Fammi sentire completamente posseduta
Mi chiamo Laura, ho 42 anni e, dopo un divorzio che mi ha lasciata con il cuore a pezzi e un vuoto che non riesco a colmare, ho deciso che è ora di riprendere in mano la mia vita. Non parlo di cene con amici o di viaggi per “ritrovarmi”. No, parlo di qualcosa di più profondo, più crudo. Ho bisogno di sentirmi viva, di abbandonarmi completamente, di cedere ogni briciola di controllo. Così, dopo settimane a pensarci, ho contattato un uomo. Non so il suo vero nome, lo chiamano semplicemente Marco. È un dominatore, uno che sa come prendere in mano le redini. Gli ho scritto un messaggio chiaro: voglio una notte in cui non decido nulla, in cui sono sua. Gli ho persino consegnato una busta con un biglietto dentro. Sopra c’è scritto: “Fai di me ciò che vuoi, ma fammi sentire completamente posseduta”.
Ci incontriamo in un appartamento che ha affittato per l’occasione, in una zona della città che non conosco. È sera, il cielo fuori è scuro e l’aria sa di pioggia. Entro con il cuore che mi martella nel petto. Marco è già lì, un uomo sulla quarantina, alto, con spalle larghe e un viso duro ma stranamente rassicurante. Indossa una camicia nera e jeans scuri. Mi guarda negli occhi, senza sorridere, e mi fa cenno di entrare.
“Hai portato la busta?” chiede, con una voce bassa, quasi un ringhio.
“Sì,” rispondo, tirandola fuori dalla borsa con mani che tremano appena. Gliela porgo. La prende, la apre, legge. I suoi occhi si socchiudono per un attimo, poi mi guarda di nuovo.
“Sei sicura di questo, Laura? Una volta che iniziamo, non si torna indietro.”
“Sono sicura,” dico, anche se la mia voce vacilla. “Voglio questo. Ne ho bisogno.”
Mi fissa per un lungo momento, come se stesse valutando ogni parola. Poi annuisce. “Spogliati. Tutto. Ora.”
Il tono non ammette repliche. Mi tolgo il cappotto, il vestito, il reggiseno, gli slip. Resto nuda davanti a lui, i piedi freddi sul pavimento di legno, la pelle d’oca che mi percorre le braccia. Mi guarda senza fretta, analizzando ogni centimetro di me. Non dice nulla, ma sento il peso del suo sguardo, come se mi stesse già possedendo solo con gli occhi.
“Girati,” ordina. Obbedisco, mostrandogli la schiena. Sento i suoi passi avvicinarsi, il calore del suo corpo dietro di me. Poi, qualcosa di morbido ma fermo mi sfiora i polsi: una corda. La stringe, legandomi le mani dietro la schiena. Il nodo è stretto, non doloroso, ma abbastanza da farmi capire che non ho scampo. Il cuore mi batte così forte che penso possa sentirlo.
“Troppo stretto?” chiede, con un tono che sembra quasi gentile, ma che nasconde una minaccia.
“No,” rispondo, la voce roca. “Va bene.”
“Bene,” dice. Poi prende una benda nera dalla tasca e me la mette sugli occhi. Il mondo sparisce, resto solo con i suoni, il suo respiro pesante vicino al mio orecchio, l’odore del suo dopobarba mescolato a qualcosa di più terroso, come cuoio. Mi guida con una mano sulla spalla, spingendomi avanti. Inciampo un po’, ma lui mi tiene. Non so dove sto andando, ma lo seguo.
“Adesso sei mia, Laura,” sussurra, e il suo fiato caldo sul collo mi fa rabbrividire. “Ogni tuo respiro, ogni tuo movimento. Tutto. Capito?”
“Sì,” mormoro.
Mi fa sedere su qualcosa di morbido, forse un letto. Sento le sue mani che mi spingono indietro, facendomi sdraiare. La corda dietro la schiena mi tira un po’, ma non protesto. Poi mi lega anche le caviglie, divaricandole e fissandole a qualcosa. Sono esposta, vulnerabile, e il buio della benda amplifica ogni sensazione. Sento il suo peso sul letto, vicino a me, ma non parla. C’è solo il suono del suo respiro, lento, controllato, e il fruscio dei suoi vestiti mentre si muove.
“Ti piace questa sensazione, vero?” dice infine, la voce bassa, quasi un sussurro. “Essere legata, cieca, senza sapere cosa succederà.”
