Fottuti dal bisogno di noi due
Sono Sara, ho 34 anni e la mia vita è andata a puttane. Divorziata da sei mesi, con una bimba di tre anni che mi succhia ogni energia, e un ex che non paga nemmeno gli alimenti. Mio fratello Matteo, 36 anni, non sta meglio: anche lui fresco di separazione, due figli piccoli, e un lavoro da muratore che lo spacca in due. Ci siamo sempre capiti, io e lui. Da ragazzini ci tiravamo fuori dai casini a vicenda: lui mi copriva quando uscivo di nascosto, io mentivo ai nostri genitori per lui. Così, quando ci siamo ritrovati entrambi nella merda, abbiamo deciso di vivere insieme. Una casa in affitto, spese divise, e i bambini che giocano mentre noi cerchiamo di non impazzire. Risparmiamo soldi, ci aiutiamo con i turni, e proviamo a non crollare.
All’inizio era tutto normale. La casa è piccola, due camere, un salotto con cucina a vista. I bimbi dormono presto, e la sera io e Matteo ci sediamo sul divano, esausti. Parliamo dei nostri ex, delle bollette, delle stronzate che ci fanno incazzare. Abbiamo sempre avuto un rapporto stretto, ma mai strano, mai ambiguo. Però, cazzo, la solitudine ti frega. Dopo un po’ inizi a cercare un contatto, qualcosa che ti ricordi che esisti, che non sei solo un genitore o un fallito. È iniziato tutto con un massaggio. Una sera, avevo la schiena distrutta dopo aver sollevato scatole al lavoro. Gliel’ho chiesto senza pensarci: “Matteo, mi fai due minuti alle spalle? Sto da schifo.” Lui ha riso, ha detto “Va bene, ma non lamentarti se ti faccio male.” Mi sono seduta davanti a lui sul divano, e le sue mani ruvide hanno iniziato a premere. Era bello, troppo bello. Sentivo il calore delle sue dita, il sollievo nei muscoli tesi. Poi, senza che me ne accorgessi, le sue mani sono scese un po’ più in basso, sotto la maglietta, sulla pelle nuda. Ho sentito un brivido, ma non ho detto nulla. Non volevo che smettesse. E lui non ha smesso.
Da quella sera, i massaggi sono diventati una cosa fissa. Ogni tanto ero io a chiederglielo, altre volte era lui a offrirsi. “Dai, sorellina, rilassati un po’.” E io mi lasciavo andare. Le sue mani iniziavano sempre innocenti, sulle spalle, sul collo, ma poi scivolavano. Sentivo le sue dita sulla schiena, sui fianchi, e ogni volta il cuore mi batteva più forte. Non parlavamo di quello che stava succedendo. Era come se ci fosse un accordo tacito: facciamo finta che sia normale. Ma dentro di me lo sapevo che non lo era. Mi sentivo una stronza, una pervertita, ma allo stesso tempo non riuscivo a smettere di desiderarlo. Era mio fratello, cazzo, ma era anche l’unica persona che mi capiva, che mi faceva sentire al sicuro. E io avevo bisogno di sentirmi così, almeno per un momento.
Una sera, dopo che i bimbi erano a letto, ci siamo ritrovati sul divano come al solito. Ero stanca morta, avevo litigato con il capo al lavoro, e lui aveva avuto una giornata di merda in cantiere. Abbiamo aperto una birra a testa, e dopo un po’ gli ho chiesto un massaggio. Mi sono messa davanti a lui, ho tirato su la maglietta appena sopra la vita, e ho chiuso gli occhi. Le sue mani erano calde, forti, e come sempre hanno iniziato a scendere. Ma quella volta è stato diverso. Ha sfiorato i fianchi, poi è tornato su, e con un dito ha seguito la linea della colonna. Ho sentito un calore tra le gambe, un bisogno che non provavo da mesi. Ho girato la testa verso di lui, e i nostri occhi si sono incontrati. Non so chi ha fatto il primo passo, ma ci siamo avvicinati. Le sue labbra erano a un centimetro dalle mie, e io ho pensato: “Cazzo, non farlo, Sara. Non farlo.” Ma l’ho fatto. L’ho baciato. Un bacio lento, quasi esitante, ma poi è diventato profondo, affamato. La sua lingua nella mia bocca, le sue mani che mi stringevano i fianchi. Ho sentito il cuore che mi esplodeva nel petto, un misto di paura e desiderio che mi faceva tremare. Ci siamo staccati dopo un po’, ansimando, guardandoci negli occhi. “Che cazzo stiamo facendo?” ho sussurrato. Lui ha scosso la testa, con un sorriso amaro. “Non lo so. Ma ne ho bisogno.” E io ho annuito. Perché anch’io ne avevo bisogno.
