Racconti Piccanti
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Mettiti nudo

Mettiti nudo

23 Marzo 2026·11 min di lettura

Federico entrò nello studio medico con un misto di noia e fastidio. Era una routine, una di quelle visite sportive obbligatorie per continuare a giocare nella squadra di pallavolo del paese. A ventotto anni, si sentiva già stanco di queste formalità, ma non poteva farci nulla. Si aspettava di trovare il solito medico della squadra, un uomo sulla sessantina, burbero ma rapido. Invece, quando la porta si aprì, si trovò davanti Pierpaolo.

Lo riconobbe subito. Stessa altezza di un tempo, spalle larghe, capelli neri corti e un sorriso che sembrava sempre sul punto di trasformarsi in un ghigno. Pierpaolo, il compagno di liceo con cui aveva condiviso cinque anni di frecciate, competizioni inutili e una rivalità che non era mai davvero sfociata in un conflitto aperto, ma che bruciava sotto la superficie. Non si vedevano da almeno dieci anni, eppure quel viso gli fece tornare in mente ogni discussione, ogni sguardo di sfida in palestra o nei corridoi.

«Federico? Ma guarda chi si rivede» disse Pierpaolo, con un tono che sembrava divertito, ma con una nota di superiorità che Federico colse al volo. Indossava un camice bianco, aperto su una maglietta aderente, e aveva in mano una cartellina con dei fogli.

«Che ci fai tu qui?» chiese Federico, incrociando le braccia. Si sentiva già sulla difensiva, come ai tempi del liceo.

«Sono in tirocinio. Il dottor Bianchi è fuori oggi, quindi ci sono io. Tranquillo, sono qualificato» rispose Pierpaolo, appoggiandosi alla scrivania con un atteggiamento rilassato, quasi arrogante. «Allora, sei pronto per la visita?»

Federico esitò. Non gli piaceva l’idea di essere visitato da qualcuno che conosceva, soprattutto da Pierpaolo. Ma non aveva scelta. Annuì seccamente e si sedette sulla sedia accanto alla scrivania, aspettando istruzioni.

Pierpaolo lo osservò per un momento, poi indicò il lettino dall’altra parte della stanza. «Prima cosa, spogliati. Rimani in mutande. Devo controllare un po’ di cose basilari.»

Federico si irrigidì. Non era la prima volta che si spogliava per una visita, ma farlo davanti a Pierpaolo lo metteva a disagio. Tuttavia, non voleva sembrare un codardo. Si alzò, si tolse la felpa e i pantaloni, lasciandoli ordinatamente sulla sedia. Sentiva gli occhi di Pierpaolo su di sé, anche se cercava di non guardarlo direttamente. Rimase in piedi, con addosso solo i boxer, e incrociò le braccia sul petto, un gesto istintivo per coprirsi.

«Bene. Ora stenditi sul lettino» disse Pierpaolo, avvicinandosi con un tono professionale, ma con un accenno di divertimento nella voce. Federico obbedì, sdraiandosi sulla superficie fredda. Il cuore gli batteva un po’ più forte, anche se non riusciva a capire perché. Non era paura, era… altro. Un misto di imbarazzo e tensione che non sapeva come spiegare.

Pierpaolo iniziò la visita in modo normale. Gli misurò la pressione, gli controllò il battito con lo stetoscopio, gli fece alcune domande sulla sua attività fisica e sugli infortuni passati. Ma c’era qualcosa nel modo in cui lo toccava, nel modo in cui le sue mani si fermavano un po’ troppo a lungo sul suo petto o sulla schiena, che faceva crescere in Federico un senso di disagio. Non era doloroso, non era nemmeno spiacevole. Era solo… strano.

«Tutto a posto finora. Ora devo controllare i riflessi e fare un esame un po’ più approfondito» disse Pierpaolo, con un tono che non ammetteva repliche. «Devi toglierti anche le mutande. Mettiti nudo.»

