Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Essere Rebecca per una notte

Essere Rebecca per una notte

28 Marzo 2026·9 min di lettura

Alberto aveva 28 anni, un metro e settanta di pura ironia incarnata e un culo che, a detta di molti, era un’opera d’arte da esposizione. Non che ci tenesse a vantarsi, ma diciamo che il suo fondoschiena era il genere di biglietto da visita che apriva porte – e non solo metaforicamente. Viveva in un appartamentino di merda in periferia, con un divano sfondato e un frigo che puzzava di birra scaduta, ma quella sera non era solo. C’era Marco, il suo migliore amico da una vita, un armadio di uomo con spalle da rugbista e una faccia da stronzo patentato. Marco aveva 30 anni, una barba incolta che sembrava urlare “non mi lavo da tre giorni” e un alito che sapeva di birra e disperazione. Non scopava da un mese, da quando Rebecca, la sua ex, lo aveva mollato per uno con una BMW e un conto in banca a sei zeri. E stasera, dopo sei lattine di birra da discount e un litro di rabbia repressa, Marco era un vulcano pronto a eruttare.

Erano le undici di sera, e i due stavano stravaccati sul divano di Alberto, con una partita di calcio in sottofondo che nessuno dei due stava davvero guardando. Marco teneva una birra in mano, la settima, e fissava il vuoto con occhi rossi di alcol e frustrazione. “Cazzo, Alberto, non ce la faccio più. Mi scoppiano le palle, sul serio. Un mese, un mese di seghe da solo come un coglione. Rebecca, quella troia, mi ha rovinato la vita. Mi ha lasciato con ‘sta voglia che non si spegne.”

Alberto, che stava scorrendo Grindr sul cellulare senza troppa convinzione, alzò un sopracciglio e gli lanciò un’occhiata da stronzo. “E che vuoi fare, Marco? Vuoi che ti trovi una puttana su internet? O vuoi che ti presti il mio culo per sfogarti? Tanto lo so che mi guardi il sedere da anni, pervertito del cazzo.” Lo disse ridendo, con quel tono da presa per il culo che usava sempre con Marco, ma dentro di sé un brivido gli corse lungo la schiena. Sapeva che Marco era etero, o almeno così diceva, ma c’era sempre stato qualcosa nei suoi sguardi, nelle sue battute, in quel modo di sfiorarlo “per scherzo” che puzzava di voglia repressa.

Marco buttò giù un sorso di birra, si pulì la bocca con il dorso della mano e lo fissò con un ghigno che era un misto tra minaccia e sfida. “Sai che c’è? Magari ci sto pure. Tanto sei frocio, no? Ti piace prenderlo nel culo. Che differenza fa se te lo do io o un altro? Dai, facciamo finta che sei Rebecca per una notte. Ti scopo così forte che ti dimentichi pure come ti chiami, stronzo.”

Alberto scoppiò a ridere, ma il cuore gli batteva a mille. “Oh, guarda che cazzone che fa il macho! Sei ubriaco fradicio, Marco. Non ce la fai neanche ad alzarti dal divano, figurati a scoparmi. Torna a piangere per Rebecca e lasciami in pace.” Ma mentre lo diceva, si sentiva già il sangue pompare nelle vene, un misto di eccitazione e paura. Marco non era uno scherzo: era grosso, rozzo, e aveva un’energia da bestia incazzata. E, cazzo, Alberto non poteva negare che l’idea di farsi sbattere da lui gli faceva venire i brividi in posti che non avrebbe dovuto nominare.

Marco si alzò di scatto, barcollando un po’, e si avvicinò a lui con un sorriso da predatore. “Non mi sfidare, frocio. Ti apro in due e ti faccio urlare come quella puttana di Rebecca. Dai, spogliati. Non sto scherzando.” La sua voce era roca, carica di alcol e testosterone, e Alberto, che non era certo uno che si tirava indietro, sentì una scarica di adrenalina che gli fece quasi tremare le mani.