Da quel bacio, le cose sono cambiate. Le serate non erano più solo massaggi. Ci toccavamo di più, ci cercavamo. Le sue mani sotto la maglietta, le mie che gli sfioravano le braccia, il petto. Ogni tocco era una scossa, un misto di vergogna e piacere. Non ne parlavamo mai, non a parole. Era come se avessimo paura di dire quello che stava succedendo, come se nominarlo lo rendesse reale. Ma i nostri corpi parlavano per noi. Una sera, dopo un altro bacio che mi aveva lasciata senza fiato, ho sentito la sua mano scendere lungo la mia pancia, fino all’elastico dei leggins. Ho trattenuto il respiro, il cuore che mi martellava. “Posso?” ha chiesto con un filo di voce. Ho annuito, incapace di parlare. Le sue dita sono scivolate sotto, sfiorandomi sopra le mutande, e io ho chiuso gli occhi, mordendomi il labbro per non gemere. Era lento, delicato, ma ogni movimento mi faceva impazzire. Mi ha accarezzata per un po’, senza fretta, mentre io mi appoggiavo a lui, con la testa sulla sua spalla. Poi mi ha baciato il collo, e io ho sentito la sua erezione contro la mia schiena. Avrei voluto fermarmi, dirgli di smettere, ma non ci riuscivo. Era troppo bello, troppo necessario.
Abbiamo continuato così per giorni, ogni sera un po’ di più. Le sue mani che esploravano, le mie che lo toccavano. Una sera, dopo che i bimbi dormivano, ci siamo ritrovati sul divano, mezzi nudi. Io in reggiseno e mutande, lui con solo i boxer. Ci siamo guardati, e ho visto nei suoi occhi la stessa voglia che sentivo io. “Vuoi andare avanti?” ha chiesto, con la voce roca. Ho annuito, anche se dentro di me una voce urlava che era sbagliato. Mi ha tolto il reggiseno con mani tremanti, e io ho sentito l’aria fresca sulla pelle, i capezzoli che si indurivano. Mi ha guardata per un momento, poi si è chinato a baciarli. La sua bocca era calda, la sua lingua che girava intorno, e io ho gemuto piano, afferrandogli i capelli. Ha continuato a succhiare, a leccare, mentre con una mano mi accarezzava l’altro seno. Ero bagnata fradicia, lo sentivo, e quando la sua mano è scesa di nuovo sotto le mutande, non ho resistito. “Toccami,” ho sussurrato, e lui l’ha fatto. Le sue dita mi hanno aperta piano, esplorandomi, e io mi sono morsa il labbro per non urlare. Era lento, metodico, come se volesse imparare ogni centimetro di me. Io gli ho messo una mano sui boxer, sentendo quanto era duro. L’ho accarezzato sopra il tessuto, e lui ha emesso un gemito basso, gutturale. “Cazzo, Sara,” ha detto, con la voce spezzata. E io ho sorriso, per la prima volta in settimane.
Quella sera non siamo andati oltre, ma sapevamo entrambi che era solo questione di tempo. Ogni sera ci spingevamo un po’ più in là, fino a quando, una settimana dopo, abbiamo deciso di non fermarci. I bimbi dormivano, la casa era silenziosa. Eravamo sul divano, nudi, con solo una coperta leggera sopra di noi. Ci siamo baciati a lungo, le lingue che si intrecciavano, le mani che esploravano. Gli ho toccato il cazzo, duro e caldo nella mia mano, e lui ha gemuto piano, spingendosi contro di me. “Vuoi?” ha chiesto, guardandomi negli occhi. Ho annuito, anche se una parte di me aveva ancora paura. Mi sono sdraiata sul divano, con lui sopra di me. Mi ha baciata sul collo, sul petto, scendendo piano fino alla pancia. Poi mi ha tolto le mutande, e io ho sentito il suo respiro caldo tra le gambe. Ha iniziato a leccarmi, lento, con la lingua che si muoveva in cerchi, e io ho afferrato la coperta, stringendola forte. “Cazzo, Matteo,” ho sussurrato, e lui ha riso piano contro la mia pelle. Ha continuato per un po’, portandomi quasi al limite, poi si è rialzato, guardandomi. “Sei pronta?” ha chiesto. Ho annuito, e lui si è posizionato tra le mie gambe. L’ho sentito spingere piano, entrando un po’ alla volta, e ho chiuso gli occhi, sentendo ogni centimetro. Era grosso, ma non faceva male; era come se i nostri corpi si conoscessero da sempre. Quando è stato tutto dentro, ha smesso di muoversi per un momento, guardandomi negli occhi. Io gli ho messo le mani sul viso, tenendolo vicino, e lui ha iniziato a muoversi, lento, profondo. Ogni spinta era un’onda, un sollievo che mi faceva tremare. “Ti sento tutta,” ha detto, con la voce roca, e io ho annuito, stringendolo più forte. “Non smettere,” ho sussurrato. E lui non ha smesso.
