Perdonami padre perché ho peccato
Don Simone, 41 anni, era un uomo che sembrava scolpito da un blocco di granito. Alto, massiccio, con spalle larghe e braccia così muscolose che le vene sembravano corde pronte a scoppiare. Il petto peloso, nero come la pece, spuntava appena dal colletto della tonaca, e le mani erano ruvide, da falegname, non certo da prete. Ma dietro quella stazza da orso c’era un uomo che si odiava con ogni fibra del suo essere. Ogni sera, nella solitudine della sua stanzetta in canonica, si toccava furiosamente, con la mente invasa da immagini di seminaristi, quei ragazzi giovani e fragili che avrebbe dovuto guidare verso Dio. E invece, li desiderava. Li voleva. E si disprezzava per questo.
La parrocchia era un edificio vecchio, con pavimenti che scricchiolavano e un confessionale di legno mezzo marcio, che sembrava pronto a crollare al primo colpo di tosse. Era lì che, una sera di novembre, con il freddo che mordeva le ossa, arrivò Matteo. Diciannove anni, magrissimo, con le spalle strette e le mani che tremavano mentre si avvicinava al confessionale. Era un seminarista, uno di quelli nuovi, ma aveva già deciso di mollare tutto. Si sentiva sporco, sbagliato, come se il peccato gli scorresse nelle vene invece del sangue. La tonaca gli stava larga, il viso pallido era scavato, e gli occhi verdi brillavano di un misto di paura e disperazione.
Don Simone lo vide entrare nella penombra della chiesa, illuminata solo da qualche candela. Il ragazzo si inginocchiò dall’altro lato del confessionale, e la sua voce uscì come un sussurro spezzato. “Padre, devo confessarmi. Non ce la faccio più.”
Simone si passò una mano sulla barba ispida, sentendo già il calore salirgli lungo la schiena. “Parla, ragazzo. Dimmi tutto.” La sua voce era roca, profonda, quasi un ringhio. Matteo iniziò a raccontare, con frasi spezzate, di come si sentisse inadatto, di come il suo corpo lo tradisse con pensieri impuri. Ogni parola era un colpo per Simone, che stringeva i pugni sotto la tonaca, sentendo il desiderio montare come una bestia. Si avvicinò di più alla grata, così vicino da sentire l’odore del ragazzo, un misto di sapone e sudore. “Vieni qui,” disse alla fine, con un tono che non ammetteva repliche. “Entra dal mio lato.”
Matteo esitò, il cuore che gli martellava nel petto. Ma qualcosa nella voce di Don Simone, qualcosa di pericoloso e magnetico, lo spinse a obbedire. Aprì la porticina e si trovò davanti al prete, che torreggiava su di lui come una montagna. La luce fioca illuminava i peli sul petto di Simone, il sudore che gli colava lungo il collo. Matteo fece un passo indietro, ma il prete lo afferrò per un braccio, stringendo con forza. “Non scappare. Hai bisogno di essere liberato, no?” disse, con un ghigno che non aveva niente di paterno.
Lo spinse contro la grata del confessionale, il legno che scricchiolava sotto il peso. Matteo trattenne il fiato, il cuore che gli esplodeva, mentre le mani di Simone gli afferravano la tonaca. Con un gesto secco, il prete gliela strappò, lasciando il ragazzo in mutande, il corpo magro e pallido che tremava nell’aria gelida. “Padre… cosa fai?” balbettò Matteo, ma la sua voce era debole, incerta. Dentro di sé, una parte di lui lo voleva. Una parte di lui desiderava essere punito, sporcato, distrutto.
Simone non rispose. Gli girò le mani dietro la schiena, tenendolo fermo, e si abbassò per annusargli il collo. “Hai un odore di paura, ragazzo,” mormorò, la bocca vicina alla sua pelle. Con una mano gli strinse i fianchi ossuti, con l’altra gli abbassò le mutande, lasciandolo nudo contro la grata. Matteo chiuse gli occhi, il respiro corto, mentre sentiva le dita ruvide di Simone scivolargli lungo la schiena, scendere sempre più in basso. Poi, senza preavviso, senza un minimo di preparazione, il prete gli infilò tre dita nel culo, secche, senza sputo, senza niente. Matteo urlò, un suono strozzato che echeggiò nella chiesa vuota, ma Simone gli tappò la bocca con l’altra mano. “Zitto. Questo è il tuo perdono.”
Le dita si muovevano dentro di lui, ruvide, invadenti, allargandolo senza pietà. Matteo si contorceva, le gambe che tremavano, ma il prete lo teneva fermo, schiacciandolo contro il legno. Il dolore era acuto, bruciante, ma sotto c’era qualcos’altro, un calore che gli risaliva lungo la spina dorsale. Simone grugnì, tirando fuori le dita con un suono umido, e si slacciò la tonaca con mani frettolose. Il suo cazzo era già duro, grosso, con le vene pulsanti, e lo strofinò contro il sedere di Matteo, facendolo sobbalzare. “Lo senti? Questo è quello che meriti,” disse, la voce carica di una rabbia che sembrava rivolta più a sé stesso che al ragazzo.
Poi, senza altri preamboli, lo penetrò. Lo prese in piedi, tenendolo per i fianchi con una forza brutale, spingendosi dentro di lui con un movimento lento ma inesorabile. Matteo gridò di nuovo, le unghie che graffiavano il legno del confessionale, ma Simone non si fermò. Gli mordeva il collo, i denti che affondavano nella pelle fino a lasciare lividi viola, mentre lo scopava con spinte sempre più profonde. Il suono dei loro corpi che si scontravano riempiva la chiesa, un ritmo osceno, accompagnato dal respiro affannoso di entrambi. L’odore di sudore e sesso saturava l’aria, e Matteo, tra un gemito e un singhiozzo, iniziò a mormorare: “Perdonami, Padre… perdonami, Padre…” La sua voce era spezzata, quasi una preghiera, mentre il suo corpo cedeva al piacere, venendo senza nemmeno toccarsi, il liquido caldo che gli colava lungo le cosce.
Simone lo sentì stringersi attorno a lui, e con un ultimo affondo, un grugnito animalesco, gli venne dentro, riempiendolo con getti caldi e appiccicosi. Rimase fermo per un momento, il fiato corto, il cuore che gli batteva nelle orecchie, mentre Matteo tremava sotto di lui, le gambe che quasi cedevano. Poi, senza una parola, lo tirò via dalla grata e lo fece cadere a terra. Matteo era un mucchio di ossa e pelle, il respiro ancora irregolare, il collo segnato dai morsi. Simone si abbassò, si tolse gli slip sudati e glieli infilò in bocca con un gesto secco. “Dormi qui, in sacrestia. Sul pavimento. E non dire una parola,” ordinò, la voce fredda, priva di emozione.
Matteo lo guardò con occhi vitrei, troppo sconvolto per reagire, mentre il prete si tirava su la tonaca e si allontanava verso l’uscita della sacrestia. Il ragazzo rimase lì, nudo, con il sapore di sudore e tessuto in bocca, il corpo ancora scosso da ciò che era appena successo. Ma dentro di lui, in un angolo oscuro della sua mente, c’era una strana calma. Come se, per la prima volta, si fosse davvero liberato di qualcosa.
