Il soggiorno estivo
Sono Marinella, ho 52 anni e, diciamocelo, non sono esattamente un fiorellino. Sono grassoccia, con le tette pesanti che ormai pendono come sacchetti pieni d’acqua, e le smagliature che mi segnano la pancia e le cosce come una mappa di strade storte. Mio marito è morto otto anni fa, e da allora vivo da sola in questa vecchia casa in campagna, circondata da campi e silenzio. Non è che mi lamento, ma ci sono giorni in cui mi guardo allo specchio e penso: “Ma chi cavolo ti vorrebbe?”. Poi mi faccio una risata amara e tiro avanti.
Quest’estate, però, la routine è cambiata. Mio nipote, Luca, vent’anni, è arrivato a stare da me per un mese. I suoi genitori sono all’estero per lavoro, e lui non aveva dove andare. “Zia, non ti darò fastidio,” mi ha detto con quel sorrisetto da ragazzino che sa di poterti fregare. È alto, magro ma muscoloso, con i capelli scuri sempre spettinati e un’aria da stronzo che non so se mi irrita o mi intriga. Non ci pensavo nemmeno a certe cose, giuro, fino a quel giorno.
Era una sera afosa, di quelle che ti fanno appiccicare la camicia da notte alla pelle. Stavo mettendo via i piatti quando ho sentito l’acqua della doccia scorrere nel bagno al piano di sopra. Non so perché, ma sono salita piano, senza fare rumore. La porta era socchiusa, e l’ho visto. Luca era lì, nudo, sotto il getto, con l’acqua che gli scivolava lungo la schiena e quel culo sodo che sembrava scolpito. Ho sentito un caldo improvviso tra le gambe, un desiderio che non provavo da anni. Mi sono odiata per quello. “Che schifezza sei, Marinella,” ho pensato, stringendo i pugni. È mio nipote, per l’amor del cielo. Ma non riuscivo a staccare gli occhi. Sono scesa di corsa, con il cuore che mi batteva forte, e ho provato a ignorare tutto.
Le notti successive sono state un inferno. Facevo fatica a dormire, con quel caldo soffocante e i pensieri che mi giravano in testa. Ogni volta che lo vedevo girare per casa in canottiera e pantaloncini, con quelle braccia definite e quel modo di guardarmi che sembrava quasi sfacciato, sentivo una fitta nello stomaco. Cercavo di evitarlo, di tenermi impegnata con le faccende, ma era come se il mio corpo mi tradisse. E poi, una notte, è successo.
Saranno state le due, non riuscivo a prendere sonno. La finestra era aperta, ma non entrava un filo d’aria. Ero stesa sul letto, in una canottiera leggera e mutande, sudata come una bestia, quando ho sentito la porta della mia camera aprirsi piano. Mi sono tirata su di scatto, con il cuore in gola. Era Luca, nudo, con solo un asciugamano legato in vita che gli copriva a malapena l’inguine. “Zia, non riesco a dormire per il caldo,” ha detto con voce bassa, quasi un sussurro, ma c’era qualcosa nei suoi occhi che non mi piaceva. O forse mi piaceva troppo.
“Torna in camera tua,” gli ho detto, cercando di sembrare decisa, ma la voce mi tremava. “Non fare il cretino, Luca.”
Lui non ha detto niente, si è avvicinato al letto con un passo lento, come un predatore. Ho provato a spostarmi, a mettere un cuscino tra noi, ma lui ha lasciato cadere l’asciugamano e mi è salito sopra, senza chiedere, senza esitare. Il suo peso mi ha schiacciata contro il materasso, e ho sentito il suo odore, un misto di sudore e sapone. “Luca, no, smettila,” ho mormorato, con le lacrime che mi bruciavano gli occhi. Ma lui mi ha ignorata, le sue mani ruvide mi hanno sollevato la canottiera, esponendo le mie tette pesanti e piene di smagliature. Mi sono sentita nuda in tutti i sensi, vulnerabile, ma allo stesso tempo quel contatto mi stava facendo impazzire.