Abbiamo fatto l’amore per ore, cambiando posizione ma senza mai fretta. A un certo punto ero sopra di lui, con le mani sul suo petto, muovendomi piano mentre lui mi teneva i fianchi. Sentivo il suo cazzo dentro di me, il suo respiro affannoso, l’odore del suo sudore mescolato al mio. “Cazzo, sei bellissima,” ha detto, e io ho sorriso, chinandomi a baciarlo. Poi siamo tornati con lui sopra, le sue spinte che diventavano più forti, più profonde. Ho avvolto le gambe intorno ai suoi fianchi, tirandolo più vicino, e ho sentito l’orgasmo montare, lento ma inevitabile. “Sto per venire,” ho detto, e lui ha annuito, continuando a muoversi. Quando è successo, ho stretto i denti per non urlare, il piacere che mi attraversava come un fulmine. Anche lui è venuto poco dopo, con un gemito basso, svuotandosi dentro di me. Siamo rimasti così per un po’, ansimando, con i corpi appiccicati di sudore. Poi ci siamo spostati sotto le coperte, abbracciati stretti. “Solo noi due ci capiamo,” ha sussurrato lui, e io ho annuito, con la testa sul suo petto. “Solo noi due.”
La mattina dopo, il senso di colpa mi ha colpito come un pugno. Mi sono svegliata con lui ancora vicino, e ho pensato a quello che avevamo fatto. Ero terrorizzata, disgustata da me stessa. Ma allo stesso tempo, non riuscivo a rimpiangerlo. Era stato un rifugio, una bolla in cui il mondo fuori non esisteva. Tuttavia, durante la colazione, mentre i bimbi ridevano e giocavano, ho sentito un nodo allo stomaco. Ho guardato Matteo versare il latte nei bicchieri, con la stessa naturalezza di sempre, come se la notte prima non fosse mai accaduta. Ma nei suoi occhi c’era qualcosa, un’ombra di incertezza, forse lo stesso tormento che provavo io. “Tutto bene?” mi ha chiesto sottovoce, mentre i bambini erano distratti. Ho fatto spallucce, incapace di rispondere. Non sapevo se fosse tutto bene, non sapevo cosa fossimo diventati.
Nei giorni successivi, abbiamo provato a mantenere una parvenza di normalità. Portavamo i bimbi al parco, facevamo la spesa, pagavamo le bollette. Ma ogni sera, quando la casa si quietava, la tensione tornava. Bastava uno sguardo, un tocco accidentale mentre lavavamo i piatti, e il desiderio riaffiorava, più forte di qualsiasi senso di colpa. Una notte, mentre ero in cucina a preparare il pranzo per il giorno dopo, Matteo si è avvicinato. “Non riesco a smettere di pensarci,” ha detto, con la voce bassa, quasi un sussurro. Mi sono girata, il coltello ancora in mano, e l’ho guardato. “Neanche io,” ho ammesso, sentendo il peso di quelle parole. Ci siamo avvicinati, lenti, come se temessimo di romperci. Mi ha preso il viso tra le mani, e ci siamo baciati di nuovo, un bacio disperato, come se fosse l’unico modo per respirare. Abbiamo continuato, sera dopo sera, sempre più dipendenti l’uno dall’altra.
Non so dove ci porterà tutto questo, ma per ora non riesco a smettere. Non voglio smettere. Abbiamo bisogno l’uno dell’altra, in un modo che forse non capirò mai del tutto. Ogni tanto, quando i bimbi dormono e la casa è immersa nel silenzio, mi chiedo cosa succederebbe se qualcuno lo scoprisse. La vergogna mi travolge, ma poi Matteo mi sfiora una mano, o mi guarda in quel modo che solo lui sa fare, e il resto svanisce. Per adesso, quando siamo insieme, il resto del mondo può andare a farsi fottere.
