Racconti Piccanti
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Controllo al tavolo 12

Controllo al tavolo 12

30 Marzo 2026·10 min di lettura

Non avrei mai pensato che una cena fuori potesse trasformarsi in qualcosa di così… travolgente. Sono seduta al tavolo 12 di questo ristorante elegante, con le luci soffuse e il brusio delle conversazioni che mi avvolge. Di fronte a me c’è Marco, il mio uomo da due anni, che mi sorride con quell’aria da bastardo che conosco bene. Ha in mano un piccolo telecomando, e io so esattamente cosa controlla. Prima di uscire di casa, mi ha fatto indossare un vibratore, un affare piccolo ma potente, infilato dentro di me con cura mentre ero appoggiata al lavandino del bagno. “Stasera comando io,” mi ha detto con un ghigno, e io, stupidamente, ho annuito, incuriosita.

Ora sono qui, con il vestito nero aderente che mi arriva appena sopra il ginocchio, le gambe accavallate nel tentativo di mantenere un minimo di compostezza. Ma è difficile, dannatamente difficile. Marco gioca con quel telecomando da quando ci siamo seduti. Aumenta l’intensità per qualche secondo, facendomi stringere le cosce, poi la abbassa di colpo, lasciandomi con il fiato corto e un desiderio che mi brucia dentro. Non mi permette di arrivare al limite, non ancora. È un gioco crudele, ma non posso negare che mi stia eccitando da morire.

“Ti piace il posto?” mi chiede, con un tono fin troppo innocente mentre giocherella con il bicchiere di vino. Sa benissimo che non sto pensando al ristorante.

“Sì, è… carino,” rispondo, cercando di mantenere la voce ferma. Ma proprio in quel momento, lui preme un pulsante e il vibratore dentro di me si accende con una vibrazione più forte, un ronzio che mi fa quasi sobbalzare. Stringo il bordo del tavolo con le mani, le unghie che affondano nel legno. Sento il calore che mi sale al viso, il cuore che martella nel petto.

“Carino, eh? Solo carino?” insiste, con un sorriso strafottente. “Non sembri molto concentrata.”

“Marco, per favore…” sussurro, cercando di non attirare attenzione. Il tavolo accanto al nostro è occupato da una coppia di mezza età che chiacchiera tranquilla. Se solo sapessero cosa sta succedendo sotto questo tavolo…

“Per favore cosa?” mi provoca, abbassando di nuovo l’intensità. Il sollievo è momentaneo, ma il desiderio rimane, un nodo stretto che non si scioglie. “Non vuoi che ti faccia godere proprio qui, davanti a tutti?”

Le sue parole mi fanno rabbrividire. Non so se è la situazione, il rischio di essere scoperta, o il modo in cui mi parla, ma ogni fibra del mio corpo è in tensione. “Non… non farlo ora,” mormoro, ma la mia voce trema, e lui lo nota.

“Non ti preoccupare, tesoro. Ti tengo sulla corda ancora un po’,” dice, e i suoi occhi brillano di malizia.

Proprio in quel momento, il cameriere si avvicina con i nostri piatti. È un ragazzo giovane, educato, con un sorriso professionale stampato in faccia. “Ecco il vostro risotto ai frutti di mare, signora. E per lei, signore, la bistecca al pepe verde. Va tutto bene?”

Marco aumenta di colpo l’intensità del vibratore mentre il cameriere parla. Sento una scarica che mi attraversa, un’ondata di piacere che mi fa stringere i denti per non gemere. Le mie mani si chiudono a pugno sul tavolo, e cerco di sorridere al cameriere. “Sì, tutto… tutto benissimo,” riesco a dire, ma la mia voce è tesa, quasi spezzata.

“Ne è sicura? Sembra un po’… accaldata,” dice il cameriere, con un tono preoccupato. Marco trattiene a stento una risata, e io vorrei sprofondare.

“No, no, sto bene. Solo… un po’ di caldo, sì,” balbetto, mentre il vibratore continua a pulsare dentro di me. Sento il mio corpo tremare leggermente, le cosce che si stringono per cercare di controllarmi. L’odore del risotto mi arriva al naso, ma non riesco a concentrarmi su niente se non sulla sensazione tra le mie gambe.

“Se ha bisogno di qualcosa, mi chiami pure,” dice il cameriere, prima di allontanarsi. Marco scoppia a ridere piano, abbassando l’intensità per darmi un momento di tregua.

