Racconti Piccanti
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“Da stasera questo culo è mio”

“Da stasera questo culo è mio”

01 Aprile 2026·6 min di lettura

La serata era stata un tornado di risate, bicchieri pieni e musica assordante. Il compleanno di Fabio, ventotto anni appena compiuti, era stato festeggiato in un locale del centro con amici, alcol a fiumi e qualche sguardo ammiccante da parte di ragazze che non avevano fatto mistero di voler attirare la sua attenzione. Fabio, con il suo fisico scolpito da ore di palestra, la mascella squadrata e un sorriso da spaccone, era il re della serata. Simone, ventisette anni, più esile, con un’aria timida ma un sorriso caldo, era stato al suo fianco tutta la notte, come sempre. Migliori amici da anni, un legame che sembrava indistruttibile, fatto di confidenze, battute e serate come quella.

Quando la festa era finita, erano così ubriachi che a malapena riuscivano a camminare dritti. Fabio aveva buttato un braccio sulle spalle di Simone, ridendo e biascicando qualcosa su quanto fosse stata “la miglior cazzo di serata della sua vita”. Avevano preso un taxi per tornare a casa di Simone, che era la più vicina. Entrati nell’appartamento, si erano lasciati cadere sul divano, le teste che giravano, l’odore di birra e sudore che ancora impregnava i vestiti.

Simone aveva tirato fuori un’altra birra dal frigo, passandola a Fabio con una risata. “Non ne hai avuto abbastanza?” aveva chiesto, sedendosi accanto a lui. Fabio aveva scosso la testa, aprendo la lattina con un gesto secco. “Mai abbastanza, bro. Ma sai che c’è? Sono curioso di una cosa.” La sua voce era impastata, ma il tono era serio, quasi troppo per il momento. Simone aveva aggrottato la fronte, appoggiandosi allo schienale. “Curioso di cosa?”

Fabio aveva bevuto un lungo sorso, poi si era girato verso di lui, gli occhi lucidi ma decisi. “Di te. Cioè, di come… di come fate voi. Non fraintendermi, non sono uno di quelli che giudica. Ma cazzo, ci penso da un po’.” La sua mano, quasi senza pensarci, era scivolata sui jeans, sfregandosi piano l’inguine. Simone aveva sentito il cuore accelerare, un misto di imbarazzo e sorpresa. “Fabio, che stai dicendo? Sei sbronzo, non sai nemmeno tu cosa vuoi.”

Ma Fabio aveva sorriso, un ghigno da predatore. “So benissimo cosa voglio. Se non lo dici a nessuno… fammi provare.” Senza aspettare risposta, si era aperto la zip dei jeans, tirando fuori il membro già mezzo duro, accarezzandolo con movimenti lenti ma decisi sotto gli occhi sgranati di Simone. “Dai, non fare il timido. Guardami. Non vuoi?”

Simone aveva deglutito a fatica, il calore che gli saliva al viso. Non era la prima volta che fantasticava su Fabio, ma questo era diverso. Questo era reale. La stanza sembrava improvvisamente più piccola, l’aria pesante. “Fabio, sei sicuro? Non voglio che domani ti penti e…” Ma Fabio lo aveva interrotto, afferrandogli il polso con una forza che non ammetteva repliche. “Zitto. Non sono un coglione, so cosa sto facendo. Vieni qua.”

Simone aveva esitato solo un istante prima di inginocchiarsi tra le sue gambe, il cuore che gli martellava nel petto. Fabio lo guardava dall’alto, un’espressione di sfida e desiderio negli occhi. Quando Simone aveva avvicinato la bocca, Fabio gli aveva posato una mano sulla nuca, spingendolo con decisione. “Bravo, così. Fammi vedere cosa sai fare.” La voce era bassa, roca, carica di una dominanza che Simone non aveva mai sentito prima.

La sensazione del membro di Fabio nella bocca era travolgente, calda, pesante. Simone lavorava con dedizione, sentendo i gemiti di Fabio che gli vibravano nelle orecchie. “Cazzo, sei meglio di qualunque ragazza,” aveva ringhiato Fabio, stringendogli i capelli e guidandogli i movimenti. “Succhialo bene, dai. Lo vuoi, vero?” Simone aveva annuito appena, incapace di rispondere, perso nel ritmo e nel calore di quel momento.

Non era passato molto prima che Fabio lo tirasse su, spingendolo verso la camera da letto con una forza che non lasciava spazio a obiezioni. “Basta giocare. Voglio di più,” aveva detto, la voce un misto di comando e desiderio. Simone si era lasciato cadere sul letto, il respiro corto, mentre Fabio gli toglieva i jeans con gesti rapidi, quasi impazienti. “Girati. No, aspetta, prima guardami. Dimmi che vuoi il cazzo del tuo migliore amico.”

