Racconti Piccanti
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Un cofano sporco di voglia

Un cofano sporco di voglia

07 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Nicolo, ho 23 anni e faccio il meccanico apprendista in un garage di periferia. Non è il lavoro dei sogni, ma mi piace sporcarmi le mani, sentire l’odore di olio e benzina, e imparare da Marco, il titolare. Lui ha 35 anni, un fisico massiccio da uno che solleva pesi, e mi ha sempre trattato come un fratellino. Mi corregge quando sbaglio, ma senza farmi sentire uno scemo. Siamo sempre stati solo lavoro e qualche birra insieme, nulla di strano. Fino a quella sera.

Era tardi, quasi le nove, e stavamo finendo di sistemare un’auto con il motore che perdeva. Il garage era vuoto, solo noi due, con la radio che gracchiava una canzone rock di merda. Ero sudato, con le mani nere di grasso, e Marco era vicino, a torso nudo per il caldo, con i tatuaggi che gli coprivano le braccia. Non ci avevo mai fatto caso più di tanto, ma quella sera lo guardavo e sentivo qualcosa di strano nello stomaco. Non capivo cosa fosse, ma mi faceva incazzare. Sono sempre stato uno che va con le ragazze, mica con i tizi come lui.

Mentre stringevo un bullone, Marco si è avvicinato troppo, il suo braccio ha sfiorato il mio. Ho sentito il calore della sua pelle e mi sono tirato indietro di scatto. “Che cazzo fai?” ho borbottato, ma lui non si è mosso. Mi ha guardato dritto negli occhi, serio, e ha detto: “Nicolo, è da un po’ che voglio dirtelo. Mi piaci. Non come un amico, capito?” Mi è gelato il sangue. Non sapevo che dire, ero incazzato, confuso, ma una parte di me… cazzo, una parte di me era curiosa. Ho abbassato lo sguardo, ho visto le sue mani sporche di olio, come le mie, e ho sentito il cuore che mi batteva forte. “Marco, non dire stronzate,” ho mormorato, ma la voce mi tremava. Lui si è avvicinato ancora, mi ha preso il mento con due dita e mi ha baciato. Un bacio ruvido, unto di olio, che sapeva di sudore e metallo. Ho provato a spingerlo via, ma poi ho ceduto. Non so perché. Forse perché era una cosa nuova, forse perché ero stanco di fare sempre il duro.

Ci siamo staccati, io ansimavo, lui mi guardava con quegli occhi che sembravano dire “non ti faccio del male”. “Se non vuoi, mi fermo,” ha detto, e io ho fatto di no con la testa, senza parlare. Non capivo cosa volevo, ma non volevo che smettesse. Mi ha preso per i fianchi, mi ha tirato a sé, e abbiamo ricominciato a baciarci, più forte. Sentivo le sue mani che mi stringevano il culo attraverso i jeans, e io gli ho messo le braccia intorno al collo, sporcandogli la schiena di grasso. Mi sentivo un idiota, ma il suo tocco mi faceva tremare. Mi ha spinto contro il cofano di un’auto in riparazione, una vecchia berlina blu con la vernice graffiata. “Ti voglio,” ha detto a voce bassa, e io ho solo annuito, con la testa incasinata ma il corpo che rispondeva da solo.

Mi ha slacciato la cintura con calma, facendomi sentire ogni movimento. I jeans sono scesi piano, insieme ai boxer, lasciandomi il culo scoperto contro il metallo freddo del cofano. Lui si è inginocchiato dietro di me, e ho sentito le sue mani che mi allargavano le natiche. Ero teso, non sapevo cosa aspettarmi, poi ho sentito la sua lingua. Cazzo, era strano, umido, caldo, ma mi faceva impazzire. Si muoveva piano, girando e premendo, e io stringevo i pugni sul cofano, mordendomi il labbro per non fare rumore. “Rilassati,” mi ha detto, con quella voce rauca che mi faceva venire i brividi. Ho provato a farlo, e lui ha continuato, leccandomi e infilando un dito unto di olio motore, che bruciava un po’ ma mi faceva anche sentire… aperto, pronto. È andato avanti per un po’, prendendosi tutto il tempo, fino a che non ho iniziato a spingermi indietro contro la sua mano, senza nemmeno pensarci.

Poi si è alzato, ho sentito il rumore della sua cintura che si slacciava, il fruscio dei pantaloni che cadevano. Mi ha messo una mano sulla schiena, spingendomi in avanti, il petto contro il cofano freddo, il culo in aria. “Dimmi se fa male,” ha detto, e io ho grugnito un “vai” senza guardarlo. Ha preso qualcosa dal banco degli attrezzi, un tubetto di lubrificante che usiamo per i pezzi meccanici, e se l’è spalmato addosso. Poi ho sentito la punta del suo cazzo contro di me, grossa, dura, che premeva piano. Ha spinto, lento, e io ho stretto i denti. Bruciava da morire, ma lui si fermava, mi accarezzava la schiena, aspettava che mi abituassi. “Cazzo, Marco… è strano… ma mi piace… non fermarti,” ho detto tra un gemito e l’altro, la voce roca, quasi non sembrava la mia. Lui ha grugnito, un suono profondo, e ha continuato a spingere, entrando un po’ alla volta, fino a che non l’ho sentito tutto dentro. Era pieno, pesante, ma il dolore stava lasciando posto a qualcosa di fottutamente intenso.

Ha iniziato a muoversi, lento all’inizio, con spinte lunghe che mi facevano sentire ogni centimetro. Io ero piegato sul cofano, le mani che scivolavano per il sudore, gemendo senza controllo. “Ti piace, eh?” ha detto lui, con un tono soddisfatto, e io ho solo annuito, incapace di parlare. L’odore di olio e sudore riempiva l’aria, il rumore dei nostri corpi che sbattevano era osceno, ma mi eccitava ancora di più. Mi ha preso per i fianchi, stringendo forte, e ha accelerato, ogni spinta più profonda, più dura. Sentivo il suo respiro affannoso, i suoi grugniti, e io non riuscivo a smettere di gemere, il culo che bruciava ma il piacere che mi scoppiava dentro. “Cazzo, sto per venire,” ha detto, e io ho solo ansimato un “fai”, troppo andato per pensare. È uscito all’ultimo, venendo sulla mia schiena, caldo e appiccicoso, mentre io mi stringevo il cazzo con una mano, finendo sul cofano con un gemito strozzato.

Siamo rimasti lì un attimo, ansimando, io ancora piegato sull’auto, lui dietro di me con le mani appoggiate ai miei fianchi. Poi mi ha aiutato a tirarmi su, mi ha passato uno straccio per pulirmi, e ci siamo rivestiti in silenzio. Non c’era imbarazzo, solo una stanchezza soddisfatta. “Tutto bene?” ha chiesto, guardandomi con un mezzo sorriso. Ho fatto spallucce, ho detto “Sì, cazzo, non male.” Abbiamo riso, una risata breve, e siamo andati a prendere una birra dal frigo del garage. Non so cosa succederà domani, ma per stasera va bene così.

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