Al largo con i fratelli (parte 2)
Dopo quel pomeriggio sul pedalò pensavo che sarebbe finita lì, una cosa da dimenticare, un momento di debolezza da seppellire sotto la vergogna e il silenzio. Invece no. Era solo l’inizio.
Erano passati tre giorni. Giuseppe mi aveva scritto un messaggio secco: «Domani pomeriggio spiaggia di Torre Pozzelle, quella isolata. Porta da bere. Vieni solo». Nessun saluto, nessuna spiegazione. Il cuore mi era saltato in gola. Sapevo che dietro c’era Dario. Sapevo che non era finita.
Il giorno dopo ho preso la macchina e sono arrivato fino al parcheggio sterrato. Il sole picchiava ancora forte, ma il vento di ponente aveva mosso un po’ il mare. Ho camminato lungo il sentiero tra le rocce finché non li ho visti: due figure sedute su un asciugamano grande, in una piccola caletta nascosta da scogli alti, dove quasi nessuno arrivava. Giuseppe era sdraiato sulla schiena, con gli occhiali da sole e un sorriso pigro. Dario, invece, era in piedi, con le braccia incrociate, che mi guardava arrivare come se stesse valutando una preda.
«Bravo, sei venuto,» ha detto Dario senza nemmeno salutarmi. La sua voce aveva quel tono basso, sicuro, che mi faceva sentire piccolo. «Siediti.»
Mi sono seduto sull’asciugamano, tra loro due. Giuseppe mi ha passato una birra fresca senza dire niente. L’ho bevuta a piccoli sorsi, cercando di calmare il tremore nelle mani. L’aria sapeva di sale, di alghe secche e di crema solare. Il rumore delle onde copriva tutto, ma non bastava a coprire il battito del mio cuore.
Dario ha aspettato che finissi la birra, poi ha parlato senza guardarmi. «Sai perché ti abbiamo chiamato, Luca?»
Ho scosso la testa, anche se lo sapevo benissimo.
«Perché l’altra volta ti è piaciuto,» ha continuato lui, girandosi finalmente verso di me. I suoi occhi erano stretti, divertiti e crudeli insieme. «Ti è piaciuto stare lì nudo, con i nostri cazzi in bocca. Ti è piaciuto farti usare. E lo sai anche tu.»
Ho aperto la bocca per negare, ma la voce non è uscita. Giuseppe, accanto a me, ha fatto una risatina bassa, quasi imbarazzata. «Dario, vacci piano…» ha mormorato, ma senza convinzione. Era chiaro che anche lui era curioso. Che anche lui voleva vedere fino a che punto sarei arrivato.
Dario si è alzato in piedi. Il suo costume nero gli fasciava i fianchi stretti. «Alzati.»
Mi sono alzato. Le gambe mi tremavano leggermente. La spiaggia era deserta, solo noi tre e il mare. Nessuno poteva vederci, ma quella solitudine rendeva tutto più pesante, più reale.
«Togliti tutto,» ha ordinato Dario, con calma. «Nudo. Come l’altra volta.»
Ho esitato solo un secondo. Poi le mani hanno agito da sole: ho sfilato la maglietta, poi i pantaloncini, poi il costume. Sono rimasto lì, completamente nudo sotto il sole, con il cazzo che già cominciava a gonfiarsi nonostante la vergogna che mi bruciava le guance.
Giuseppe si è messo seduto, togliendosi gli occhiali. Mi guardava con un misto di stupore e desiderio. «Cazzo… lo fa davvero,» ha sussurrato, più a se stesso che a noi.
Dario ha fatto un passo avanti. Mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha spinto giù, piano ma deciso. Mi sono inginocchiato sulla sabbia calda. La ghiaia fine mi pungeva le ginocchia. Lui si è abbassato il costume fino alle caviglie. Il suo cazzo era già duro, grosso, con quella vena che ricordavo bene. Me l’ha avvicinato alla faccia senza dire niente.
«Apri,» ha detto semplicemente.
Ho aperto la bocca. Il sapore è tornato subito: salato, caldo, con quell’odore di maschio e di mare che mi aveva fatto girare la testa sul pedalò. Dario ha spinto dentro lentamente, tenendomi la testa con entrambe le mani. Sentivo la cappella scivolare sulla lingua, poi più in fondo, fino a toccarmi la gola. Ho avuto un conato, ma lui non si è fermato.
«Bravissimo,» ha mormorato, con la voce più bassa del solito. «Vedi, Giuseppe? Non oppone resistenza. Sa già qual è il suo posto.»