“Va bene, stronzo. Ma se mi fai male, giuro che ti taglio le palle mentre dormi,” rispose Alberto, alzandosi dal divano con un ghigno. Si tolse la maglietta in un gesto rapido, mostrando un torso magro ma definito, e si abbassò i pantaloni con una lentezza provocatoria, lasciando intravedere il culo sodo e liscio che aveva fatto perdere la testa a più di un uomo. Marco lo fissava con occhi famelici, il respiro già pesante, e si slacciò la cintura con mani maldestre, tirandosi giù i jeans e i boxer in un colpo solo.

E lì, cazzo, Alberto capì che non stava scherzando. Marco aveva un cazzo che sembrava un’arma di distruzione di massa: lungo almeno venti centimetri, spesso come una lattina di birra, con vene gonfie che pulsavano e una cappella rossa e lucida che gocciolava già di pre-sborra. “Porca troia, Marco, ma che cazzo mangi per averlo così grosso?” disse Alberto, con una risata nervosa, mentre dentro di sé pensava che forse, solo forse, aveva fatto il passo più lungo della gamba.

“Chiudi quella bocca del cazzo e girati, Rebecca,” ringhiò Marco, spingendolo con una manata contro il bracciolo del divano. Alberto si ritrovò piegato in avanti, con il culo per aria e le mani appoggiate al tessuto logoro, il cuore che gli martellava nel petto. Sentì Marco sputarsi sulle dita, un rumore viscido e volgare, e poi quelle dita ruvide che gli sfioravano l’ano, senza troppa delicatezza. “Rilassati, frocio, sennò ti faccio male sul serio,” grugnì Marco, mentre infilava un dito dentro, poi due, senza dargli il tempo di abituarsi. Alberto strinse i denti, il bruciore che gli risaliva lungo la spina dorsale, ma non disse una parola. Sapeva che lamentarsi avrebbe solo fatto incazzare Marco ancora di più.

Dopo un paio di minuti di preparazione frettolosa, Marco si sputò di nuovo sulla mano e si lubrificò il cazzo con gesti rapidi, impazienti. “Adesso ti scopo, Rebecca. Ti faccio sentire quanto mi hai fatto soffrire, troia,” sibilò, e senza altri preavvisi si posizionò dietro di lui, la cappella grossa e calda che premeva contro l’apertura di Alberto. Con un colpo secco, spinse dentro, senza curarsi del gemito strozzato che sfuggì dalla gola di Alberto. Il dolore fu lancinante, come se lo stessero spaccando in due, ma sotto quel bruciore c’era anche un piacere oscuro, profondo, che gli fece stringere i muscoli del culo intorno all’intruso.

“Cazzo, Marco, piano, sei un animale del cazzo!” urlò Alberto, ma Marco non lo ascoltò. Cominciò a muoversi, con spinte violente e profonde, il rumore della carne che sbatteva contro la carne che riempiva la stanza. Ogni colpo era un misto di dolore e godimento, e Alberto sentiva il cazzo di Marco riempirlo completamente, sfregare contro le pareti interne con una pressione che gli faceva vedere le stelle. L’odore di sudore e sesso impregnava l’aria, acre e pesante, mentre Marco ansimava come un toro, le mani che stringevano i fianchi di Alberto con una forza da lividi.

“Prendilo tutto, Rebecca, troia che non sei altro. Ti piace, eh? Ti piace farmi incazzare e poi farti sbattere così,” ringhiava Marco, ogni parola accompagnata da una spinta più forte. Alberto, con la faccia schiacciata contro il bracciolo del divano, non riusciva neanche a rispondere; i gemiti gli uscivano dalla bocca senza controllo, un misto di lamenti e sospiri che tradivano quanto, nonostante il dolore, stesse godendo come un porco. Sentiva ogni dettaglio del cazzo di Marco: la grossezza che lo allargava, la durezza che lo martellava, il calore umido della pre-sborra che gli colava dentro. Ogni tanto Marco si fermava un attimo, solo per sputare di nuovo sul punto in cui i loro corpi si univano, il suono viscido che si mescolava agli schiaffi della pelle.