Le sue mani mi hanno accarezzato il seno, stringendo forte, e ho sentito i capezzoli indurirsi sotto le sue dita. Ha abbassato la testa, prendendone uno in bocca, succhiando con una voracità che mi ha fatto sfuggire un gemito. “Cazzo, zia, sei così morbida,” ha mormorato contro la mia pelle, e quelle parole mi hanno colpita come un pugno. Ho cercato di spingerlo via, ma le mie mani tremavano, e una parte di me non voleva davvero che smettesse. Mi ha baciato il collo, mordicchiando piano, mentre con una mano scendeva verso le mie mutande. Le ha tirate giù con un gesto secco, e ho sentito l’aria calda sulla mia figa, già bagnata nonostante tutto.
“Luca, ti prego,” ho sussurrato, ma non sapevo nemmeno io se intendevo “smettila” o “continua”. Lui ha infilato una mano tra le mie cosce, sfiorandomi con le dita, e ho chiuso gli occhi, lasciandomi andare a quella sensazione. Mi ha toccata con una lentezza che era quasi una tortura, strofinando il pollice sul clitoride mentre due dita entravano dentro di me, muovendosi piano ma con decisione. Ho sentito il mio corpo rispondere, i fianchi che si alzavano da soli, e ho odiato me stessa per questo. Ma non riuscivo a fermarmi.
Dopo un po’, si è tirato indietro, e ho aperto gli occhi per guardarlo. Era in ginocchio tra le mie gambe, il suo cazzo duro e teso davanti a me, con la punta già lucida. Era grosso, più di quanto mi aspettassi, e per un attimo ho avuto paura. “Non so se ce la faccio,” ho detto, con la voce rotta. Lui mi ha guardata con un sorrisetto. “Tranquilla, zia, ci andiamo piano.” Ma non c’era niente di tranquillo nel modo in cui mi ha afferrata per i fianchi, sollevandomi leggermente per mettersi nella posizione giusta.
Mi ha penetrata lentamente, centimetro per centimetro, e ho sentito una fitta di dolore misto a piacere. Era tanto tempo che non lo facevo, e il mio corpo sembrava non essere pronto, ma lui non si è fermato. “Cazzo, sei stretta,” ha grugnito, spingendo più a fondo. Ho pianto piano, mordendomi il labbro per non fare rumore, ma mentre lui iniziava a muoversi, un ritmo lento e pesante, quel dolore si è trasformato in qualcosa di diverso. Ogni spinta era un colpo che mi scuoteva tutta, facendomi rimbalzare le tette sul petto. Il letto cigolava sotto di noi, e il suono del nostro sudore che si mescolava, della sua pelle che sbatteva contro la mia, riempiva la stanza.
“Più forte,” ho detto all’improvviso, quasi senza rendermene conto, con la voce che mi usciva in un mugolio. Lui ha sorriso, un sorriso da bastardo, e ha aumentato il ritmo, afferrandomi le cosce e spalancandole di più. Mi ha scopata con una brutalità che mi faceva male e mi faceva godere allo stesso tempo. Sentivo il suo cazzo entrare e uscire, ogni colpo che mi riempiva completamente, e il mio corpo che si abbandonava a lui. “Così, zia, dimmi che ti piace,” ha detto tra un respiro e l’altro, e io non ho potuto fare altro che annuire, con i gemiti che mi sfuggivano dalla bocca.
Abbiamo continuato per quella che mi è sembrata un’eternità, sudati, appiccicosi, con l’odore del sesso che impregnava l’aria. Alla fine, lui ha dato un’ultima spinta profonda, grugnendo mentre veniva dentro di me, e io ho sentito un’ondata di calore che mi ha travolta, facendomi tremare sotto di lui. È rimasto sopra di me per un attimo, ansimando, prima di scivolare via e sdraiarsi accanto a me. Nessuno dei due ha detto nulla, il silenzio rotto solo dal nostro respiro pesante.
La mattina dopo, mi sono svegliata con un senso di vuoto nello stomaco. Mi sono tirata su, ancora dolorante tra le gambe, e sono scesa in cucina. Luca era già lì, in pantaloncini e maglietta, che preparava il caffè come se niente fosse. “Buongiorno, zia,” ha detto con un sorriso normale, porgendomi una tazza. Io sono arrossita, incapace di guardarlo negli occhi, ma dentro di me lo sapevo. Quest’estate non sarà solo afa e campi. Ogni volta che lui vorrà, io ci sarò.