Federico lo guardò, incredulo. «Sul serio? Non è un po’ eccessivo per una visita sportiva?»

Pierpaolo lo fissò negli occhi, senza battere ciglio. «Sono il medico, decido io cosa è necessario. E poi, non è la prima volta che ti spogli per una cosa del genere, no? Non fare il timido con me, Federico. Ti conosco da troppo tempo.»

Quelle parole lo colpirono. C’era una sfida implicita, un richiamo a tutte le volte in cui avevano cercato di superarsi a vicenda. Federico strinse i denti, ma alla fine si alzò e, con movimenti rigidi, si sfilò i boxer, lasciandoli cadere a terra. Rimase in piedi, nudo, sentendo il freddo dell’aria sulla pelle e il peso dello sguardo di Pierpaolo su di lui. Si sentiva esposto, vulnerabile, e una parte di lui odiava quella sensazione. Un’altra parte, però, la trovava… eccitante, in un modo che lo confondeva.

«Ecco, bravo. Ora sdraiati di nuovo» ordinò Pierpaolo, e Federico obbedì senza protestare, anche se il suo viso bruciava di imbarazzo. Pierpaolo si avvicinò, indossando un paio di guanti in lattice, e iniziò a toccarlo con una precisione clinica che, però, sembrava carica di qualcosa d’altro. Le sue mani gli sfiorarono l’interno coscia per controllare i riflessi con un martelletto, poi si spostarono più in alto, palpandogli l’addome con una pressione decisa.

«Respira profondamente» disse Pierpaolo, e Federico lo fece, ma ogni volta che le mani di Pierpaolo si muovevano, sentiva una scarica di calore che non aveva nulla a che fare con la visita medica. Era assurdo, ma il suo corpo stava reagendo, e lui cercava di nasconderlo concentrandosi sul soffitto, sul rumore del ventilatore, su qualsiasi cosa.

«Sai, non pensavo che fossi così timido» commentò Pierpaolo, con un tono che sembrava scherzoso ma nascondeva una punta di provocazione. «Ai tempi del liceo sembravi sempre così sicuro di te. E ora guarda, sei tutto rosso.»

Federico lo fulminò con lo sguardo. «Non sono timido. È solo che questa situazione è del cazzo. Non mi piace essere qui nudo davanti a te, tutto qua.»

Pierpaolo rise, un suono basso e sarcastico. «Tranquillo, non è niente di personale. Sto solo facendo il mio lavoro. Però, se ti dà fastidio, possiamo smettere. Ma poi non avrai il certificato per giocare. Decidi tu.»

Federico strinse i pugni lungo i fianchi. Non aveva scelta, e lo sapevano entrambi. «Vai avanti» borbottò, distogliendo lo sguardo.

Pierpaolo annuì, ma nei suoi occhi c’era un luccichio che Federico non riuscì a interpretare. Continuò la visita, ma i suoi movimenti si fecero più lenti, più deliberati. Quando gli chiese di girarsi a pancia in giù per controllare la schiena, Federico sentì le mani di Pierpaolo scivolare lungo la colonna vertebrale, poi più in basso, sfiorandogli i glutei con una pressione che non sembrava necessaria. Il respiro gli si mozzò in gola, ma non disse nulla. Non poteva dire nulla. Una parte di lui voleva protestare, un’altra parte… non voleva che smettesse.

«Rilassati» mormorò Pierpaolo, e la sua voce era cambiata, più bassa, più intima. Le sue mani si fermarono sui fianchi di Federico, stringendoli leggermente. «Sei tutto teso. Così non va bene.»

Federico deglutì a fatica. «Sto bene. Fai quello che devi fare.»