“Sei stata brava,” mi dice, inclinandosi verso di me. “Ma non hai ancora visto niente.”

Il resto della cena è una tortura. Ogni volta che provo a rilassarmi, a mangiare un boccone o a bere un sorso di vino, lui gioca con il telecomando. Mi porta al limite e poi mi ferma, lasciandomi frustrata e disperata. Sento il tessuto della mia biancheria intima ormai fradicio, il calore che si accumula dentro di me, e ogni movimento mi fa percepire il vibratore ancora di più. Il suono delle posate, le voci intorno a noi, tutto sembra amplificato. Il profumo del suo dopobarba mi arriva a ondate, mescolandosi con l’odore del cibo e del vino, e mi fa venir voglia di saltargli addosso, qui, in mezzo a tutti.

“Non ce la faccio più,” gli sussurro a un certo punto, mentre lui fa finta di niente, tagliando un pezzo di bistecca. “Ti prego, smettila o portami via da qui.”

“Non ancora,” risponde, con un sorriso che è quasi un ghigno. “Finisci il tuo risotto. Voglio vedere quanto riesci a resistere.”

Resistere. È una parola che non ha più senso. Ogni muscolo del mio corpo è teso, la mia pelle è ipersensibile, e sento ogni vibrazione come un’onda che mi travolge. Quando finalmente paghiamo il conto e ci alziamo, le mie gambe tremano. Marco mi prende per mano, guidandomi verso l’uscita con una calma esasperante. Sento il vibratore ancora dentro di me, spento per il momento, ma la sua presenza è costante, un promemoria di quello che sta per succedere.

Il parcheggio del ristorante è quasi deserto, illuminato solo da qualche lampione. La nostra auto è in fondo, lontana dagli altri veicoli. L’aria fresca della sera mi colpisce il viso, ma non fa nulla per raffreddare il fuoco che ho dentro. Marco mi spinge contro la portiera del passeggero, il metallo freddo contro la mia schiena. Mi guarda negli occhi, e vedo il desiderio nei suoi, lo stesso che mi consuma.

“Non ce la facevi più là dentro, vero?” mi dice, con la voce bassa, roca. Le sue mani scivolano sui miei fianchi, sollevando appena il vestito. Sento il tessuto che si arrotola sulle cosce, l’aria fresca sulla pelle.

“No, cazzo, non ce la facevo,” rispondo, il respiro corto. “Mi hai fatto impazzire per due ore. Ora fai qualcosa.”

“Cosa vuoi che faccia?” mi provoca, mentre una mano scivola sotto il vestito, sfiorando l’interno delle mie cosce. Sento le sue dita calde sulla pelle, e un brivido mi attraversa. “Dimmelo chiaro.”

“Voglio che mi scopi, Marco. Qui, adesso,” dico, senza giri di parole. La mia voce è un sussurro urgente, e non mi importa se qualcuno ci vede. Ho bisogno di lui, ho bisogno di liberare tutta questa tensione.

Lui ride piano, un suono profondo che mi fa venire la pelle d’oca. “Brava. È quello che volevo sentire.” Con un movimento rapido, mi tira su il vestito fino alla vita, esponendo le mie cosce e la biancheria intima. Sento il freddo della carrozzeria contro il sedere, ma non mi importa. Le sue mani mi afferrano con decisione, una che mi stringe il fianco, l’altra che scivola tra le mie gambe. Con un gesto secco, sposta le mutandine di lato e tira fuori il vibratore, lasciandolo cadere a terra con un rumore sordo.

“Non ti serve più questo,” dice, e prima che possa rispondere, sento due delle sue dita scivolare dentro di me. Sono bagnata, così bagnata che non c’è resistenza, solo un piacere acuto che mi fa gemere. Le sue dita si muovono con precisione, dentro e fuori, mentre il pollice preme sul clitoride, facendomi inarcare contro di lui.

“Porca miseria, sei fradicia,” mormora, con la bocca vicina al mio orecchio. Sento il suo respiro caldo sul collo, il suo odore che mi avvolge. “Ti è piaciuto essere controllata, eh? Non negarlo.”

“Sì, cazzo, mi è piaciuto,” ansimo, aggrappandomi alle sue spalle. Le sue dita accelerano, e sento il mio corpo che si tende, pronto a esplodere. Ma lui si ferma di colpo, tirandole fuori. Lo guardo con frustrazione, il respiro spezzato.

