Ogni volta che vuoi (parte 3)
Tornare in cella dopo le docce è stato come rientrare in una gabbia che ormai conoscevo fin troppo bene. Il clangore della porta che si chiudeva alle mie spalle mi ha fatto sobbalzare, un suono secco e definitivo che mi ricordava dove fossi. L’odore di disinfettante e metallo impregnava l’aria, mescolandosi al sentore umido dei miei vestiti ancora bagnati. Mi sono seduto sul letto inferiore, il materasso che si incurvava sotto il mio peso, e ho cercato di ignorare il dolore sordo che ancora mi tormentava. Ogni muscolo sembrava protestare, ma non era solo il fisico a pesarmi. C’era qualcosa nella testa, un pensiero che non riuscivo a scacciare: quel che era successo sotto l’acqua, nelle docce, non era più solo una questione di forza o di sottomissione. Una parte di me, che odiavo ammettere, stava cambiando.
Karim è entrato subito dopo, i passi sicuri sul pavimento freddo, i capelli ancora umidi che gli cadevano sulla fronte. Mi ha guardato, con quel sorriso storto che sembrava non sparire mai, e ha tirato su i pantaloni con un gesto lento, quasi provocatorio. Il tatuaggio sul collo, quelle linee nere che si intrecciavano, sembrava pulsare sotto la luce fioca della cella. Si è appoggiato al letto a castello, le braccia incrociate, gli occhi scuri che mi fissavano senza pudore.
“Che cazzo hai da guardare per terra?” ha detto, la voce roca, con un tono che era metà scherno e metà ordine. “Alza gli occhi, Alex. Non fare il timido adesso.”
Ho sollevato lo sguardo, riluttante, sentendo un nodo allo stomaco. Non volevo dargli soddisfazione, ma non avevo scelta. Qui dentro, le regole erano le sue. “Niente,” ho borbottato, la voce bassa, quasi un sussurro. “Sto solo pensando.”
Ha riso, un suono basso e gutturale che mi ha fatto stringere i denti. “Pensando, eh? E a cosa? A come ti ho fatto piegare poco fa? O a quello che ti farò stasera?” Si è passato una mano sul mento, guardandomi dall’alto in basso come se fossi un oggetto da studiare. “Non serve che rispondi. Lo so già.”
Ho deglutito, sentendo il calore risalire lungo il collo. Non volevo dargli ragione, ma il mio corpo tradiva ogni pensiero. Il bruciore residuo, il ricordo della pressione sotto l’acqua, tutto mi tornava in mente con una chiarezza che mi dava fastidio. Mi sono spostato leggermente sul letto, cercando una posizione che non facesse male, ma non c’era modo di sfuggire a quella sensazione. E lui lo sapeva.
“Non dire stronzate, Karim,” ho provato a ribattere, ma le parole suonavano vuote, senza forza. “Non è che mi piace, è che non ho scelta.”
Ha inclinato la testa, il sorriso che si allargava. “Ah, davvero? E allora perché non ti ribelli? Perché non provi a spaccarmi la faccia, se ti fa così schifo?” Si è avvicinato, salendo sul letto sopra di me con un movimento rapido, il materasso che cigolava sotto il suo peso. La sua voce si è abbassata, quasi un sussurro, mentre si sporgeva appena verso di me. “Lo sai perché, Alex. Perché una parte di te lo vuole. E ormai lo sai.”
Non ho risposto. Non potevo. Quelle parole mi colpivano come un pugno, perché una parte di me, piccola ma reale, iniziava a chiedersi se avesse ragione. Mi sono passato una mano sul viso, cercando di scacciare quel pensiero, ma il suo sguardo su di me era come un peso che non potevo ignorare. Il silenzio nella cella era pesante, rotto solo dal rumore lontano delle chiavi dei secondini che passavano nel corridoio.
“Non dire cazzate,” ho mormorato alla fine, ma la mia voce tremava appena. Lui ha riso di nuovo, un suono che mi faceva ribollire il sangue, e si è tirato indietro, sdraiandosi sul letto sopra di me. Sentivo ogni suo movimento, il cigolio del materasso, il fruscio dei suoi vestiti. Sapevo che non sarebbe finita lì. Non stasera. Non mai, finché fossi rimasto in questa cella con lui.
Le ore successive sono passate lente, un’attesa che mi stringeva il petto. La cena in mensa è stata un blur, il sapore del cibo insipido che mi restava in bocca come cartone. Non riuscivo a concentrarmi su niente, nemmeno sulle chiacchiere degli altri detenuti intorno a me. Sentivo solo gli occhi di Karim dall’altro lato della sala, che ogni tanto cercavano i miei, con quella sicurezza che non vacillava mai. Quando siamo tornati in cella, dopo la conta serale, il clangore della porta che si chiudeva mi è sembrato più forte del solito. Eravamo di nuovo solo noi due, in quello spazio angusto che puzzava di sudore e metallo.
Karim non ha perso tempo. Appena la porta si è chiusa, si è tolto la maglietta con un gesto rapido, lasciandola cadere sul pavimento. La sua pelle abbronzata brillava sotto la luce debole, i muscoli definiti che si muovevano sotto la superficie. Il tatuaggio sul collo sembrava attirare il mio sguardo, come sempre, un punto focale che non riuscivo a ignorare. Si è avvicinato, fermandosi a un passo da me, e ha incrociato le braccia, guardandomi con un’intensità che mi faceva sudare freddo.
“Spogliati,” ha detto, senza giri di parole. “Non farmelo ripetere.”
