Il maestro di musica (parte 2)
Giovedì sera Michele arrivò a casa di Claudio con lo stomaco stretto in una morsa. Aveva passato quattro giorni a ripensare a quel rigonfiamento duro premuto contro il suo culo, alla voce bassa del maestro, al modo calmo e quasi divertito con cui gli aveva detto «Continua».
Quando Claudio aprì la porta, indossava una camicia bianca con le maniche arrotolate e un paio di pantaloni grigi eleganti. Sorrise come sempre, caldo e tranquillo.
«Entra, Michele. Hai portato Debussy?»
«Sì…» rispose lui con la voce un po’ strozzata.
Si sedettero al pianoforte. Le prime venti minuti furono quasi normali. Claudio lo fece scaldare con esercizi semplici, correggendo la postura con tocchi leggeri ma intenzionali. Ogni volta che la mano del maestro gli sfiorava la schiena o la coscia, Michele sentiva un brivido.
Poi Claudio si alzò, andò verso l’armadio e tornò con una piccola bottiglietta di lubrificante e un asciugamano.
Michele deglutì. «Maestro… che cosa…»
Claudio lo guardò con quel suo sorriso gentile, quasi affettuoso.
«Stasera facciamo una lezione diversa. Ti ho osservato per settimane. Sei bravissimo, ma la tensione ti blocca. Voglio che impari a suonare mentre il tuo corpo è… occupato. Completamente rilassato e allo stesso tempo pieno.»
Si sedette sulla panchetta del pianoforte, aprì i pantaloni e tirò fuori il cazzo. Era già mezzo duro, spesso, con una cappella larga e venosa. Michele lo fissò senza riuscire a distogliere lo sguardo.
Claudio diede due colpi lenti con la mano, guardandolo negli occhi.
«Spogliati dalla vita in giù. Poi vieni qui e siediti su di me.»
Michele rimase immobile per qualche secondo, il cuore che batteva all’impazzata. Claudio non insistette. Aspettò con pazienza, accarezzandosi lentamente.
Alla fine Michele si alzò, si tolse le scarpe, i jeans e i boxer con mani tremanti. Il suo cazzo era già duro, puntato verso l’alto, una goccia trasparente sulla punta.
Claudio sorrise con tenerezza.
«Guarda come sei bello quando sei eccitato. Vieni qui.»
Michele si avvicinò. Claudio lo prese per i fianchi e lo fece girare di spalle. Gli versò una generosa quantità di lubrificante tra le chiappe, poi usò due dita per spalmarlo bene, massaggiando il buco con calma circolare.
«Respira profondamente» mormorò. «Lasciati aprire. Non c’è fretta.»
Michele gemette piano quando le dita di Claudio entrarono. Erano grandi, esperte. Lo prepararono con cura, andando sempre più a fondo, curvandosi per premere sulla prostata.
«Ah… cazzo…» sfuggì a Michele.
Claudio ridacchiò piano, un suono basso e divertito.
«Già bestemmi? Siamo solo all’inizio.»
Dopo qualche minuto ritirò le dita e si unse il cazzo abbondantemente. Poi afferrò Michele per i fianchi e lo guidò verso il basso.
«Scendi piano. Fammi entrare dentro di te.»
Michele sentì la cappella larga premere contro il suo buco. Fece forza e scese. Il cazzo di Claudio lo aprì lentamente, centimetro dopo centimetro. Era grosso, caldo, invasivo. Quando arrivò a metà, Michele si fermò, ansimando.
«Troppo grosso…» mormorò.
«Lo so» rispose Claudio con voce dolce. «Ma tu puoi prenderlo tutto. Scendi ancora. Bravissimo… così.»
Con un gemito lungo e spezzato, Michele si sedette completamente. Il cazzo di Claudio gli entrò fino in fondo. Sentiva le palle del maestro contro il suo culo, il cazzo che gli riempiva completamente l’intestino.
«Oddio… ce l’hai tutto dentro» sussurrò Michele, la voce rotta.
Claudio gli circondò la vita con un braccio forte e lo tirò contro il suo petto. Gli baciò la nuca.
«Esatto. Ora sei pieno di me. E adesso suonerai.»
Michele posò le mani tremanti sulla tastiera. Il primo tentativo fu disastroso: le dita gli scivolavano, sbagliava note di continuo. Ogni volta che si muoveva, il cazzo dentro di lui si spostava, sfregando contro la prostata.
Claudio cominciò a muovere lentamente il bacino verso l’alto, scopandolo con spinte calme e profonde mentre Michele cercava di suonare.
«Concentrati sulla musica» gli sussurrò all’orecchio. «Senti come ti riempio? Usa quella sensazione. Ogni nota sbagliata… la pago con una spinta più forte.»
Michele riprese Debussy. Le note uscivano incerte, ma gradualmente diventavano più fluide. Claudio lo scopava con un ritmo lento e costante, spingendo ogni volta che Michele azzeccava un passaggio difficile.
A un certo punto Michele sbagliò una nota complessa. Claudio gli diede una spinta più decisa, affondando fino alle palle.
«Ahh! Cazzo…» gemette Michele.
Claudio rise piano contro il suo collo.
«Vedi? Il tuo culo stringe così bene quando sbagli. Mi fai impazzire.»
Il pezzo andò avanti per quasi quindici minuti. Michele suonava con il cazzo di Claudio piantato dentro di lui, il sudore che gli colava lungo la schiena, il suo stesso cazzo duro che oscillava a ogni spinta, gocciolando sul parquet.
Claudio gli mordicchiò il lobo dell’orecchio.
«Stai andando benissimo… sei così caldo e stretto intorno a me. Sento ogni contrazione.»
Verso la fine del brano, Claudio aumentò leggermente il ritmo. Le spinte diventarono più profonde, più possessive.
«Ora finisci il pezzo… e quando arrivi all’ultima nota, voglio che vieni per me. Senza toccarti.»
Michele suonò le ultime battute con il respiro spezzato. Quando premette l’ultimo tasto, il piacere esplose. Venne violentemente, schizzando fiotti densi sulla tastiera del pianoforte mentre il culo gli si contraeva ritmicamente intorno al cazzo di Claudio.
Claudio lo tenne stretto, spinse ancora tre o quattro volte e venne dentro di lui con un gemito basso e soddisfatto, riempiendolo di sperma caldo.
Rimasero così per lunghi minuti: Michele seduto sul cazzo ancora pulsante del maestro, il respiro affannato, la testa appoggiata all’indietro sulla spalla di Claudio.
Claudio gli baciò la tempia con tenerezza e gli accarezzò il petto.
«Hai visto? Quando ti arrendi completamente a me, la musica esce pura. Questa è solo l’inizio, Michele.»
Michele, ancora pieno di lui, riuscì solo a sussurrare con voce debole:
«Sì… maestro.»
Claudio sorrise contro il suo collo.
«Bravissimo, il mio ragazzo. La prossima lezione sarà ancora più interessante.»
