Racconti Piccanti
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Sfondato da Dimitri

Sfondato da Dimitri

20 Marzo 2026·10 min di lettura

Sono Giacomo, ho 21 anni e, fino a poco tempo fa, non avrei mai pensato di ritrovarmi in una situazione del genere. Vivo in una piccola città di provincia, uno di quei posti dove tutti si conoscono e dove ogni cosa che fai diventa argomento di chiacchiere. Studio ingegneria all’università, passo le giornate tra libri, esami e qualche birra con gli amici. Non sono uno che cerca guai, né uno che si mette in mostra. Sono un tipo normale, un po’ timido, con i capelli castani sempre un po’ spettinati e un fisico magro, non proprio da palestra ma nemmeno da lasciar perdere. Non ho mai avuto esperienze estreme, né con ragazze né con ragazzi. Qualche bacio, qualche tocco, ma niente di più. Però, dentro di me, c’è sempre stata una curiosità, un pensiero che non riuscivo a mandare via, un’attrazione verso qualcosa di più ruvido, più forte, che non riuscivo a spiegarmi.

Tutto è iniziato per caso, una sera che non dimenticherò mai. Ero in un bar appena fuori città, uno di quei posti un po’ loschi dove vai solo se sai cosa aspettarti. Non ci ero mai stato prima, ma un mio amico mi aveva detto che lì potevi trovare “di tutto”, qualunque cosa volessi. Non sapevo nemmeno cosa cercassi, ma quella sera avevo bisogno di qualcosa di diverso, di uscire dalla mia bolla. Il locale era pieno di fumo, con un odore acre di birra vecchia e sudore nell’aria. Mi sono seduto al bancone con un bicchiere in mano, guardandomi intorno con un misto di curiosità e disagio.

È lì che ho visto Dimitri per la prima volta. Non potevi non notarlo. Era un uomo grande e grosso, sui 32 anni, con una barba incolta e i capelli corti, neri come la pece. Aveva un’aria da duro, di quelli che non hanno paura di niente e che ti fanno sentire piccolo solo con uno sguardo. Indossava una camicia a quadri con le maniche arrotolate, che lasciava intravedere braccia muscolose piene di tatuaggi sbiaditi, probabilmente fatti anni fa. Era seduto con un gruppo di amici, ridevano forte, parlavano con voci roche e ogni tanto sbattevano i boccali sul tavolo. Mi sono ritrovato a fissarlo, non so perché. C’era qualcosa in lui che mi attirava e mi spaventava allo stesso tempo. Quando i suoi occhi si sono incrociati con i miei, ho abbassato subito lo sguardo, sentendo il cuore battermi forte. Ma era troppo tardi. Lui aveva notato che lo guardavo.

Dopo un po’, mentre cercavo di concentrarmi sul mio bicchiere, l’ho visto avvicinarsi al bancone, proprio vicino a me. Ha ordinato un’altra birra, poi si è voltato verso di me con un mezzo sorriso, uno di quelli che non sai se è amichevole o minaccioso.

“Che cazzo guardi, ragazzino?” ha detto con una voce bassa e graffiante, che sembrava uscire da un motore arrugginito.

Ho balbettato qualcosa, non ricordo nemmeno cosa, probabilmente una scusa patetica. Ero imbarazzato, ma allo stesso tempo sentivo un brivido lungo la schiena. Non era solo paura. Era qualcosa di più profondo, qualcosa che non riuscivo a controllare.

“Non fare il timido, eh. Se hai qualcosa da dire, dillo,” ha continuato, appoggiando un gomito sul bancone e guardandomi dritto negli occhi. I suoi occhi erano scuri, penetranti, e puzzava di birra e sudore, ma non in un modo che mi disgustasse. Anzi.

“Non stavo guardando niente, giuro,” ho risposto, cercando di sembrare convincente, ma la mia voce tremava un po’. Lui ha riso, una risata corta e secca, poi ha preso un sorso di birra senza smettere di fissarmi.

“Non mi sembri uno che viene qua per caso. Cerchi qualcosa, vero?” ha detto, e in quel momento ho sentito il sangue gelarsi. Sapeva. Non so come, ma sapeva che non ero lì solo per bere. Ho provato a negare, ma lui ha continuato a parlare, con un tono che non lasciava spazio a repliche. “Se vuoi giocare, basta dirlo. Ma sappi che con me non si scherza.”