Dopo un po’, Marco lo afferrò per i capelli, tirandogli la testa indietro con uno strattone. “Girati, voglio vederti in faccia mentre ti sfondo, puttana,” ordinò, uscendo da lui con un movimento brusco che fece gemere Alberto per il vuoto improvviso. Lo spinse sul divano, a pancia in su, e gli sollevò le gambe, piegandogliele fino al petto. Alberto si ritrovò con il culo esposto, vulnerabile, e Marco non perse tempo. Si infilò di nuovo dentro, questa volta guardandolo negli occhi con un’espressione di puro odio misto a lussuria. “Guardami, Rebecca. Guardami mentre ti scopo il culo e ti faccio pentire di avermi lasciato,” sibilò, e ricominciò a pompare, ancora più forte di prima.

Il divano cigolava sotto di loro, un ritmo frenetico che accompagnava gli ansiti di Marco e i gemiti sempre più alti di Alberto. Ogni spinta era un’esplosione di sensazioni: il bruciore dell’attrito, il calore del corpo di Marco sopra di lui, l’odore di sudore e birra che gli riempiva le narici. Alberto sentiva il suo stesso cazzo duro come il marmo, che sbatteva contro il suo stomaco a ogni colpo, lasciando tracce appiccicose di pre-sborra sulla pelle. “Cazzo, Marco, mi stai spaccando, ma non fermarti, porca troia,” riuscì a dire tra un gemito e l’altro, e Marco rispose con un ghigno, aumentando il ritmo come un ossesso.

“Ti piace, eh, troia? Lo sapevo che eri una puttana dentro. Prendilo, prendilo tutto,” ringhiava Marco, il sudore che gli colava dalla fronte e gli cadeva sul petto di Alberto. Le sue mani stringevano le cosce di Alberto con una forza brutale, le unghie che gli scavavano nella carne, ma a lui non importava. Il dolore era diventato un tutt’uno con il piacere, una sensazione così intensa che gli faceva girare la testa. Sentiva il cazzo di Marco pulsare dentro di lui, sempre più duro, sempre più vicino al limite, e il pensiero che stesse per venirgli dentro lo mandava fuori di testa.

Dopo minuti che sembravano ore, Marco rallentò un attimo, il respiro spezzato, gli occhi socchiusi. “Sto per venire, Rebecca. Ti riempio, cazzo, ti riempio tutto,” grugnì, e con un’ultima serie di spinte selvagge, si svuotò dentro di lui. Alberto sentì il calore dello sperma che lo inondava, un fiotto dopo l’altro, mentre Marco tremava sopra di lui, i muscoli tesi e la bocca spalancata in un ringhio silenzioso. Il peso del suo corpo lo schiacciava contro il divano, il cazzo ancora dentro che pulsava con gli ultimi spasmi, e Alberto, senza neanche toccarsi, venne a sua volta, schizzando sul proprio stomaco con un gemito strozzato che sembrava un urlo.

Rimasero così per un po’, ansimando, sudati, appiccicosi. Marco uscì da lui con un movimento lento, lasciando una sensazione di vuoto e un rivolo caldo che gli colava lungo le cosce. “Cazzo, Rebecca, sei stata una brava troia,” mormorò Marco, con un sorriso stanco e strafottente, prima di crollare sul divano accanto a lui. Alberto, con il culo che bruciava come l’inferno e il corpo ancora tremante, gli lanciò un’occhiata di traverso. “Stronzo, mi chiamo Alberto. E la prossima volta che vuoi sfogarti, portati un lubrificante, coglione, che mi hai distrutto.”

Marco scoppiò a ridere, una risata rauca e ubriaca, e gli diede una pacca sulla spalla. “Tranquillo, frocio. La prossima volta ti porto pure le rose, se fai il bravo.” Alberto alzò gli occhi al cielo, ma dentro di sé sapeva che, cazzo, quella notte era stata una delle scopate più intense della sua vita. E, in fondo, essere Rebecca per una notte non era stato poi così male.

Lascia un commento