Legato al ritmo della notte
Non ricordo nemmeno come ci sono finito, in quell’appartamento. Avevo 22 anni, ero fuori di testa per l’alcol, con la testa che girava e la lingua impastata. La serata era iniziata in un locale del centro, birre e shot uno dietro l’altro, risate con gli amici, il volume della musica che mi martellava nel petto. Poi qualcuno ha tirato fuori l’idea di un after party. “Andiamo da Marco, c’è un casino di gente, si va avanti fino all’alba.” Non ci ho pensato due volte, ero troppo sbronzo per ragionare. Ho seguito il gruppo, barcollando per le strade, fino a un palazzo vecchio, con le scale strette e l’odore di muffa nei corridoi.
Quando siamo entrati, l’appartamento era un delirio. Luci stroboscopiche che tagliavano il buio, musica techno che rimbombava così forte da farmi vibrare le ossa, bottiglie ovunque, corpi sudati che si strusciavano gli uni contro gli altri. Ragazzi e ragazze, tutti ubriachissimi, alcuni mezzi nudi, altri che si baciavano senza ritegno in ogni angolo. L’aria puzzava di birra, sudore e fumo. Mi sono buttato su un divano, con una lattina in mano, osservando quella bolgia. Non conoscevo quasi nessuno, ma non mi importava. Ero fuori, ridevo da solo, con la testa che fluttuava.
Poi ho incrociato lo sguardo di un ragazzo. Alto, capelli corti, una maglietta aderente che gli disegnava i muscoli. Mi ha sorriso, un sorriso storto, da predatore. Si è avvicinato, con un altro tizio dietro di lui, più basso ma con spalle larghe, il tipo che sembrava passare le giornate in palestra. “Ehi, tu sei nuovo qui,” ha detto il primo, con una voce roca, passandosi una mano sul mento. “Mi chiamo Davide. Lui è Ale. Ti va di divertirti un po’?”
Non ho capito subito cosa intendesse. Ero troppo ubriaco, troppo confuso. Ho riso, alzando la lattina. “Certo, perché no? È una festa, no?” Davide ha scambiato un’occhiata con Ale, un ghigno che mi ha fatto rabbrividire, ma non ci ho fatto caso. Mi hanno offerto un altro drink, uno shot di qualcosa che bruciava la gola, e mi hanno trascinato verso un corridoio più buio, lontano dalla folla. “Dai, vieni con noi, c’è una stanza più tranquilla. Troppo casino qui fuori.”
Mi sono lasciato guidare, inciampando nei miei stessi piedi. La stanza era piccola, un letto sfatto al centro, una lampada che buttava una luce fioca. C’era odore di chiuso, di lenzuola usate. La porta si è chiusa alle mie spalle con un click. Solo allora ho sentito un campanello d’allarme nella testa, ma era troppo tardi. Davide si è avvicinato, il suo fiato che puzzava di vodka. “Spogliati,” ha detto, secco, senza giri di parole. Ho sbattuto le palpebre, confuso. “Cosa?”
Non ho avuto il tempo di reagire. Ale mi ha afferrato da dietro, le sue mani ruvide mi hanno stretto le braccia. “Non fare il timido, bello. Lo sappiamo che ti va.” Ho cercato di divincolarmi, ma ero debole, la testa mi girava. Davide mi ha strappato la maglietta con uno strattone, il tessuto che si lacerava con un rumore secco. “Ehi, calma, che fate?” ho balbettato, ma la mia voce era incerta, spezzata dall’alcol.
“Stai zitto,” ha ringhiato Ale, spingendomi sul letto. Mi hanno tirato via i jeans, lasciandomi solo con i boxer. Ho sentito il cuore battermi all’impazzata, un misto di paura e adrenalina. Poi Davide ha tirato fuori una corda da chissà dove, un pezzo di spago ruvido. “Ti leghiamo, così non fai casino.” Mi hanno bloccato i polsi dietro la schiena, stringendo così forte che sentivo la pelle bruciare. Ero a pancia in sotto, il materasso che puzzava di sudore vecchio sotto di me. Ho provato a protestare, ma Ale mi ha tappato la bocca con una mano. “Shh, rilassati. Vedrai che ti piace.”
