Calore notturno
Sono Roberta, ho 49 anni e il mio corpo è un campo di battaglia. Le braccia sono dure come il ferro, scolpite da anni di pesi e disciplina, ma la pancia è morbida, un ricordo di tempi in cui non mi importava di contare le calorie. E poi c’è la mia figa, un traditore che mi gioca brutti scherzi. Da quando sono in menopausa, si bagna all’improvviso, in ondate violente che non riesco a controllare. Mi fa sentire viva, ma anche una vecchia inutile, un relitto che nessuno dovrebbe più desiderare. Eppure, stasera, in questa palestra vuota, con l’odore di sudore e metallo che mi pizzica il naso, sento che qualcosa sta per esplodere.
È tardi, quasi mezzanotte. Sto allenando Lorenzo, un ragazzo di 27 anni che viene da me da un paio di mesi. È uno di quei tipi che non parla molto, ma il suo sguardo mi segue sempre, come se volesse capire qualcosa di me che non dico. Stiamo finendo con gli squat, e io sono davanti a lui, a correggergli la postura. Indosso leggings aderenti e una canotta che mi lascia scoperta la schiena. Sento il sudore scivolarmi lungo la colonna, e poi, senza preavviso, una vampata di calore mi colpisce come uno schiaffo. La testa mi gira, il cuore batte forte, e tra le gambe sento un’ondata di umidità che mi fa stringere le cosce per non perdere il controllo.
“Porca puttana,” sbotto, asciugandomi la fronte con il dorso della mano. “Scusami, Lorenzo, sono queste maledette vampate. Mi fanno diventare una bestia.”
Lui mi guarda, un sopracciglio alzato, il petto che si alza e si abbassa per lo sforzo. “Una bestia in che senso?” chiede, con un tono che non capisco se è curioso o provocatorio.
Rido, una risata roca, e mi appoggio alla panca con una mano. “Nel senso che in questo periodo voglio solo essere scopata come un animale. Niente fronzoli, niente cazzate. Solo una bella botta e via.” Lo dico senza pensarci, con la brutalità che mi esce sempre di bocca, e subito dopo mi rendo conto di quello che ho appena sparato. Ma non mi vergogno. Non più.
Lorenzo non risponde subito. Mi guarda, e vedo un lampo nei suoi occhi, qualcosa di famelico. Poi fa un mezzo sorriso. “Beh, se è così che la pensi, non sono uno che si tira indietro.”
Il cuore mi salta in gola, ma non glielo faccio vedere. Mi tolgo i leggings con un movimento secco, lasciandoli cadere a terra. Non porto le mutande durante gli allenamenti, e ora sono nuda dalla vita in giù, con la figa già lucida che brilla sotto le luci al neon della palestra. Mi piego sulla panca, il metallo freddo contro i palmi, il culo in fuori, le gambe leggermente divaricate. Sento il mio stesso odore, acre e dolce, che si mescola all’aria stantia della sala.
“Muoviti, allora,” gli dico, voltandomi appena a guardarlo. “Non sto qua a fare la statua.”
Lo vedo avvicinarsi, i pantaloncini sportivi tesi all’altezza del cavallo. Si abbassa la zip con un gesto rapido, e il suo cazzo salta fuori, duro, spesso, con le vene che pulsano lungo l’asta. È più grande di quanto mi aspettassi, almeno venti centimetri, e la cappella è rossa, già umida di liquido preseminale. Lo guardo per un attimo e sento un’altra ondata tra le gambe, un fiotto caldo che mi cola lungo l’interno coscia.
“Cristo, Roberta,” mormora lui, posizionandosi dietro di me. Sento le sue mani sui miei fianchi, forti, che mi stringono come se volessero marchiarmi. “Sei già fradicia.”
“E tu parli troppo,” ringhio. “Ficcami dentro quel cazzo e basta.”
Non se lo fa dire due volte. Sento la punta del suo cazzo sfiorarmi l’entrata, scivolosa e calda, e poi spinge dentro con un colpo secco. Un gemito mi sfugge dalla gola, profondo, quasi animalesco. Mi riempie completamente, il suo cazzo è duro come una roccia, e sento ogni centimetro che mi allarga, che mi spinge contro i limiti del mio corpo. La panca scricchiola sotto il mio peso mentre lui inizia a muoversi, prima lentamente, poi con un ritmo più deciso.
“Oh, cazzo, sì,” gemo, spingendo il culo indietro per prenderlo più a fondo. “Così, più forte.”
