Racconti Piccanti
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Il cazzetto del camping festival

Il cazzetto del camping festival

11 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono Marco, ho 26 anni, e vi racconto una storia che mi è successa quest’estate. Non è una di quelle cose che si dimenticano facile, ve lo giuro. È iniziato tutto a un festival di musica in un camping del cazzo in mezzo al nulla, uno di quei posti pieni di tende, fango e gente strafatta. Eravamo io e i miei amici di sempre, quattro deficienti che conosco da quando ero ragazzino: Luca, Davide, Fede e Simo. Abbiamo preso una tenda piccola, di quelle che a malapena ci stavamo in cinque, e siamo partiti per tre giorni di concerti, birra e casino.

Il primo giorno è andato liscio, più o meno. Abbiamo montato la tenda, bevuto come spugne e ballato sotto il palco fino a tardi. Il problema è iniziato il giorno dopo, nelle docce comuni del camping. Sono uno che si fa i cazzi suoi, sempre stato così, ma lì non c’è privacy manco a pagarla. Ti spogli davanti a tutti, punto. Io ho sempre avuto un po’ di paranoia per il mio pisello. Non è che sia microscopico, eh, ma diciamo che non è niente di che, piccolo e basta. Di solito lo nascondo bene, ma quel giorno, mentre mi cambiavo vicino alla tenda, Luca mi ha beccato. Stavo tirando su i boxer, e lui, con quella faccia da stronzo, scoppia a ridere come un matto. “Ma che cazzo è quello, Marco? Un pisello da passerotto?” Non c’è stato verso di farlo smettere. In dieci minuti lo sapevano tutti, e non la finivano più di sfottere. “Marco, ma ci scopi con quello o ci fai i nodi?” Ridevano come iene, e io facevo finta di niente, ma dentro mi rodeva.

La cosa è peggiorata durante il festival. C’era un concerto fighissimo la sera, un sacco di gente, e noi dovevamo tenere il posto vicino al palco. Posti in piedi, ovvio, ma i miei amici hanno avuto l’idea del cazzo di usarmi come “cuscino”. “Tanto sei basso, Marco, sdraiati qui che ci poggi i piedi sopra.” Io, idiota, per non fare il guastafeste, mi sono messo giù, nudo sotto una coperta leggera, con loro che mi appoggiavano i piedi sudati sulla schiena. E giù a ridere: “Marco è il nostro pogger piedi, col cazzetto non pogga niente!” La gente intorno ci guardava, qualcuno rideva pure con loro. Io stavo zitto, ma dentro sentivo una roba strana, un misto di vergogna e una specie di eccitazione del cazzo, come se farmi umiliare così mi accendesse qualcosa.

La tensione è salita piano piano. Durante il giorno, mentre giravamo per il festival, i ragazzi continuavano a fare battute sul mio pisello. Ogni scusa era buona. Se vedevo una ragazza carina, Davide mi faceva: “Lasciala stare, Marco, che con quello non la fai nemmeno sorridere.” Oppure Simo, con un ghigno: “Al massimo puoi leccarle i piedi, altro non combini.” Non so perché, ma quelle parole, invece di farmi incazzare e basta, mi facevano girare la testa. Era come se mi stessi abituando a ‘sta umiliazione, come se mi piacesse sentirmi il loro zimbello. Ogni sguardo, ogni risata, mi faceva venir voglia di vedere fin dove sarebbero arrivati.

La sera, dopo il concerto, siamo tornati alla tenda. Eravamo tutti stanchi morti, pieni di birra e con i piedi che puzzavano da fare schifo dopo ore di salti e camminate. Ci siamo infilati nella tenda, stretti come sardine, e Luca ha tirato fuori l’idea: “Marco, visto che sei il nostro pogger piedi, massaggiaci un po’. Dai, che siamo distrutti.” Io, con un sorrisetto amaro, ho detto: “Ma andate a cagare.” Ma loro insistevano, e alla fine ho ceduto. Mi sono messo a massaggiare i piedi sudati di tutti, uno per uno, mentre loro si rilassavano e raccontavano di chi avevano rimorchiato o di chi volevano scoparsi. Ogni tanto buttavano lì una battuta: “Tu al massimo lecchi, Marco, non ti allargare.” E io, con le mani piene di sudore loro, sentivo il sangue che mi ribolliva. Non era solo umiliazione, cazzo, era come se mi stesse piacendo sentirmi così, il loro giocattolo. L’odore forte dei piedi, il calore della tenda, le loro risate, tutto mi stava mandando fuori di testa.