Davide si è slacciato i pantaloni davanti a me, il rumore della zip che mi rimbombava nelle orecchie. Ho visto il suo membro, duro, grosso, le vene che pulsavano sotto la pelle chiara. “Guarda che roba,” ha detto, con un ghigno. “Te lo faccio sentire tutto.” Ho cercato di girare la testa, ma Ale mi teneva fermo, le sue dita che mi stringevano il collo. Sentivo il suo respiro pesante, il calore del suo corpo dietro di me. Poi ha abbassato i miei boxer, lasciandomi completamente nudo, esposto. Il freddo dell’aria sulla pelle nuda mi ha fatto rabbrividire.
“Che bel culo,” ha commentato Ale, dandomi una pacca forte, il rumore che riecheggiava nella stanza. La sua mano era ruvida, callosa, e il bruciore della sculacciata mi ha fatto stringere i denti. Davide si è messo davanti a me, inginocchiandosi sul letto, il suo cazzo a pochi centimetri dalla mia faccia. “Apri la bocca,” ha ordinato. Ho esitato, ma Ale mi ha dato un’altra sculacciata, più forte. “Fallo, non farci perdere tempo.” Ho obbedito, la bocca che si riempiva del sapore salato della sua pelle, del calore che mi invadeva. Davide ha grugnito, spingendosi dentro senza delicatezza, mentre io cercavo di respirare dal naso.
Dietro di me, Ale si è posizionato. Ho sentito le sue mani aprirmi, il suono di uno sputo, e poi la pressione del suo membro contro di me. Era enorme, troppo grosso, e quando ha iniziato a spingere ho urlato, ma il suono è stato soffocato da Davide nella mia bocca. “Rilassati, cazzo,” ha detto Ale, la voce tesa. “Stringi di meno o ti faccio male sul serio.” Il dolore era acuto, un bruciore che mi squarciava, ma mentre spingeva, lento e insistente, qualcosa è cambiato. Il mio corpo ha iniziato a cedere, ad adattarsi, e un calore strano, profondo, ha preso il posto del dolore.
Ale ha iniziato a muoversi, un ritmo costante, ogni affondo che mi faceva sobbalzare sul materasso. Il suo fiato era caldo sul mio collo, i suoi gemiti bassi, quasi animali. “Cazzo, sei stretto,” ha ringhiato, accelerando. Sentivo ogni centimetro di lui, la pressione che mi riempiva, il suono della sua pelle che sbatteva contro la mia. Le corde ai polsi mi segavano la pelle, ma quel dolore si mescolava a una sensazione nuova, un piacere oscuro che mi attraversava il corpo.
Davide, davanti, mi teneva la testa ferma, i suoi movimenti sempre più veloci. “Succhia più forte,” ha ordinato, la voce roca. Il sapore acre del suo liquido preseminale mi inondava la bocca, mentre cercavo di tenere il ritmo. L’odore del suo sudore, intenso e pungente, mi riempiva le narici. Ogni tanto mi dava uno schiaffo leggero sulla guancia, non forte, ma abbastanza da farmi sentire sotto il suo controllo. “Bravo, così, prendilo tutto.”
Non so quanto tempo sia passato, ma a un certo punto la porta si è aperta. Ho sentito delle voci, risate, passi pesanti. Altri tre ragazzi sono entrati, i loro occhi che brillavano di eccitazione. “Cazzo, guardate questo,” ha detto uno di loro, con una birra in mano. “Ci uniamo al gioco?” Davide ha riso, senza smettere di muoversi. “Venite, c’è posto per tutti.”
Ero in trappola, legato, nudo, con il cuore che mi martellava nel petto. Ma mentre quei tre si avvicinavano, spogliandosi senza fretta, ho sentito qualcosa dentro di me scattare. Non era più paura, non era più resistenza. Era una sorta di abbandono, un desiderio che non capivo ma che mi travolgeva. Uno di loro, un tipo magro con i tatuaggi sulle braccia, si è messo dietro Ale, in attesa del suo turno. “Fammi spazio,” ha detto, con una voce profonda. Ale si è tirato indietro per un momento, lasciandomi vuoto, ansimante. Poi il nuovo arrivato ha preso il suo posto, più rude, più veloce. Il suo cazzo era più piccolo, ma la forza con cui spingeva mi faceva tremare. “Ti piace, eh?” ha detto, ridendo. “Scommetto che non ne hai mai preso uno così.”
Un altro dei tre, un ragazzo con la barba corta, si è messo di fianco a Davide, tirando fuori il suo membro. Era spesso, tozzo, con una curva verso l’alto. “Fallo succhiare anche a me,” ha detto, spingendo Davide di lato. Ho aperto la bocca, ormai incapace di resistere, e l’ho preso. Il sapore era diverso, più forte, mentre lui mi afferrava i capelli con una mano. “Cazzo, che bocca calda,” ha mormorato, muovendosi lentamente ma con decisione.
