Il retro della libreria
Sono Laura, ho cinquant’anni e gestisco una piccola libreria in centro da quasi vent’anni. Non sono mai stata una donna che attira gli sguardi: sono sovrappeso, con fianchi larghi e un seno enorme, pesante, che a volte mi fa male alla schiena. I miei capezzoli sono scuri, larghi come monete, e spuntano sempre sotto le maglie, anche se cerco di nasconderli con maglioni larghi. La mia intimità è un segreto che custodisco con vergogna: una peluria folta, scura, che non ho mai avuto il coraggio di domare, e un odore forte, di donna matura, che mi imbarazza ma che, in qualche modo, mi eccita quando sono sola. Non ho mai avuto il coraggio di vivere le fantasie che mi bruciano dentro. Vendo libri erotici, li sfoglio di nascosto, e ogni parola mi accende un fuoco che non so spegnere. Fino a oggi.
È tardo pomeriggio, la libreria è vuota. Nel retro, dove tengo le scatole di libri e un vecchio tavolo di legno per le novità da catalogare, ho tra le mani un romanzo che ho appena ricevuto. È una storia cruda, di sesso senza freni, e mentre leggo le pagine mi ritrovo con una mano sotto la gonna. Sono seduta su una sedia scomoda, le cosce divaricate, e le dita scivolano tra i peli, trovando la mia carne umida. Il cuore mi batte forte, il respiro è corto. Mi tocco piano, immaginando le scene del libro, e non sento nemmeno il rumore della porta che si apre.
“Laura?” La voce di Matteo, il mio commesso di ventitré anni, mi gela il sangue. Mi volto di scatto, rossa in viso, con la gonna ancora sollevata e il libro aperto davanti a me. Lui è lì, fermo sulla soglia, con un’espressione che non riesco a decifrare. Ha i capelli scuri spettinati, una maglietta aderente che gli segna il petto, e un paio di jeans stretti che non lasciano molto all’immaginazione. Mi guarda, e io vorrei sparire.
“Che… che ci fai qui?” balbetto, cercando di coprirmi, ma le mani mi tremano.
“Ho finito di sistemare gli scaffali. Ti cercavo per dirti che chiudo. Ma vedo che sei… impegnata.” La sua voce ha un tono strano, un misto di sorpresa e qualcosa che non riesco a definire. Non è disgusto, non è giudizio. È curiosità.
“Non dire niente, per favore,” mormoro, con la voce che si spezza. “Non so cosa mi è preso. Io… non lo faccio mai.”
Lui fa un passo avanti, chiudendo la porta dietro di sé. “Non sembri una che non lo fa mai,” dice, con un mezzo sorriso. “Quel libro deve essere davvero interessante.”
Sto per scusarmi, per inventare una giustificazione, ma qualcosa dentro di me si rompe. Forse è la vergogna, forse è il desiderio che mi divora da anni. Lo guardo negli occhi e, con una voce che non riconosco come mia, dico: “Fammi vedere come si fa davvero.”
Matteo rimane fermo per un istante, poi il suo sorriso si allarga. “Sei sicura?” chiede, avvicinandosi. Il suo tono è basso, quasi un sussurro.
Annuisco, incapace di parlare. Il cuore mi martella nel petto mentre lui si avvicina al tavolo. Mi prende per un braccio, con una presa decisa ma non violenta, e mi fa alzare dalla sedia. “Sdraiati qui,” dice, indicando il tavolo di legno coperto di libri. Obbedisco, tremante, mentre lui sposta i volumi con un gesto rapido, facendoli cadere a terra. Mi stendo, la gonna ancora sollevata, le cosce grasse che si aprono quasi da sole sotto il suo sguardo.
“Cristo, Laura,” mormora, osservandomi. “Sei… un sacco di roba da guardare.” Non c’è scherno nella sua voce, solo una sorta di ammirazione cruda. Si inginocchia tra le mie gambe, le sue mani callose mi afferrano le cosce e le spalancano ancora di più. Sento l’aria fresca sulla mia carne esposta, e poi il suo respiro caldo mentre si avvicina. “Hai un odore… forte. Mi piace,” dice, e prima che possa rispondere, la sua lingua è su di me.
Un gemito mi sfugge, acuto e incontrollato. La sua bocca è calda, bagnata, e si muove con una sicurezza che mi fa perdere la testa. Lecca piano, poi più forte, succhiando la mia carne gonfia, esplorando ogni piega tra i peli scuri e umidi. Il sapore che sente, lo so, è intenso, salato, e lui sembra berlo con avidità. Le sue mani stringono le mie cosce, affondando nella carne morbida, mentre la sua lingua si spinge più a fondo, trovando il mio punto più sensibile. “Cazzo, sei bagnata fradicia,” grugnisce, alzando lo sguardo per un istante. I suoi occhi sono scuri, pieni di voglia.