Lorenzo grugnisce, il respiro corto. “Ti piace, eh? Ti piace essere scopata come una troia?”
Le sue parole mi fanno rabbrividire, ma non per vergogna. Annuisco, i capelli che mi cadono davanti agli occhi. “Sì, sì, dammelo tutto. Non ti fermare.”
Le sue spinte diventano brutali, ogni affondo un colpo che mi fa tremare le gambe. Sento il rumore umido della mia figa che lo accoglie, un suono osceno, quasi imbarazzante, ma che mi eccita ancora di più. Il pavimento sotto di me è bagnato, gocciolo come una fontana, e ogni volta che si ritrae vedo fili di liquido trasparente che ci collegano. L’odore del sesso riempie l’aria, un mix di sudore, umori e pelle che mi fa girare la testa.
“Schiaffeggiami il culo,” gli ordino, la voce spezzata dai gemiti. “Fallo forte, voglio sentirlo.”
La sua mano si abbatte sulla mia natica sinistra con un colpo secco, il rumore che rimbomba nella palestra vuota. Il bruciore mi fa stringere i denti, ma anche contrarre i muscoli interni, e lui lo sente, perché emette un verso strozzato. “Cazzo, Roberta, sei stretta da morire.”
“Ancora,” insisto, e lui colpisce l’altra natica, poi di nuovo, alternando i lati finché la mia pelle non brucia e formicola. Ogni schiaffo mi manda una scarica di adrenalina dritta tra le gambe, e sento un’altra vampata di calore che mi travolge. Il sudore mi cola lungo la schiena, il cuore mi martella nel petto, e per un attimo penso di svenire, ma il suo cazzo che continua a pompare dentro di me mi tiene ancorata al momento.
“Ti sto per venire dentro,” mi avvisa, la voce roca, le mani che mi stringono i fianchi così forte da lasciare i segni. “Vuoi che esca?”
“No, cazzo, no,” urlo, quasi disperata. “Riempimi. Voglio sentire la tua sborra calda dentro di me. Tutto, fino all’ultima goccia.”
Le sue spinte diventano irregolari, frenetiche, e poi lo sento irrigidirsi dietro di me. Un grugnito profondo gli esce dalla gola mentre si svuota dentro di me, fiotti caldi che mi inondano, che mi fanno sentire piena in un modo che non provavo da anni. Stringo i muscoli per trattenerlo, per sentire ogni pulsazione del suo cazzo mentre si svuota, e un orgasmo mi colpisce come un fulmine, facendomi tremare tutta. Grido, senza vergogna, la voce che riecheggia tra le pareti della palestra. La mia figa si contrae intorno a lui, spremendolo, mentre un altro fiotto di umidità mi cola lungo le gambe, mescolandosi al suo seme che inizia a gocciolare fuori.
Rimaniamo così per un istante, ansimando, il suo cazzo ancora dentro di me, morbido ma ancora presente. Sento il calore del suo corpo contro il mio, il suo respiro sulla nuca. Poi si ritira lentamente, e io sento il vuoto, un misto di sazietà e desiderio che già mi morde di nuovo. Mi volto, appoggiandomi alla panca, le gambe che tremano ancora. Lo guardo: ha il viso arrossato, i capelli spettinati, il cazzo ancora umido dei nostri fluidi che luccica sotto la luce fredda.
“Porca troia, Lorenzo,” dico, con un mezzo sorriso, asciugandomi il sudore dalla fronte. “Non pensavo che un ragazzino come te avesse tutto questo dentro.”
Lui ride, una risata bassa, mentre si tira su i pantaloncini. “E io non pensavo che una come te potesse essere così… intensa. Cristo, guarda il pavimento.”
Seguo il suo sguardo e vedo la pozza sotto di me, un mix di sudore, umori e seme che riflette le luci al neon. Rido anch’io, un suono rauco, e mi passo una mano tra le cosce, sentendo la pelle scivolosa, ancora sensibile. “Beh, che vuoi farci. Quando una donna come me si scalda, non c’è niente che la ferma.”
“Ti va un secondo round?” mi chiede, con quel lampo negli occhi che ho visto prima. Si avvicina, e io sento di nuovo il calore che mi sale dentro, un’altra vampata che mi fa stringere le cosce.
“Muoviti, allora,” gli dico, piegandomi di nuovo sulla panca, il culo in fuori, pronta a prenderlo ancora. “Non ho tutta la notte.” E mentre lui si posiziona dietro di me, so che questa palestra non sarà mai più solo un posto dove allenarsi.