Il terzo, un tipo silenzioso con gli occhi scuri, si è limitato a guardare per un po’, toccandosi mentre osservava la scena. Poi si è avvicinato, mettendosi sotto di me. Le sue mani mi hanno sollevato i fianchi, posizionandomi in modo che il mio cazzo, duro nonostante tutto, fosse vicino alla sua bocca. “Vediamo come reagisci,” ha detto, prima di prendermelo tra le labbra. Il calore umido, la sua lingua che si muoveva con esperienza, mi hanno fatto gemere, un suono che è uscito strozzato tra i movimenti degli altri due davanti a me.
Ero al centro di tutto, un groviglio di corpi, mani, odori, suoni. Sentivo il sudore colarmi lungo la schiena, il bruciore delle corde ai polsi, il ritmo incessante di chi mi penetrava da dietro, alternandosi senza sosta. “Dammi il cambio,” diceva uno, e un altro prendeva il suo posto, ogni affondo diverso, ogni sensazione che si mescolava alle altre. Il tatuato era brutale, i suoi colpi secchi e profondi, mentre Ale, quando tornava, era più lento ma più insistente, come se volesse farmi sentire ogni millimetro. Il calore dei loro corpi, la ruvidità delle loro mani, il sapore salato che mi inondava la bocca – tutto si fondeva in un caos che mi mandava fuori di testa.
Davanti, i due che si alternavano continuavano a spingere, i loro gemiti che si mescolavano al rumore della musica lontana che filtrava dalla porta. “Sto per venire,” ha detto il barbuto, accelerando. Ho sentito il suo membro pulsare, il calore che mi riempiva la bocca, mentre cercavo di deglutire, il sapore forte che mi restava in gola. “Cazzo, che sborrata,” ha riso, tirandosi indietro, lasciando spazio a Davide che ha ripreso il controllo.
Sotto di me, il tipo silenzioso continuava a succhiarmi, le sue mani che mi stringevano i fianchi con forza. Sentivo il piacere montare, un’ondata che non potevo fermare, nonostante tutto. “Non resisto più,” ho ansimato, la voce spezzata, mentre il mio corpo si tendeva. Lui non ha smesso, la sua bocca che lavorava senza pausa, e sono esploso, un orgasmo che mi ha attraversato come un fulmine, facendomi tremare mentre il piacere mi scuoteva fino alle ossa.
Ma non era finita. Dietro di me, il tatuato ha accelerato, i suoi movimenti sempre più disperati. “Ci sono, cazzo,” ha ringhiato, stringendomi i fianchi con tanta forza da lasciare i segni. Ho sentito il calore dentro di me, il suo rilascio che mi riempiva, mentre si tirava indietro ansimando. Ale ha preso il suo posto subito dopo, il suo ritmo più lento ma implacabile. “Ti riempio anch’io,” ha detto, la voce bassa, e dopo qualche affondo profondo è venuto, un gemito roco che mi ha fatto rabbrividire.
Davide, davanti, era l’ultimo. Mi ha tenuto la testa ferma, spingendosi fino in fondo. “Prendilo tutto,” ha ordinato, e pochi secondi dopo ho sentito il suo orgasmo, caldo e abbondante, mentre cercavo di non soffocare. Si è tirato indietro, asciugandosi il sudore dalla fronte con un sorriso soddisfatto. “Cazzo, sei stato bravo.”
Ero distrutto, il corpo tremante, la pelle segnata dalle corde e dalle loro mani. Mi hanno slegato i polsi, lasciandomi cadere sul materasso, il respiro corto, il cuore che ancora batteva all’impazzata. Sentivo il loro sperma su di me, dentro di me, il sapore che mi restava in bocca, l’odore del sesso che impregnava l’aria. Uno di loro, non so chi, mi ha dato una pacca sulla schiena. “Alla prossima, bello.”
Non ho risposto. Ero troppo stanco, troppo sopraffatto. Ma mentre giacevo lì, con il corpo dolorante e la testa ancora annebbiata dall’alcol, ho sentito qualcosa di strano. Un piacere che non avrei mai ammesso ad alta voce, un’euforia che mi pulsava nelle vene. Non so se fosse l’adrenalina, l’ubriachezza o qualcos’altro, ma in quel momento, sdraiato su quel letto sfatto, ho saputo che non avrei dimenticato quella notte. Mai.