“Sì,” ammetto, la voce tremante. “Mi piace.”
“Bene,” dice. Sento qualcosa di freddo sfiorarmi la pelle del ventre, forse la punta di un dito, o un oggetto. Scendo lungo l’addome, lento, troppo lento, fino a fermarsi appena sopra il pube. Trattengo il respiro. Poi, senza preavviso, la sensazione sparisce. Lo sento ridere piano, un suono profondo che mi fa stringere le cosce, per quanto possibile con le caviglie legate.
“Non essere impaziente,” dice. “Abbiamo tutta la notte.”
E la notte inizia davvero. Sento le sue mani tornare su di me, ruvide ma precise. Mi toccano dappertutto, senza fretta, esplorando ogni curva, ogni punto sensibile. Mi accarezza i seni, stringendo i capezzoli tra le dita finché non gemo. Il dolore è acuto ma breve, sostituito subito da una scossa di piacere che mi attraversa il corpo. Scende più in basso, sfiorando l’interno delle cosce, senza mai toccare dove vorrei. La tensione cresce, è quasi insopportabile. Voglio supplicarlo, ma mi mordo il labbro per non parlare.
“Lo vuoi, vero?” dice, come se mi leggesse nel pensiero. La sua voce è carica di controllo. “Dimmi quanto lo vuoi.”
“Lo voglio,” ansimo. “Ti prego, Marco, non farmi aspettare.”
“Oh, ma lo farò,” risponde, e sento il sorriso nella sua voce. “Ti farò implorare finché non sarai un disastro.”
E lo fa. Continua a stuzzicarmi, alternando tocchi leggeri a pressioni più forti. Le sue dita scivolano tra le mie gambe, finalmente, ma solo per un attimo, sfiorando appena il clitoride prima di ritrarsi. Gemo, frustrata, e lui ride di nuovo. Poi, senza preavviso, sento la sua bocca su di me. È calda, umida, e la sensazione è così intensa che quasi urlo. La sua lingua si muove lenta, deliberata, esplorando ogni punto con una precisione che mi fa tremare. L’odore della mia eccitazione si mescola al suo respiro, al sapore salato della sua bocca. Le sue mani mi tengono ferma, le dita che affondano nella carne delle cosce.
“Così, brava,” mormora contro di me, la vibrazione delle sue parole che mi fa impazzire. “Fammi sentire quanto ti piace.”
“Mi piace,” gemo, la voce spezzata. “Cazzo, mi piace troppo.”
Non risponde, ma intensifica il ritmo. La sua lingua si muove più veloce, più decisa, portandomi al limite. Sono un fascio di nervi, ogni sensazione amplificata dalla benda, dalla corda, dall’impossibilità di muovermi. Sto per venire, lo sento, ma proprio quando sono sul punto di esplodere, si ferma. Mi lascia lì, ansimante, con il corpo che trema.
“No, ti prego,” lo supplico, senza vergogna. “Non smettere.”
“Non decidi tu, Laura,” dice, e il tono è duro, senza appello. “Decido io quando puoi venire.”
Sento il letto muoversi mentre si alza. Poi, il suono di una cerniera che si apre, lento, deliberato. Il cuore mi batte all’impazzata. Torna vicino a me, lo sento dal calore del suo corpo. Mi sfiora la guancia con qualcosa di caldo, duro. Capisco subito di cosa si tratta, e la consapevolezza mi fa deglutire a vuoto.
“Apri la bocca,” ordina.
Obbedisco, senza esitazione. Lo prendo dentro, sentendo il sapore salato, la consistenza liscia e dura contro la lingua. È grosso, più di quanto immaginassi, e faccio fatica a respirare mentre lui spinge piano, ma con fermezza. Le sue mani sono nei miei capelli, guidandomi, controllando ogni movimento. Geme piano, un suono gutturale che mi fa vibrare dentro.
“Così, brava,” dice, la voce roca. “Prendilo tutto, fino in fondo.”
Faccio del mio meglio, lasciandomi usare, lasciando che decida lui il ritmo. La sensazione di essere così vulnerabile, così sottomessa, è inebriante. Ogni tanto si ferma, tirandosi indietro, lasciandomi riprendere fiato. L’odore del suo corpo mi avvolge, muschiato, intenso, mescolato al mio stesso desiderio. Poi ricomincia, più deciso, più profondo, finché non sento i suoi gemiti diventare più irregolari.