Ho esitato per un secondo, il cuore che batteva forte, ma poi ho obbedito. Mi sono tolto la maglietta, sentendo l’aria fredda della cella sulla pelle, e poi i pantaloni, lasciandoli cadere a terra. Ero nudo davanti a lui, vulnerabile in un modo che mi faceva odiare me stesso, ma non potevo farci niente. Lui mi ha osservato, un ghigno che gli increspava le labbra, e ha fatto un passo avanti, la sua presenza che sembrava riempire tutto lo spazio.
“Girati,” ha ordinato, la voce ferma. “Mettiti sul letto, a pancia in giù. Sai come funziona.”
Ho deglutito, il respiro corto, ma ho fatto come diceva. Mi sono sdraiato sul letto inferiore, il materasso duro che mi premeva contro il petto, il freddo del tessuto che mi dava un brivido. Sentivo i suoi occhi su di me, e poi il suono dei suoi vestiti che cadevano a terra, uno dopo l’altro. Il materasso ha cigolato quando si è inginocchiato dietro di me, le sue mani che mi afferravano i fianchi con una presa decisa. La sua pelle era calda contro la mia, il suo odore forte, un misto di sudore e qualcosa di più acre che mi riempiva il naso.
“Rilassati, cazzo,” ha detto, mentre sentivo le sue dita scivolare su di me, ruvide e impazienti. “Non è la prima volta, lo sai. Respira.”
Ho chiuso gli occhi, stringendo le lenzuola tra le mani, e ho cercato di fare come diceva. Ma il bruciore, quando ha iniziato a spingere, è stato inevitabile. Era lento, quasi metodico, ma deciso, e ogni centimetro sembrava un’invasione che mi faceva stringere i denti. La sensazione di pienezza era intensa, un misto di dolore e pressione che mi faceva tremare. Sentivo ogni dettaglio, la sua lunghezza che mi riempiva, il calore che bruciava dentro, il ritmo dei suoi movimenti che iniziava a crescere.
“Così, bravo,” ha grugnito, la voce spezzata dal ritmo. “Lo prendi bene, Alex. Cazzo, sei stretto, ma ci stai. Dimmi che ti piace.”
Non volevo rispondere, non volevo dargli quella soddisfazione, ma il mio corpo tradiva ogni pensiero. Un gemito soffocato mi è sfuggito dalle labbra, e lui ha riso, un suono basso e soddisfatto. Le sue mani mi stringevano i fianchi con più forza, le unghie che affondavano appena nella pelle, mentre accelerava, le spinte più dure, più profonde. Il rumore della sua pelle contro la mia riempiva la cella, uno schiaffo ritmico che si mescolava al mio respiro irregolare e ai suoi grugniti.
“Parla, stronzo,” ha insistito, inclinandosi su di me, il suo respiro caldo sul mio collo. “Dimmi che lo vuoi. Non fare il muto come al solito.”
“Sì,” ho borbottato alla fine, la voce roca, quasi un sussurro. “Lo voglio. Contento?”
Ha riso di nuovo, un suono che era pura soddisfazione, e ha spinto più forte, come se volesse marchiarmi. Il dolore si mescolava a un calore strano, una sensazione che non riuscivo più a ignorare. Ogni movimento era un’ondata, un ritmo che mi travolgeva, e io mi lasciavo andare, incapace di resistere. Sentivo il suo tatuaggio davanti agli occhi, quando giravo appena la testa, quelle linee nere che si muovevano al ritmo dei suoi fianchi.
“Ecco, così,” ha detto, ansimando. “Lo sapevo. Sei mio, Alex. Ogni volta che voglio. Non lo dimentichi, vero?”
“No,” ho risposto, senza fiato, mentre il calore dentro di me cresceva, un’onda che non potevo fermare. Lui ha continuato, il ritmo sempre più frenetico, i suoi gemiti che si mescolavano ai miei, fino a quando non l’ho sentito irrigidirsi, un’esplosione di calore che mi ha fatto stringere le lenzuola con più forza. Si è tirato fuori lentamente, lasciandomi vuoto e tremante, il respiro corto, il corpo madido di sudore.
Mi sono girato sulla schiena, guardandolo mentre si passava una mano tra i capelli ricci, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente. Il suo sguardo era ancora su di me, ma c’era qualcosa di diverso, un’ombra di qualcosa che non riuscivo a decifrare. Si è sdraiato accanto a me, il materasso che si incurvava sotto il nostro peso, e per un momento siamo rimasti in silenzio, il suono del nostro respiro che riempiva la cella.
“Ormai lo sai,” ha detto infine, la voce più bassa, quasi calma. “Non è solo una questione di chi comanda. È che ci stai dentro, Alex. E non puoi farci niente.”
Non ho risposto. Non avevo parole. Ma mentre guardavo il soffitto grigio sopra di me, con il peso del suo corpo ancora accanto al mio, ho sentito qualcosa dentro di me assestarsi. Non era accettazione, non del tutto. Ma era la consapevolezza che questo, in qualche modo, era diventato il mio mondo. E che, finché fossi rimasto qui, con lui, non ci sarebbe stato modo di tornare indietro.
Il passato di Karim restava un mistero, qualcosa che accennava solo a sprazzi, in battute che non spiegava mai. Ma non importava. Qui dentro, contava solo il presente. Il clangore delle chiavi dei secondini, il freddo del metallo, l’odore di sudore e disinfettante. E lui, con quel tatuaggio sul collo che sembrava guardarmi ogni volta che chiudevo gli occhi. Ogni volta che voleva, io c’ero. E ormai lo sapevo.