Simone, con la voce tremante ma carica di desiderio, aveva mormorato: “Lo voglio. Voglio il tuo cazzo, Fabio.” Quelle parole sembravano accendere qualcosa in Fabio, che gli aveva sollevato le gambe, mettendosele sulle spalle con un ghigno. “Bravo, così. Ora rilassati, che ti apro per bene.”

La prima spinta era stata decisa, quasi brutale, e Simone aveva trattenuto un gemito di dolore misto a piacere. Fabio non si era fermato, affondando con un ritmo che non dava tregua, il respiro pesante e i muscoli tesi. “Cazzo, sei stretto. Apri bene quel culo da frocio, dai,” aveva ringhiato, accompagnando le parole con uno schiaffo secco sulle natiche di Simone, che aveva sussultato, stringendo le lenzuola tra le dita. Ogni colpo sembrava più profondo, più possessivo, e la stanza si riempiva dei loro ansiti e del suono dei corpi che si scontravano.

Fabio aveva rallentato solo per cambiar posizione, tirando Simone per i fianchi e mettendolo a pecorina. “Così, a quattro zampe. Fammi vedere quanto lo vuoi,” aveva ordinato, afferrandogli i capelli e tirandogli la testa indietro mentre riprendeva a spingere con forza. Ogni parola era un colpo al cuore di Simone, un misto di umiliazione e desiderio che lo faceva tremare. “Ti piace, eh? Dimmi quanto ti piace prenderlo dal tuo amico.”

“Mi piace… cazzo, mi piace troppo,” aveva ansimato Simone, la voce spezzata dal ritmo incessante. Fabio aveva riso, un suono profondo e gutturale, dandogli un altro schiaffo sul sedere, lasciando un segno rosso sulla pelle. “Lo so che ti piace. Sei una troia per me, vero? Rispondi.”

“Sì, sono la tua troia,” aveva sussurrato Simone, sentendo il calore e la vergogna mescolarsi in un cocktail che lo mandava fuori di testa. Fabio aveva stretto una mano intorno alla sua gola, non troppo forte ma abbastanza da farsi sentire, mentre con l’altra gli teneva i fianchi. “Bravissimo. Ti sto per riempire come una troia, preparati.”

Il ritmo era diventato feroce, ogni spinta un’esplosione di sensazioni per Simone, che non riusciva più a pensare, perso tra il dolore e il piacere. Fabio aveva cambiato posizione di nuovo, facendolo sdraiare sulla schiena e poi tirandolo sopra di sé, in una cavalcata che lo lasciava esposto e vulnerabile. “Muoviti, dai. Cavalcami come si deve,” aveva ordinato, afferrandogli il membro con una mano e iniziando a masturbarlo con movimenti rudi ma precisi. “Guardami mentre lo fai. Voglio vedere la tua faccia da puttana.”

Simone si muoveva sopra di lui, sentendo ogni centimetro di Fabio dentro di sé, il piacere che lo travolgeva mentre la mano di Fabio lo portava al limite. “Cazzo, Fabio, sto per… non ce la faccio più,” aveva gemito, ma Fabio lo aveva interrotto con un ringhio. “Aspetta. Vengo prima io. Ti riempio, capito? Questo culo è mio.”

Le ultime spinte erano state selvagge, Fabio che lo teneva fermo per i fianchi, affondando con una forza che sembrava volerlo spezzare. Quando era arrivato al culmine, aveva emesso un lungo gemito, un suono animalesco che aveva riempito la stanza, mentre si svuotava dentro di lui, restando piantato a fondo. “Da stasera questo culo è mio quando voglio,” aveva detto, la voce ancora ansimante, mentre lo teneva fermo, impedendogli di muoversi. “Hai capito? Mio.”

Simone, esausto, aveva annuito debolmente, sentendo il calore dentro di sé, il peso delle parole di Fabio che gli pesavano sul petto. Fabio era rimasto dentro di lui per un lungo momento, il respiro che tornava lentamente normale, prima di scivolare fuori e lasciarsi cadere accanto a lui sul letto. “Cazzo, non pensavo fosse così,” aveva mormorato, quasi a se stesso, mentre un silenzio pesante calava tra loro.

Simone non aveva detto nulla, il corpo ancora tremante, la mente un vortice di pensieri che non riusciva a decifrare. Sapeva che qualcosa era cambiato, che quella notte aveva aperto una porta che non si sarebbe richiusa facilmente. Ma in quel momento, con il respiro di Fabio accanto a lui e il calore che ancora gli bruciava dentro, non riusciva a fare altro che chiudere gli occhi e lasciarsi andare.

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