Fottimi sulla scrivania, capo
Sono Martina, ho 23 anni e da un mese lavoro come stagista in questa cazzo di azienda di marketing. È un posto freddo, pieno di gente che si fa il culo per due soldi, ma io ho un obiettivo chiaro: far girare la testa a Lorenzo, il mio capo. Ha 34 anni, sposato, un anello d’oro che luccica al dito, ma quando mi guarda sento che mi spoglia con gli occhi. È un tipo serio, sempre in giacca e cravatta, con quei capelli scuri un po’ spettinati e un’ombra di barba che mi fa venire voglia di passarci sopra la lingua. Lo so, è un casino, ma non me ne frega niente. Voglio giocarci, voglio che perda il controllo per me.
Il primo mese l’ho passato a studiarlo. Arrivo presto, mi metto gonne strette che salgono appena mi piego, camicette con un bottone aperto di troppo. Fingo di non notare i suoi sguardi, ma dentro di me rido. So che ci pensa. Ogni tanto gli porto il caffè, mi avvicino troppo, gli sfioro la mano per sbaglio. Lui si irrigidisce, ma non dice mai niente. L’altro giorno, mentre gli passavo dei documenti, ho fatto cadere una penna apposta. Mi sono chinata davanti a lui, lentamente, lasciandogli vedere il bordo del reggiseno di pizzo nero. Ho sentito il suo respiro cambiare, un po’ più corto. Quando mi sono rialzata, aveva la mascella tesa e ha borbottato un “grazie” senza guardarmi. Cazzo, quanto mi eccita questo gioco.
Oggi ho deciso di spingermi oltre. È venerdì, l’ufficio si svuota presto, e so che lui resta fino a tardi per chiudere dei progetti. Alle sei sono ancora qui, con una scusa del cazzo sui dati da controllare. Gli altri se ne sono andati, siamo solo io e lui. Mi avvicino alla sua stanza, busso piano. “Lorenzo, posso disturbarti un attimo?” chiedo con una voce dolce, ma dentro sto bruciando. Lui alza lo sguardo dal computer, sembra stanco ma i suoi occhi si accendono un istante. “Certo, dimmi pure,” risponde, e io entro, chiudendo la porta dietro di me. Faccio finta di parlare di lavoro, ma mi siedo sul bordo della sua scrivania, incrociando le gambe in modo che la gonna salga quel tanto che basta. Lo vedo deglutire. “Sai, Lorenzo, lavoro sodo per impressionarti,” dico, abbassando la voce, guardandolo dritto negli occhi. Lui sorride, un po’ a disagio. “Si vede, Martina, stai facendo un ottimo lavoro.” Ma io non mi fermo. Mi sporgo verso di lui, posandogli una mano sulla spalla. “Voglio impressionarti in altri modi,” sussurro. Sento il suo corpo irrigidirsi, ma non si tira indietro. Sta combattendo con se stesso, e questo mi fa bagnare.
Non gli do tempo di pensare. Mi alzo, mi metto davanti a lui, ancora seduto sulla sedia. Gli passo una mano tra i capelli, piano, mentre con l’altra gli sfioro il petto sopra la camicia. “Non dovremmo,” mormora, ma la sua voce è debole, incerta. “Shh, non dire niente,” rispondo, e mi chino per baciarlo. Le sue labbra sono calde, sa di caffè e di qualcosa di maschio che mi manda fuori di testa. All’inizio è titubante, poi cede, e mi bacia con una fame che mi fa quasi tremare. Le sue mani mi afferrano i fianchi, mi tirano più vicina. Gli salgo in grembo, a cavalcioni, sentendo già quanto è duro sotto i pantaloni. Cazzo, è grosso, e io non vedo l’ora.
Non ci affrettiamo. Gli slaccio la camicia, bottone per bottone, lasciando che le mie unghie gli graffino appena il petto. Lui mi guarda con quegli occhi pieni di desiderio, poi mi tira su la gonna fino alla vita, scoprendo le mutandine nere di pizzo. “Sei una troia, lo sai?” mi dice, la voce roca, e io rido. “Sì, e ti piace,” rispondo, sfregandomi contro di lui. Mi toglie la camicetta, mi sfila il reggiseno con una mossa veloce, e i miei capezzoli sono già duri quando ci passa sopra la lingua. Gemo, piano, mentre mi succhia, mordicchiandomi appena. Le sue mani scendono, mi strizzano il culo, poi una si infila sotto le mutandine. Sento le sue dita esplorarmi, bagnate, e mi scappa un “cazzo, sì” mentre mi stuzzica il clitoride. Lo faccio alzare, gli slaccio la cintura, gli tiro giù i pantaloni e i boxer. Il suo cazzo salta fuori, duro, e io mi lecco le labbra. Mi inginocchio, lo prendo in mano, lo accarezzo piano prima di prenderlo in bocca. Lo succhio con calma, sentendo il suo sapore, mentre lui mi stringe i capelli e ansima. “Cristo, Martina,” grugnisce, e io lo guardo dal basso, con un sorrisetto da stronza.
Dopo un po’ mi tira su, mi bacia di nuovo, con forza. “Ti voglio sulla scrivania,” dice, e io non me lo faccio ripetere. Mi sdraio sopra, spingendo via carte e penne che cadono per terra. Lui mi sfila le mutandine, le butta da parte, e mi spalanca le gambe. Sento l’aria fresca sulla figa, ma poi c’è la sua lingua, calda, che mi lecca piano, facendomi contorcere. “Oh, cazzo, continua,” gemo, afferrandogli i capelli. Lui non si ferma, mi succhia, mi penetra con le dita mentre mi lavora con la bocca. Sto per venire, ma lo fermo. “Scopami, ora,” gli dico, quasi implorando. Si tira su, si mette tra le mie gambe, il cazzo in mano. Me lo strofina contro, facendomi impazzire, prima di spingersi dentro, lento ma deciso. Sento ogni centimetro, mi allarga, mi riempie. “Cazzo, sei stretta,” grugnisce, mentre io mi mordo il labbro, gemendo. Comincia a muoversi, prima piano, poi più forte, sbattendo contro di me. La scrivania scricchiola sotto il mio peso, i fogli cadono, ma non me ne frega un cazzo. Gli avvolgo le gambe intorno, lo tiro più a fondo, e lui mi scopa con una rabbia che mi fa urlare. Sento l’odore del sesso, il sudore, i nostri respiri pesanti. “Sì, così, scopami più forte,” gli dico, e lui obbedisce, spingendo finché non vengo, tremando sotto di lui. Poco dopo si tira fuori, viene sul mio ventre con un gemito profondo, il fiato corto.
Restiamo lì un attimo, ansimando. Poi mi aiuta ad alzarmi, ci rivestiamo in silenzio, sistemando il casino sulla scrivania. Non c’è imbarazzo, solo una specie di intesa. “Ci vediamo lunedì,” mi dice con un mezzo sorriso, e io annuisco, sistemandomi la gonna. Esco dall’ufficio con le gambe che tremano ancora, ma dentro di me sono soddisfatta. Ho avuto quello che volevo, e so che non sarà l’ultima volta.
