Racconti Piccanti
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Sveltina di gruppo nel capannone

Sveltina di gruppo nel capannone

12 Marzo 2026·7 min di lettura

Laura aveva 31 anni, un corpo ancora sodo nonostante le ore sedute dietro una scrivania, e una voglia che le bruciava dentro da troppo tempo. Faceva la segretaria in un’azienda di logistica, un posto grigio e noioso dove l’unico brivido era il caffè della macchinetta che ogni tanto scottava. Suo marito Marco, 38 anni, era un tipo qualunque: capelli radi, pancetta da birra, e una libido che sembrava essersi spenta anni fa. A letto era un disastro, due minuti di sbuffi e via, lasciandola sempre a metà strada. Laura ci aveva provato a parlargli, a stuzzicarlo, ma niente. Lui si giustificava con lo stress, il lavoro, la stanchezza. E lei, giorno dopo giorno, si sentiva sempre più un vulcano pronto a esplodere.

Quella sera, l’azienda era deserta. Laura era rimasta fino a tardi per sistemare dei documenti, un favore al capo che le aveva promesso un giorno libero. Il capannone abbandonato sul retro, un vecchio deposito ormai in disuso, era il posto dove alcuni operai si ritrovavano a fine turno per bere una birra e fumare una sigaretta lontano da occhi indiscreti. Erano in cinque quella sera, tra i 25 e i 45 anni, facce ruvide, mani sporche di grasso, camicie sudate appiccicate alla pelle. Laura li aveva incrociati mentre usciva, con la borsa a tracolla e i tacchi che risuonavano sul pavimento di cemento. “Ehi, bellezza, vieni a bere qualcosa con noi?” aveva detto uno, un tipo con la barba ispida e un ghigno sfacciato. Lei aveva esitato, un misto di fastidio e curiosità. “Non sono dell’umore,” aveva risposto, ma la sua voce tradiva una nota di incertezza. Marco l’aspettava fuori, in macchina, come ogni sera. Lo vedeva attraverso il cancello, impaziente, tamburellando sul volante. Però quegli occhi che la fissavano, quei sorrisi sporchi, le avevano fatto scattare qualcosa dentro. “Solo un sorso, dai,” aveva insistito un altro, un ragazzo giovane con i muscoli tesi sotto la maglietta. Laura aveva sospirato, si era guardata intorno, poi aveva scrollato le spalle. “Va bene, ma due minuti.”

Dentro il capannone c’era puzza di olio motore e sudore. Una lampadina fioca penzolava dal soffitto, illuminando un tavolo da lavoro coperto di polvere e lattine vuote. Laura si era appoggiata al bordo, incrociando le braccia, sentendosi fuori posto ma anche stranamente eccitata. Gli operai le giravano intorno, offrendole una birra, facendo battute grezze. “Tuo marito ti tiene corta, eh?” aveva detto il barbuto, ridendo. Lei aveva storto il naso ma non aveva negato. Marco, fuori, aveva iniziato a suonare il clacson, e uno degli operai aveva aperto la porta per urlargli di pazientare. “Portalo dentro, no?” aveva proposto un altro, un tipo massiccio con una cicatrice sulla guancia. Laura aveva riso, un po’ nervosa. “Non ci sta, fidati.” Ma il pensiero di Marco che la vedeva lì, in mezzo a quei cinque, le aveva mandato un brivido lungo la schiena. Lo avevano trascinato dentro quasi di peso, lui che protestava, rosso in faccia. “Che cazzo fate? Laura, andiamo via!” aveva ringhiato. Ma lei non si era mossa. Lo aveva guardato, con un sorrisetto provocatorio, e aveva bevuto un sorso di birra. “Rilassati, stiamo solo chiacchierando.”

La tensione era salita piano, come un fuoco che cova sotto la cenere. Uno degli operai, il più giovane, le aveva messo una mano sulla spalla, scherzando, ma il tocco era durato troppo. Laura non si era tirata indietro, anche se il cuore le batteva forte. Marco, seduto su una cassa, la fissava con occhi di fuoco, ma non diceva niente. Lei sentiva il calore della mano attraverso la camicetta, e dentro di sé combatteva tra la rabbia verso il marito – che non la toccava da mesi – e una voglia selvaggia di lasciarsi andare. “Non è niente di che,” si diceva, ma quando un altro operaio, il massiccio, le aveva sfiorato la vita per spostarla e prendere un’altra birra, lei aveva sentito un fremito tra le gambe. “Smettila di guardarmi così, Marco,” aveva sbottato a un certo punto, vedendo l’espressione del marito. “Non sto facendo niente di male.” Ma il tono era una sfida, e lo sapevano tutti.