Ma non era ancora finita. La cosa si è scaldata per davvero quando, verso mezzanotte, sono arrivate due ragazze che avevamo conosciuto al concerto. Si erano fermate a chiacchierare con noi prima, e ora erano tornate perché avevano sentito le storie sul “famoso pisellino” di Marco. Una delle due, una bionda con un sorrisetto da stronza, ha detto: “Allora, ce lo fai vedere o no? Siamo curiose.” Io sono diventato rosso come un peperone, ma i miei amici sono scoppiati a ridere e mi hanno spinto a farlo. “Dai, Marco, non fare il timido, falle contente.” Dentro di me c’era un casino, un misto di vergogna e voglia di stare al gioco. Alla fine, con il cuore che mi batteva a mille, ho abbassato i boxer quel tanto che bastava. Loro due si sono messe a ridere, ma non in modo cattivo, più tipo “oh, cazzo, è vero!” E una ha detto: “Piccolo ma carino, dai, non è così male.”

Da lì, la situazione è decollata. Siamo finiti tutti a bere e chiacchierare nella tenda, e l’aria si è fatta pesante. La bionda, che si chiamava Sara, ha iniziato a guardarmi in un modo che non riuscivo a ignorare. A un certo punto mi si è avvicinata e mi ha messo una mano sulla coscia, come per caso. “Sai, Marco, non è la dimensione che conta, ma come lo usi.” Io non ci credevo, ma il suo tocco mi stava facendo impazzire. Le sue dita si muovevano piano, sempre più in alto, fino a sfiorarmi i boxer. Sentivo il cazzo che iniziava a tirare, piccolo o no, e il respiro mi si è fatto corto. Gli altri continuavano a chiacchierare, ma io e lei ci guardavamo e basta. Poi mi ha baciato, lento, con la lingua che mi cercava subito. Sapeva di birra e fumo, ma cazzo, era bollente. Le sue mani mi stringevano il collo, poi sono scese sotto la maglietta, grattandomi piano la schiena. Io le ho messo una mano sul fianco, sentendo la sua pelle calda sotto la canottiera. Ogni tanto sentivo uno dei miei amici ridere o fare un commento, ma non me ne fregava niente.

Siamo andati avanti così per un po’, con i baci che diventavano sempre più bagnati e rumorosi. Le sue mani sono finite dentro i miei boxer, e ha iniziato a toccarmi piano, stringendo appena. “Non è male, sai?” ha sussurrato, con un sorrisetto. Io le ho tirato su la canottiera, scoprendo il reggiseno nero, e ho iniziato a baciarle il collo, scendendo piano verso il petto. Sentivo l’odore della sua pelle, un misto di sudore e profumo da due soldi, e mi faceva girare la testa. Le ho slacciato il reggiseno con mani tremanti, e quando ho visto i suoi capezzoli duri, non ho resistito. Li ho leccati piano, sentendo il sapore salato della sua pelle, mentre lei mi stringeva i capelli e faceva dei versi bassi, quasi dei gemiti.

A un certo punto ci siamo sdraiati nella tenda, con gli altri che fingevano di non guardarci ma si vedeva che erano curiosi. Lei mi ha tirato giù i boxer del tutto, e io le ho abbassato i pantaloncini. Non c’era più niente da nascondere. Mi ha preso il cazzo in mano, accarezzandolo piano, mentre io le infilavo le dita sotto le mutandine. Era già bagnata fradicia, e il calore lì sotto mi faceva impazzire. Ho iniziato a muovere le dita, sentendo come si contraeva ogni volta che toccavo il punto giusto. Lei ansimava, con la bocca vicino al mio orecchio, e mi sussurrava porcate tipo: “Dai, Marco, fammi vedere che sai fare.”

Quando siamo passati al dunque, ero così eccitato che quasi non ci credevo. Si è messa sopra di me, con le ginocchia ai lati dei miei fianchi, e si è abbassata piano. Sentivo il suo calore che mi avvolgeva, stretto e bagnato, e ho dovuto stringere i denti per non venire subito. Lei si muoveva lenta, su e giù, con le mani appoggiate sul mio petto. Ogni movimento era uno schiaffo di carne contro carne, un rumore bagnato che riempiva la tenda. Io le stringevo i fianchi, cercando di seguire il suo ritmo, e sentivo il sudore che ci colava addosso. Ogni tanto buttava la testa indietro e gemeva, un suono roco che mi mandava fuori di testa. “Cazzo, sì, continua,” mi diceva, e io pompavo più forte, sentendo il suo corpo che tremava sopra di me.

Gli altri, a quel punto, non potevano più far finta di niente. Ogni tanto sentivo una risata o un commento tipo “Marco, non ci credo, ce l’hai fatta!” Ma non me ne fregava un cazzo. Ero concentrato su di lei, sul suo odore di sesso e sudore, sul modo in cui il suo corpo si muoveva sopra il mio. Abbiamo cambiato posizione, mettendoci di lato, con me dietro di lei. Le ho sollevato una gamba e sono entrato di nuovo, spingendo piano ma profondo. Sentivo il suo culo contro di me, morbido e caldo,

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