“Non… non fermarti,” ansimo, con le mani che afferrano il bordo del tavolo. La sua lingua torna a lavorare, veloce, insistente, e io mi sento sciogliere. Il piacere è un’onda che cresce, calda e pesante, e quando mi succhia con più forza, vengo con un urlo che non riesco a trattenere. Il mio corpo trema, le cosce si stringono attorno alla sua testa, e lui non si ferma, continua a leccarmi mentre io mi contorco, incapace di controllarmi.
Quando finalmente si rialza, ha la bocca lucida, bagnata dei miei fluidi. Si passa una mano sul viso, ridendo piano. “Sembri una che non veniva da un pezzo,” dice, mentre si slaccia i jeans. “Ma non abbiamo finito.”
Lo guardo, con il respiro ancora spezzato, mentre si tira giù i pantaloni. Il suo membro è duro, lungo, con una vena che pulsa lungo l’asta. Non è enorme, ma è spesso, e la cappella è rossa, lucida. Lo prende in mano, accarezzandosi piano mentre mi guarda. “Vuoi questo?” chiede, con un tono che è quasi una sfida.
“Sì,” mormoro, con la voce roca. “Ti prego.”
Si avvicina, posizionandosi tra le mie gambe. Mi solleva le cosce con una mano, mentre con l’altra guida il suo sesso verso di me. Sento la pressione della sua cappella contro la mia apertura, e poi, lentamente, inizia a spingere dentro. È grosso, mi allarga, e io gemo, stringendo i denti. “Piano,” sussurro, ma lui scuote la testa.
“Lo prendi tutto,” dice, con un tono fermo. Spinge ancora, centimetro per centimetro, fino a che non è completamente dentro di me. La sensazione è intensa, quasi dolorosa, ma il piacere è più forte. Sento ogni dettaglio di lui, la sua durezza, il calore, il modo in cui mi riempie. Comincia a muoversi, colpi lenti ma profondi, che mi fanno sobbalzare sul tavolo. Ogni spinta è un’esplosione di sensazioni, la sua carne che scivola nella mia, bagnata e accogliente.
“Ti piace, vero?” chiede, con la voce spezzata dal ritmo. “Dimmi quanto ti piace.”
“Sì… cazzo, sì,” gemo, con le mani che cercano qualcosa da afferrare. Trovo il libro che stavo leggendo prima, lo stringo tra le dita come un’ancora mentre lui mi scopa con più forza. Il tavolo scricchiola sotto di noi, il legno ruvido mi graffia la schiena, ma non mi importa. Sento il suo odore, sudore e maschio, mescolato al mio, e il suono dei nostri corpi che si scontrano, umido e ritmico.
Le sue mani si spostano sul mio seno, sollevano la maglia e il reggiseno con un gesto brusco. Le mie tette, pesanti e morbide, si riversano fuori, e lui le afferra, stringendole con forza. I miei capezzoli scuri sono duri, sensibili, e quando li pizzica tra le dita io grido, un misto di dolore e piacere. “Cazzo, che tette,” ringhia, chinandosi per succhiarne uno. La sua bocca è calda, la lingua ruvida, e io mi inarco verso di lui, mentre continua a spingere dentro di me.
Il ritmo aumenta, i suoi colpi diventano più veloci, più duri. Sento il suo membro pulsare, ogni spinta mi porta più vicina a un altro orgasmo. “Sto per venire di nuovo,” ansimo, con la voce che trema. “Non fermarti, ti prego.”
“Nemmeno io mi fermo,” grugnisce, con il respiro corto. “Voglio sentirti urlare ancora.” E io lo faccio, vengo con un grido strozzato, il mio corpo che si contrae attorno a lui, stringendolo come una morsa. Lui spinge ancora un paio di volte, poi si tira fuori con un gemito profondo, e sento il calore del suo seme schizzare sulla mia pancia e sulle cosce.
Rimaniamo così per un momento, ansimando, il suo peso sopra di me, il mio corpo ancora tremante. Poi si rialza, si pulisce con un fazzoletto che tira fuori dalla tasca e mi guarda con un sorriso sornione. “Non male per una libraia timida,” dice, mentre si tira su i jeans.
Io non riesco a rispondere, sono ancora scossa, con il libro stretto tra le mani. Mi rialzo lentamente, sistemandomi la gonna con dita tremanti. “Non… non dire niente a nessuno,” mormoro, evitando il suo sguardo.
“Tranquilla, Laura. Questo rimane tra noi. Ma se vuoi un altro giro, sai dove trovarmi.” Mi fa l’occhiolino, poi si volta e esce dal retro, lasciandomi sola con il disordine del tavolo e il ricordo bruciante di quello che è appena successo.