Ma non finisce lì. Si ritrae, lasciandomi con la bocca vuota, il respiro corto. Lo sento muoversi, poi le sue mani sono di nuovo su di me, slegandomi le caviglie. Mi gira con facilità, mettendomi a pancia in giù, le mani ancora legate dietro la schiena. Sento il materasso cedere sotto il suo peso mentre si posiziona dietro di me. Mi solleva i fianchi, esponendomi completamente. Sono un fascio di attesa, ogni muscolo teso.
“Dimmi che lo vuoi,” dice, la voce un ringhio basso. “Dimmi che vuoi che ti prenda così.”
“Lo voglio,” ansimo, senza esitazione. “Prendimi, Marco. Ti prego, prendimi forte.”
Non risponde con parole, ma con i fatti. Lo sento entrare dentro di me, lento all’inizio, ma deciso. È grosso, mi riempie completamente, e la sensazione mi strappa un gemito lungo, profondo. Il bruciore iniziale si trasforma in piacere mentre si muove, ogni spinta più forte della precedente. Le sue mani mi tengono i fianchi, le dita che affondano nella carne, lasciandomi segni che so porterò per giorni. Il suono dei nostri corpi che si scontrano riempie la stanza, mescolato ai miei gemiti e ai suoi respiri pesanti.
“Ti piace, vero?” dice, tra un colpo e l’altro. “Essere mia, essere usata così.”
“Sì,” gemo, la testa che gira. “Sì, cazzo, mi piace. Non smettere.”
Aumenta il ritmo, spingendo più forte, più profondo. Sento ogni centimetro di lui, ogni movimento, ogni sensazione amplificata dalla benda che mi tiene al buio. Il sudore mi cola lungo la schiena, il suo odore si mescola al mio, un mix acre e inebriante. Mi porta al limite più volte, ma ogni volta rallenta, prolungando la tortura, facendomi implorare.
“Ti prego, Marco,” lo supplico, la voce spezzata. “Fammi venire. Non ce la faccio più.”
“Non ancora,” risponde, e c’è una crudezza nella sua voce che mi fa tremare. “Ti farò venire quando decido io.”
E continua, alternando ritmi lenti e devastanti a spinte brutali che mi fanno urlare nel cuscino. Mi gira di nuovo, mettendomi sulla schiena, divaricandomi le gambe. Mi penetra ancora, guardandomi, anche se non posso vederlo. Sento il suo sguardo su di me, il suo controllo totale. Le sue mani scivolano sul mio corpo, stringendo, pizzicando, accarezzando con una tenerezza crudele che mi confonde. Mi bacia il collo, mordendo piano, lasciando segni, mentre continua a muoversi dentro di me.
“Sei mia, Laura,” sussurra, il fiato caldo contro la mia pelle. “Tutta mia. Lo senti?”
“Sì,” gemo, al limite della resistenza. “Lo sento. Sono tua.”
Finalmente, dopo quella che sembra un’eternità, sento il suo ritmo cambiare, diventare più irregolare. “Ora,” dice, la voce tesa. “Vieni con me. Ora.”
E non posso fare altro che obbedire. L’orgasmo mi travolge come un’onda, violento, devastante, facendomi tremare dalla testa ai piedi. Lo sento venire dentro di me, un gemito profondo che mi vibra nel petto. Restiamo così per un momento, ansimanti, il suo peso su di me, il calore del suo corpo che mi avvolge. Poi si ritrae piano, lasciandomi vuota ma piena allo stesso tempo.
Mi slega le mani, toglie la benda. La luce mi acceca per un istante, ma vedo il suo viso, sudato, con un’espressione che è un misto di soddisfazione e qualcosa che non so definire. Non parla, ma mi aiuta a sedermi, passandomi una mano sulla schiena. Sono un disastro, tremo ancora, il corpo esausto ma vivo come non lo era da anni.
“Stai bene?” chiede, la voce più dolce di prima.
“Sì,” rispondo, guardandolo negli occhi. “Sto… più che bene.”
Non c’è bisogno di altre parole. So che questa notte ha cambiato qualcosa dentro di me. Mi sono arresa completamente, e in quella resa ho trovato una libertà che non credevo possibile. Sono svuotata, ma allo stesso tempo piena, come se avessi ritrovato una parte di me che non sapevo di aver perso. Marco mi guarda, e per la prima volta vedo un accenno di sorriso. Non so cosa succederà domani, ma per ora, in questo momento, sono esattamente dove voglio essere.