Pierpaolo non rispose subito. Invece, le sue mani scivolarono di nuovo, questa volta apertamente, accarezzandogli la pelle in un modo che non aveva nulla di medico. Federico sentì il calore crescergli dentro, un misto di vergogna e desiderio che lo travolse. Il suo corpo traditore reagì, e quando Pierpaolo lo fece girare di nuovo sulla schiena, non poté nascondere l’erezione che gli pulsava tra le gambe.

«Guarda un po’» disse Pierpaolo, con un sorriso che era tutto fuorché professionale. «Sembra che ti piaccia essere toccato così.»

Federico aprì la bocca per protestare, ma le parole gli morirono in gola. Era troppo imbarazzato, troppo confuso. Pierpaolo si chinò su di lui, il viso vicino al suo, e sussurrò: «Non fare finta di niente. Lo vedo che ti piace. E sai una cosa? Anche a me piace vederti così, tutto arrossato e duro.»

Quelle parole lo colpirono come un pugno. Federico avrebbe voluto alzarsi e andarsene, ma il tono di Pierpaolo, così sicuro, così dominante, lo inchiodava al lettino. Sentì la mano di Pierpaolo scivolare sul suo petto, poi scendere, sfiorandogli l’addome, fino a fermarsi appena sopra il suo sesso. Il tocco era leggero, ma bastò a fargli sfuggire un gemito involontario.

«Ti piace, eh?» disse Pierpaolo, e la sua voce era un misto di sfida e desiderio. «Non fare il duro con me, Federico. Tanto lo so come sei fatto.»

Federico strinse i denti, ma non riuscì a rispondere. La mano di Pierpaolo si chiuse intorno al suo membro, stringendolo con una pressione decisa, e iniziò a muoverla lentamente, su e giù. Federico chiuse gli occhi, il respiro affannoso, mentre il piacere gli montava dentro, mescolato a un senso di umiliazione che lo eccitava ancora di più.

«Cazzo, Pierpaolo, che stai facendo?» riuscì a dire, ma la sua voce era roca, spezzata.

«Sto facendo quello che vuoi» rispose Pierpaolo, senza smettere di toccarlo. «Dimmi di smettere, e lo faccio. Ma non vuoi, vero?»

Federico non rispose. Non poteva. Il suo corpo parlava al posto suo, spingendosi contro la mano di Pierpaolo, cercandone di più. Pierpaolo rise piano, poi si chinò ancora di più, portandosi vicino al suo viso. «Sei proprio una troia, lo sai? Ti piace farti comandare.»

Quelle parole lo fecero rabbrividire, ma non di disgusto. Pierpaolo lo lasciò per un momento, solo per togliersi i guanti e la maglietta, mostrando un torace scolpito, con una leggera peluria scura che scendeva verso l’addome. Poi tornò da lui, tirandolo su dal lettino con una forza che non ammetteva resistenza.

«In ginocchio» ordinò, e Federico, con il cuore che gli batteva all’impazzata, obbedì. Si ritrovò con il viso all’altezza del cavallo di Pierpaolo, che si stava slacciando i pantaloni. Quando li abbassò, insieme ai boxer, Federico vide il suo sesso, duro e grosso, proprio davanti a lui. L’odore mascolino, forte, lo colpì, e un’ondata di desiderio misto a vergogna lo travolse.

«Succhiamelo» disse Pierpaolo, con un tono che non lasciava spazio a discussioni. Federico esitò per un secondo, ma poi aprì la bocca, lasciandosi guidare dalla mano di Pierpaolo che gli afferrava i capelli. Lo prese in bocca, sentendo il sapore salato, il peso sulla lingua, mentre Pierpaolo iniziava a muoversi, spingendosi dentro di lui con un ritmo lento ma deciso.

«Cazzo, sì, così» grugnì Pierpaolo, stringendogli i capelli con più forza. «Sei bravo, Federico. Ti piace succhiarmelo, eh? Guardati, sei proprio una puttana.»