Le mani avevano iniziato a vagare, prima timide, poi più sfacciate. Il barbuto le aveva slacciato un bottone della camicetta, ridendo come se fosse un gioco. “Vediamo che nascondi qui sotto,” aveva detto, e lei, invece di fermarlo, aveva riso anche lei, un po’ ubriaca, un po’ eccitata. Marco si era alzato, furioso, ma due operai lo avevano spinto giù. “Siediti, fai il bravo,” gli avevano detto. Laura si era lasciata spogliare, un pezzo alla volta, fino a rimanere in mutande e reggiseno, la pelle d’oca per il freddo del capannone ma anche per l’adrenalina. Il giovane le aveva accarezzato il fianco, scendendo verso il bordo delle mutande, e lei aveva chiuso gli occhi, mordendosi un labbro. “Non dovrei,” aveva pensato, ma il desiderio la stava mangiando viva. Marco la guardava, muto, il volto una maschera di rabbia e umiliazione.

I preliminari erano stati lenti, quasi provocatori. Il barbuto le aveva sfilato il reggiseno, lasciando che i suoi seni pieni, con i capezzoli già duri, fossero esposti a tutti. “Cazzo, guardate che roba,” aveva detto, e gli altri avevano riso, avvicinandosi. Uno le aveva preso un seno in bocca, succhiando con forza, mentre un altro le aveva abbassato le mutande, scoprendo il suo sesso già bagnato. Laura aveva ansimato, le gambe tremanti, mentre mani ruvide le esploravano il corpo. Il massiccio le aveva infilato due dita dentro, senza tanti complimenti, facendola gemere. “Sei fradicia, eh?” aveva grugnito, e lei aveva annuito, senza vergogna. Il giovane le aveva girato la testa e l’aveva baciata, infilandole la lingua in bocca, mentre un altro le palpava il culo, allargandole le natiche. Marco era lì, a pochi metri, e il suo sguardo era un misto di disgusto e qualcosa che Laura non si aspettava: eccitazione. Lo vedeva stringere i pugni, ma anche aggiustarsi i pantaloni, come se non potesse farci niente.

Poi l’avevano sollevata e stesa sul tavolo da lavoro, nuda, le gambe aperte. Il freddo del legno contro la schiena la faceva rabbrividire, ma non aveva tempo di pensarci. Il barbuto era stato il primo, tirandosi fuori l’uccello già duro dai pantaloni sporchi. Era grosso, venoso, e Laura aveva deglutito, un po’ spaventata ma anche impaziente. “Piano, eh,” aveva detto, ma lui aveva ghignato. “Tranquilla, ci divertiamo.” Si era posizionato tra le sue cosce, sfregandosi contro di lei prima di spingerlo dentro, lento ma deciso. Laura aveva urlato, un misto di dolore e piacere, mentre lui iniziava a muoversi, sbattendola con forza. “Cazzo, sei stretta,” aveva ringhiato, e lei si era aggrappata ai bordi del tavolo, gemendo a ogni colpo. Gli altri guardavano, alcuni con il cazzo già in mano, aspettando il loro turno. L’odore di sudore e sesso riempiva l’aria, insieme ai suoni dei loro respiri pesanti e dei colpi ritmici. Marco era immobile, ma Laura aveva notato che si era slacciato i pantaloni e si stava toccando, il volto contorto in una smorfia di vergogna e desiderio.

Uno dopo l’altro, si erano alternati. Il giovane l’aveva presa in bocca, spingendole la testa verso il basso mentre lei lo succhiava, sputando e tossendo ma senza fermarsi. “Brava, così,” le diceva, e lei si sentiva sporca, usata, ma viva come non mai. Il massiccio l’aveva girata a pecorina, sul tavolo, e le aveva sputato sul culo prima di infilarlo dentro, senza preavviso. Laura aveva urlato, stringendo i denti, ma dopo qualche spinta il dolore si era mescolato a un piacere strano, profondo. “Ti piace, troia?” aveva grugnito lui, e lei aveva annuito, ansimando. Gli altri due l’avevano presa a turno nella fica, uno dopo l’altro, mentre il barbuto era tornato per sborrarle sulle tette, il liquido caldo che le colava sul petto. Alla fine, il giovane le aveva finito in faccia, schizzandole sugli occhi e sul naso, mentre lei rideva, un riso isterico, quasi folle. Marco, in un angolo, si era venuto nei pantaloni, senza dire una parola.

Laura, ancora stesa sul tavolo, ansimava, il corpo coperto di sudore e sperma, le tette e la faccia imbrattate. Si era tirata su, barcollando, e aveva guardato Marco con un sorriso storto, gli occhi lucidi. “Da domani vieni a prendermi alle otto… o non venire proprio,” aveva detto, la voce roca, tra una risata e un singhiozzo. Lui non aveva risposto, aveva solo abbassato lo sguardo, mentre gli operai si rivestivano, ridendo e dandosi pacche sulle spalle.

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