Sotto l’albero, culo rotto dal contadino
Ho 26 anni e una vita del cazzo, sempre a correre dietro a lavoretti di merda in città. Ogni tanto, per staccare la testa, prendo la bici e me ne vado in campagna, lontano da tutto. Quel giorno, un sabato di fine estate, il sole picchiava forte ma l’aria era fresca. Pedalavo su una strada sterrata, fra campi e colline, con il sudore che mi colava sulla schiena. Dopo un’ora, ero stanco morto. Ho visto un albero grande, con un’ombra bella densa, e ho deciso di fermarmi lì. Ho appoggiato la bici al tronco, mi sono seduto sull’erba e ho tirato fuori una bottiglia d’acqua. Il posto era isolato, non c’era un’anima. Solo il rumore del vento e qualche uccello in lontananza.
Mentre ero lì, con le gambe stese e il fiato corto, ho sentito un calore diverso. Non era solo il sole. Era un prurito, un bisogno che mi saliva dallo stomaco e scendeva giù. Non avevo una ragazza da mesi, e in quel momento, da solo, mi è venuta una voglia matta. Ho guardato in giro: niente, solo campi vuoti. Mi sono detto “vabbè, chi cazzo mi vede?”. Mi sono abbassato i pantaloncini della tuta quel tanto che bastava, ho tirato fuori l’uccello e ho iniziato a toccarmi. Lo facevo lento, con calma, immaginando un paio di tette sode o un culo che rimbalzava. Il cuore mi batteva forte, ma non per paura di essere visto, più per l’eccitazione di farlo lì, all’aperto. Dopo un po’, sono venuto con un grugnito, sporcando l’erba. Ero sfinito. Mi sono tirato su i pantaloncini, mi sono sdraiato meglio sotto l’albero e, senza nemmeno accorgermene, mi sono addormentato.
Quando mi sono svegliato, il sole era più basso e l’aria più fresca. Ho aperto gli occhi e mi sono reso conto di una cosa assurda: non avevo più niente addosso. Ero nudo come un verme. I vestiti, le scarpe, pure la bici: tutto sparito. Ho iniziato a guardarmi intorno, incazzato nero, con il cuore che mi martellava. Poi ho sentito una risata profonda, ruvida, che veniva da qualche metro più in là. C’era un tizio, appoggiato a un muretto di pietra, con i miei vestiti in una mano e un ghigno sulla faccia. Era un contadino, sulla trentina abbondante, con una barba corta e ispida, una camicia a quadri sbottonata sul petto peloso e un paio di jeans sporchi di terra. Aveva un’aria da duro, uno di quelli che non scherzano. Sexy, cazzo, in un modo selvaggio, ma anche uno che ti fa capire subito chi comanda.
“Cerchi questi, ragazzino?” ha detto, sventolando i miei pantaloncini. La voce era bassa, quasi un ringhio. Mi sono alzato, cercando di coprirmi con le mani, ma mi sentivo un idiota. “Ridammeli, cazzo, che vuoi?” ho sbottato, ma dentro tremavo. Non ero nella posizione di fare il duro, nudo come un coglione. Lui mi ha squadrato da capo a piedi, con uno sguardo che mi ha fatto gelare e scaldare allo stesso tempo. “Li vuoi indietro? Devi guadagnarteli,” ha detto, e il tono non lasciava spazio a discussioni. Ho sentito una stretta allo stomaco. Sapevo che non stava scherzando, ma una parte di me, una cazzo di parte malata, era curiosa. Ero spaventato, sì, ma c’era anche un’eccitazione che non riuscivo a spiegarmi.
Mi ha lanciato una corda, una specie di guinzaglio fatto con un pezzo di spago ruvido. “Mettitelo al collo e cammina davanti a me,” ha ordinato. Ho esitato, con la testa che girava. Potevo provare a scappare, ma dove? Ero in mezzo al nulla, nudo, senza un cazzo. E poi, cazzo, una parte di me voleva vedere dove sarebbe andata a finire. Mi sono messo quella corda al collo, sentendola graffiare la pelle, e ho iniziato a camminare. Lui mi seguiva, tirando ogni tanto la corda per farmi andare più veloce. “Muoviti, troietta,” mi ha detto, e quelle parole mi hanno colpito come un pugno, ma mi hanno anche fatto salire il sangue alla testa. Camminavamo fra gli alberi, lontani dalla strada, e io sentivo il terreno ruvido sotto i piedi nudi, il cuore che mi scoppiava.