“Non così in fretta,” dice, slacciandosi la cintura con una mano mentre con l’altra mi tiene ferma contro l’auto. Sento il rumore della zip che si apre, e poi lui si avvicina, spingendosi contro di me. Sento la sua erezione attraverso i pantaloni, dura e insistente, e il solo pensiero di averlo dentro mi fa tremare.

“Ti prego, non farmi aspettare ancora,” lo supplico, e questa volta non c’è vergogna nella mia voce, solo bisogno. Lui mi guarda, con un sorriso che è quasi feroce, e poi si abbassa i pantaloni quel tanto che basta. Lo vedo, grosso e pronto, e il desiderio mi colpisce come un pugno. Mi afferra una gamba, sollevandola e appoggiandola contro il suo fianco, aprendomi a lui. La posizione mi rende vulnerabile, esposta, ma è proprio questo che mi eccita di più.

“Ti scopo come vuoi, ma devi dirlo ancora,” dice, con la voce carica di desiderio. La punta del suo membro sfiora l’ingresso della mia vagina, e io mi mordo il labbro per non gridare.

“Scopami, Marco. Fallo forte,” dico, guardandolo negli occhi. E lui non si fa pregare. Con un unico movimento deciso, spinge dentro di me, riempiendomi completamente. È spesso, caldo, e sento ogni centimetro mentre mi penetra, un misto di sollievo e piacere che mi fa gemere ad alta voce. Le sue mani mi tengono ferma, una sul fianco, l’altra sotto la coscia sollevata, e inizia a muoversi, con spinte profonde e ritmiche.

“Così ti piace, vero?” grugnisce, mentre il ritmo aumenta. Sento il rumore dei nostri corpi che si scontrano, il suono umido della penetrazione, il suo respiro affannoso vicino al mio orecchio. La carrozzeria dell’auto scricchiola leggermente sotto il mio peso ogni volta che lui spinge, e il freddo del metallo contro la mia pelle nuda contrasta con il calore del suo corpo.

“Sì, così, non fermarti,” ansimo, stringendomi a lui. Le sue spinte sono sempre più veloci, più dure, e ogni movimento mi porta più vicina al limite. Sento il suo odore, un misto di sudore e dopobarba, e il sapore del suo collo mentre gli mordo la pelle per soffocare i miei gemiti. Le sue mani mi stringono con forza, lasciandomi probabilmente dei segni, ma non mi importa. Voglio solo continuare a sentire tutto questo.

“Sei così stretta, cazzo,” mormora, con la voce roca. “Non resisto più a lungo se continui a stringermi così.” Le sue parole mi eccitano ancora di più, e sento il mio corpo che si tende, i muscoli interni che si contraggono intorno a lui. Mi spinge contro l’auto con più forza, cambiando leggermente l’angolazione, e colpisce un punto dentro di me che mi fa vedere le stelle. Un gemito mi sfugge, forte, incontrollato, e non mi importa se qualcuno ci sente.

“Sto per venire, Marco,” dico, con la voce spezzata. “Non fermarti, ti prego.”

“Non mi fermo, piccola. Vieni per me,” risponde, e le sue spinte diventano frenetiche, quasi selvagge. Sento il piacere che si accumula, un’onda che cresce e cresce finché non esplode, travolgendomi. Vengo con un grido soffocato, il corpo che trema contro il suo, le unghie che affondano nelle sue spalle. È intenso, devastante, e per un momento non sento altro che il pulsare del mio corpo e il suo membro dentro di me.

Pochi secondi dopo, lo sento irrigidirsi, un grugnito basso che gli esce dalla gola. “Cazzo, ci sono,” dice, e poi si spinge dentro di me un’ultima volta, venendo con forza. Sento il calore del suo seme dentro di me, il suo corpo che trema contro il mio mentre si svuota. Restiamo così per qualche istante, ansimanti, appoggiati all’auto, con il mondo che sembra sparire intorno a noi.

Quando finalmente si ritira, sento un vuoto, ma anche una soddisfazione profonda. Mi abbassa la gamba con delicatezza, sistemandomi il vestito mentre io cerco di riprendere fiato. Mi guarda, con un sorriso stanco ma compiaciuto. “Ti è piaciuto essere sotto il mio controllo, vero?” chiede, con un tono che è già una risposta.

Non posso negarlo. “Sì,” dico semplicemente, e so che non è solo questa sera. Qualcosa dentro di me si è acceso, qualcosa che non sapevo di avere. E so che lui lo userà, ancora e ancora.

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