Federico gemette intorno al suo membro, incapace di rispondere. Le parole volgari, il tono dominante, lo facevano sentire umiliato, ma allo stesso tempo lo eccitavano da morire. Continuò a succhiare, seguendo il ritmo di Pierpaolo, sentendo i suoi grugniti, il rumore della saliva, l’odore del suo corpo.

Dopo qualche minuto, Pierpaolo lo tirò su, facendolo alzare. «Girati. Appoggiati al lettino» ordinò, e Federico, con le gambe che gli tremavano, obbedì. Si chinò in avanti, appoggiando le mani sul bordo del lettino, esponendosi completamente. Sentì Pierpaolo dietro di lui, che gli accarezzava i glutei con mani ruvide, poi una pressione fredda mentre gli spalmava qualcosa – probabilmente un lubrificante – intorno all’apertura.

«Rilassati» disse Pierpaolo, e la sua voce era quasi un ringhio. Federico cercò di obbedire, ma quando sentì la pressione del dito di Pierpaolo che lo penetrava, si irrigidì. Pierpaolo non si fermò, muovendosi lentamente, preparandolo con una pazienza che contrastava con il tono rude della sua voce. «Cazzo, sei stretto. Ma ci penso io a sistemarti.»

Federico ansimava, il dolore iniziale che si mescolava a un piacere oscuro mentre Pierpaolo aggiungeva un secondo dito, allargandolo con movimenti decisi. Dopo qualche minuto, Pierpaolo ritirò le dita e Federico sentì la punta del suo sesso premere contro di lui. Si irrigidì di nuovo, ma Pierpaolo gli afferrò i fianchi con forza, tenendolo fermo.

«Stai fermo e prendilo» disse, spingendosi dentro lentamente. Federico gemette, un suono che era un misto di dolore e piacere, mentre Pierpaolo lo penetrava, centimetro dopo centimetro, fino a riempirlo completamente. Il bruciore era intenso, ma il senso di pienezza, di essere dominato, gli faceva girare la testa.

Pierpaolo iniziò a muoversi, dapprima piano, poi con spinte più forti, più profonde. Il rumore dei loro corpi che si scontravano riempiva la stanza, mescolato ai gemiti di Federico e ai grugniti di Pierpaolo. «Cazzo, sei una troia perfetta» ringhiò Pierpaolo, dandogli uno schiaffo sul gluteo che lo fece sobbalzare. «Ti piace prenderlo nel culo, vero? Dimmi quanto ti piace.»

Federico, con il viso premuto contro il lettino, ansimava. «Sì… cazzo, mi piace» riuscì a dire, la voce spezzata dall’eccitazione. Ogni spinta di Pierpaolo lo portava più vicino al limite, il piacere che gli montava dentro come un’onda inarrestabile. Pierpaolo lo afferrò per i capelli, tirandogli la testa indietro, e gli sussurrò all’orecchio: «Vieni per me, puttana. Voglio sentirti.»

Quelle parole furono la goccia. Federico venne con un gemito strozzato, il corpo che si contraeva mentre l’orgasmo lo travolgeva. Pierpaolo continuò a spingere, sempre più veloce, finché anche lui non raggiunse il culmine, venendo dentro di lui con un grugnito profondo. Rimasero così per un momento, ansimando, il sudore che colava sulla pelle di entrambi.

Poi Pierpaolo si ritrasse, lasciandolo vuoto. Federico si raddrizzò lentamente, le gambe ancora tremanti, mentre Pierpaolo si rivestiva con calma, come se niente fosse successo. Gli lanciò uno sguardo, un sorriso appena accennato sulle labbra. «La visita è finita. Sei in forma perfetta. Ti faccio avere il certificato domani.»

Federico annuì, ancora stordito, mentre si rivestiva in silenzio. Non c’era bisogno di dire altro. Uscì dallo studio senza guardarsi indietro, con il corpo ancora percorso da piccole scariche di piacere e la mente un groviglio di pensieri che non riusciva a sciogliere.

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