Dopo un po’, ci siamo fermati in una radura circondata da alberi fitti. Lui ha tirato la corda, facendomi cadere in ginocchio. “Adesso vediamo se vali qualcosa,” ha detto, slacciandosi i jeans con una mano mentre con l’altra mi teneva fermo. Mi sono ritrovato a fissare il rigonfiamento nei suoi boxer, e cazzo, ero terrorizzato ma anche eccitato da morire. Non avevo mai fatto niente del genere con un uomo, ma in quel momento non ci pensavo. Volevo solo che finisse, o forse no. Lui si è tirato fuori l’uccello, già duro, grosso, con le vene che spiccavano. “Succhia,” mi ha ordinato, spingendomi la testa verso di lui. Ho aperto la bocca, sentendo il sapore salato e l’odore forte della sua pelle. Ho iniziato a muovermi, goffo all’inizio, mentre lui mi guidava con la mano nei capelli, tirando forte. “Bravo, così, puttanella,” mi diceva, e quelle parole mi facevano bruciare dentro, un mix di vergogna e voglia. Lo succhiavo lento, sentendo la sua durezza riempirmi la bocca, mentre lui grugniva di piacere e mi spingeva più a fondo. Ogni tanto mi dava uno schiaffo leggero sulla guancia, giusto per ricordarmi chi comandava.
Dopo un po’, mi ha tirato via con uno strattone. “Girati,” ha ringhiato, e io ho obbedito senza fiatare. Mi sono messo a quattro zampe sull’erba, con il culo per aria, sentendomi esposto come mai in vita mia. Lui si è inginocchiato dietro di me, ho sentito il rumore di un pacchetto che si apriva – un preservativo, meno male – e poi qualcosa di freddo, forse del lubrificante, che mi spalmava fra le chiappe. “Rilassati, sennò fa più male,” mi ha detto, ma la sua voce era dura, non gentile. Ho stretto i denti, sentendo la pressione della sua punta contro di me. Ha spinto piano all’inizio, ma cazzo, bruciava da morire. Ho fatto un verso, un misto fra un gemito e un lamento, e lui mi ha dato uno schiaffo sul culo. “Zitto e prendi tutto,” ha detto, spingendo più forte. Sentivo ogni centimetro che entrava, lento ma inesorabile, fino a che non è stato tutto dentro. Mi sono morso il labbro per non urlare, mentre lui iniziava a muoversi, prima piano, poi con spinte più decise. Ogni colpo mi faceva tremare, un misto di dolore e una sensazione strana, intensa, che non avevo mai provato.
“Ti piace, eh, troia?” mi diceva, ansimando, mentre mi sbatteva con un ritmo sempre più veloce. Io non rispondevo, ma i gemiti mi sfuggivano lo stesso. L’odore di terra e sudore mi riempiva le narici, il rumore dei suoi fianchi che sbattevano contro il mio culo era l’unica cosa che sentivo. Mi teneva per i fianchi con una mano, mentre con l’altra tirava la corda al mio collo, facendomi inarcare la schiena. Ero completamente suo, e cazzo, in qualche modo mi piaceva. Dopo un po’, ha rallentato, è uscito da me con un movimento secco e mi ha fatto girare. “Apri la bocca,” ha ordinato, togliendosi il preservativo. Ero in ginocchio, con la faccia all’altezza del suo uccello, e ho aperto la bocca senza pensarci due volte. Ha iniziato a menarselo davanti a me, con grugniti sempre più forti, fino a che non è venuto, schizzandomi in faccia. Sentivo il calore appiccicoso sulla pelle, l’odore forte che mi invadeva. “Bravo, cazzo,” ha detto, ansimando, mentre si tirava su i jeans.
Poi ha preso i miei vestiti, che aveva buttato lì vicino, e me li ha lanciati addosso. Ma prima, con un ghigno, ha preso le mie mutande, le ha strappate in mille pezzi con le mani e le ha buttate per terra. “Queste non ti servono più,” ha detto, guardandomi con un’aria di sfida. Io ero ancora in ginocchio, con la faccia sporca, il culo che bruciava e il fiatone. Non ho detto niente. Mi sono pulito come potevo con una manica, mi sono rivestito e ho preso la mia roba. Lui mi ha indicato la direzione per tornare alla strada, senza aggiungere una parola. Ho camminato via, sentendo ancora il suo sguardo sulla schiena, ma non mi sono voltato.
Tornato alla bici, che era dove l’avevo lasciata, mi sono rimesso in sella e sono partito. Non so perché, ma non ero incazzato. Stanco, sì, con il corpo che mi doleva, ma c’era anche una strana soddisfazione dentro di me. Non so se lo rifarei, ma cazzo, in quel momento non mi importava di niente. Solo di pedalare e tornare a casa.