Giuseppe si è alzato anche lui. Si è messo accanto al fratello, abbassandosi il costume. Il suo cazzo, più lungo e sottile, era già teso. Mi ha sfiorato la guancia con la punta, lasciando una traccia umida.
«Luca… porca troia,» ha detto, la voce incerta. Sembrava quasi sorpreso di se stesso. «Non pensavo che ti avrei visto così.»
Dario ha iniziato a scoparmi la bocca con più ritmo, tenendo il controllo. Ogni spinta era profonda ma misurata. Mi teneva fermo, non mi lasciava muovere la testa. Io respiravo dal naso, con gli occhi che lacrimavano, il mento già bagnato di saliva. Ogni tanto lui si fermava, lo tirava fuori quasi del tutto e poi rientrava con forza, come per ricordarmi che ero lì per quello.
Giuseppe aspettava il suo turno, accarezzandosi lentamente. Nei suoi occhi c’era qualcosa di nuovo: non solo eccitazione, ma una specie di tenerezza perversa. Come se stesse scoprendo un lato di sé che non conosceva. «Dario, lascialo respirare un attimo,» ha detto a un certo punto, con voce roca.
Dario ha riso piano, tirandosi fuori. Un filo di saliva mi pendeva dalle labbra. «Tocca a te, fratellino. Vediamo se sei capace di usarlo come si deve.»
Giuseppe si è avvicinato. Mi ha preso il viso tra le mani, più delicatamente di Dario. Mi ha guardato negli occhi per un secondo, come se cercasse una conferma. Poi ha spinto dentro. Era più lungo, arrivava più in fondo. Ho dovuto rilassare la gola per prenderlo tutto. Lui ha chiuso gli occhi e ha emesso un gemito lungo, sorpreso.
«Cazzo… che bocca calda,» ha ansimato. Ha iniziato a muoversi, piano all’inizio, poi sempre più sicuro. «Luca… sei… sei proprio una troietta, eh?»
Le sue parole mi hanno fatto male e mi hanno eccitato allo stesso tempo. Il mio cazzo era duro come pietra, puntato verso l’alto, con una goccia di liquido che brillava sulla punta. Dario se n’è accorto e ha riso.
«Guarda come gli si drizza. Gli piace essere usato. Gli piace essere il nostro pompinaro di spiaggia.»
Si sono alternati ancora, passandomi dall’uno all’altro. Dario più rude, che mi afferrava i capelli e mi fotteva la bocca senza pietà. Giuseppe più esitante ma sempre più coinvolto, come se ogni spinta lo facesse scendere più in profondità dentro se stesso. Ogni tanto si guardavano, fratelli complici in qualcosa di sporco e irresistibile.
Dario è stato il primo a venire. Mi ha tenuto la testa ferma, spingendo fino in fondo. «Prendilo tutto stavolta,» ha grugnito. E l’ha fatto. Il primo schizzo mi è arrivato direttamente in gola, denso e caldo. Ho tossito, ma lui non si è mosso finché non ha finito, svuotandosi completamente nella mia bocca. Quando si è tirato fuori, un rivolo bianco mi è colato sul mento.
Giuseppe ha guardato la scena con gli occhi spalancati. Poi è toccato a lui. Mi ha scopato la bocca più veloce, quasi disperato, e alla fine è venuto anche lui, tirandosi fuori all’ultimo momento per schizzarmi sul viso e sul petto. Fiotti caldi mi hanno colpito la guancia, il collo, il torace. Sono rimasto lì, in ginocchio, coperto del loro sperma, con il sapore forte in bocca e il respiro corto.
Dario mi ha guardato dall’alto, soddisfatto. «Vedi? Non serve nemmeno più minacciarti. Tu vieni quando ti chiamiamo. Tu apri la bocca quando te lo diciamo noi.»
Giuseppe si è seduto sulla sabbia, ancora ansimante. Mi ha guardato a lungo, con un’espressione strana, quasi colpevole. «Luca… stai bene?» ha chiesto piano, come se si fosse svegliato da un sogno.
Ho annuito, senza riuscire a parlare. Dentro di me sentivo una voragine: vergogna, eccitazione, rabbia verso me stesso, e una strana, profonda sottomissione che mi faceva sentire vivo come non mai.
Dario mi ha tirato su per un braccio. «Pulisciti con l’asciugamano. E la prossima volta porta anche una bottiglietta d’acqua. Non voglio che ti strozzi.»
Ha riso, dandomi una pacca sul culo nudo.
Mentre mi rivestivo, con le gambe molli e il viso ancora appiccicoso nonostante mi fossi pulito, ho capito una cosa chiara: non avrei detto di no. Non la prossima volta. Né quella dopo.
E loro lo sapevano già.
