla bocca, un bacio profondo, con la lingua che sapeva di caffè e qualcosa di dolce.
Poi si è spostata più in basso, togliendomi i boxer con un gesto deciso. Ha preso il mio cazzo in bocca, e giuro che ho dovuto stringere i denti per non gemere troppo forte. La sua lingua era calda, si muoveva lenta ma precisa, e ogni tanto alzava gli occhi per guardarmi, come a dire “Lo so che stai andando fuori di testa”. Dopo qualche minuto, si è tirata su, si è messa di nuovo a cavalcioni e ha iniziato a sfregarsi contro di me, senza prendermi dentro, solo stuzzicandomi. Sentivo quanto era bagnata, il calore che mi faceva impazzire. “Ti prego,” ho detto, quasi senza rendermene conto, e lei ha riso piano.
Alla fine, si è sollevata appena, ha preso il mio cazzo con una mano e lo ha guidato dentro di lei, scendendo piano, centimetro per centimetro. Era stretta, calda, e il modo in cui si muoveva sopra di me mi faceva vedere le stelle. Ha iniziato a cavalcare, dapprima lenta, poi sempre più veloce, le mani appoggiate sul mio petto per tenersi in equilibrio. Ogni tanto si fermava per piegarsi in avanti e baciarmi, i suoi capezzoli che sfregavano contro di me, il suo respiro corto che mi arrivava dritto in faccia. “Cazzo, Elena, sei pazzesca,” ho detto, e lei ha sorriso, accelerando il ritmo. Mi ha tappato la bocca con una mano, probabilmente per non svegliare mio nonno, e con l’altra ha iniziato a graffiarmi il petto, lasciandomi segni che bruciavano come fuoco.
Il letto cigolava sotto di noi, ma non ci importava. Sentivo il rumore dei nostri corpi che si scontravano, il suono bagnato di lei che si muoveva su di me, il suo odore forte, un misto di sudore e sesso che mi riempiva la testa. Io le stringevo i fianchi, poi le ho messo le mani sul culo, grande e sodo, spingendola ancora di più contro di me. Lei gemeva piano, cercando di non fare troppo rumore, ma ogni tanto le scappava un verso più forte, e io dovevo ricordarmi di respirare per non perdere il controllo.
Quando ho sentito che stavo per venire, ho provato a dirglielo, ma lei ha stretto la mano sulla mia bocca ancora di più e ha accelerato, muovendosi con una violenza che mi ha spiazzato. “Dentro,” ha sussurrato, e io non ho potuto fare altro che lasciarmi andare. Sono venuto dentro di lei, un’ondata di calore che mi ha lasciato senza fiato, e in quel momento mi ha guardato dritto negli occhi e ha bisbigliato qualcosa in romeno: “Tu sei mio adesso”. Non so esattamente cosa significasse, ma il tono era chiaro: non era una domanda, era un ordine.
Dopo, siamo rimasti così per qualche secondo, lei ancora sopra di me, il suo peso che mi schiacciava, il suo respiro che rallentava. Poi si è tirata via, si è rivestita con la camicia da notte e, senza dire altro, è uscita dalla stanza, lasciandomi lì, nudo e con la testa che girava. Da quel weekend, ogni volta che arrivo a casa di mio nonno, so che lei mi sta aspettando. Non c’è bisogno di parole: appena entro, vedo nei suoi occhi quella fame, e so che è già bagnata, pronta a ricominciare tutto da capo.