Non so cosa mi sia preso. Avrei dovuto alzarmi e andarmene, ma non l’ho fatto. Sono rimasto lì, con il cuore che mi martellava nel petto, e ho annuito appena, senza nemmeno rendermene conto. Lui ha sorriso di nuovo, stavolta in modo più deciso, e mi ha fatto un cenno con la testa. “Finisci la birra e vieni fuori. Ti aspetto.”

Quelle parole mi hanno colpito come un pugno. Ero terrorizzato, ma allo stesso tempo non riuscivo a pensare ad altro. Ho finito il mio bicchiere con mani tremanti, poi sono uscito dal bar. L’aria fredda della notte mi ha schiaffeggiato il viso, ma non è servita a schiarirmi le idee. Dimitri era lì, appoggiato a un muro, con una sigaretta in mano. Mi ha guardato e ha fatto un tiro, buttando fuori il fumo lentamente.

“Allora, ragazzino, hai le palle o no?” ha detto, con un tono che sembrava quasi una sfida. Ho deglutito a fatica, ma ho fatto un passo verso di lui. Non so perché. Era come se il mio corpo si muovesse da solo.

“Non lo so,” ho mormorato, e lui ha riso di nuovo, buttando la sigaretta a terra e schiacciandola con lo stivale.

“Non lo sai? Bene, lo scopriremo presto. Vieni con me.”

Mi ha fatto cenno di seguirlo, e io l’ho fatto, come un idiota. Siamo saliti sulla sua macchina, un vecchio pick-up che puzzava di benzina e tabacco. Non abbiamo parlato molto durante il tragitto. Lui guidava con una mano sul volante e l’altra appoggiata sul cambio, mentre io guardavo fuori dal finestrino, cercando di capire cosa stessi facendo. Il cuore mi batteva così forte che sembrava voler uscire dal petto. Ero spaventato, sì, ma c’era anche un’eccitazione che non riuscivo a ignorare. Era assurdo, ma lo volevo.

Siamo arrivati a casa sua, un appartamento piccolo e disordinato in una zona che non conoscevo. C’erano bottiglie vuote sparse qua e là, un divano vecchio con macchie di chissà cosa e un odore di chiuso che ti entrava nei polmoni. Mi ha fatto entrare senza dire una parola, poi ha chiuso la porta con un calcio. Mi sono fermato in mezzo alla stanza, sentendomi fuori posto, mentre lui si toglieva la camicia, lasciandola cadere a terra. Il suo torso era massiccio, con peli scuri che gli coprivano il petto e una cicatrice lunga che gli attraversava un fianco. Mi guardava con un’espressione che non lasciava spazio a dubbi: sapeva cosa voleva, e lo voleva subito.

“Spogliati,” mi ha ordinato, senza mezzi termini. La sua voce era dura, autoritaria, e io ho sentito un brivido correr mi lungo la schiena. Ho esitato per un momento, ma i suoi occhi mi inchiodavano, non mi davano scampo. Mi sono tolto la felpa e la maglietta, sentendomi vulnerabile sotto il suo sguardo. Ero magro, con poca peluria sul petto, e mi sentivo quasi ridicolo di fronte a lui. Ma a Dimitri non sembrava importare. Si è avvicinato, i suoi stivali che scricchiolavano sul pavimento sporco, e mi ha messo una mano sulla spalla, stringendo forte.

“Non fare lo stronzo timido adesso. Sei qua perché lo vuoi, no?” ha detto, e io ho annuito, anche se non ero sicuro di cosa stessi provando. La sua mano è scesa lungo il mio braccio, poi si è fermata sulla mia cintura. “Togliti tutto, dai.”

L’ho fatto, con le mani che mi tremavano. Quando sono rimasto solo con i boxer, lui mi ha guardato dall’alto in basso, con un’espressione che era un misto di soddisfazione e disprezzo. “Non sei niente male, ragazzino. Ma vediamo se sai stare al gioco.”

Si è slacciato i jeans con calma, lasciandoli cadere a terra insieme ai boxer. Il suo corpo era tutto quello che avevo immaginato: massiccio, rozzo, con un cazzo già mezzo duro che mi ha fatto sgranare gli occhi. Non avevo mai visto niente del genere da vicino, e per un attimo ho avuto paura. Lui l’ha notato e ha riso, una risata bassa e cattiva.

“Che cazzo c’è? Hai paura di questo?” ha detto, afferrandosi con una mano e muovendola lentamente. “Tranquillo, ti ci abituerai.”

Mi ha spinto verso il divano, facendomi sedere con un gesto deciso. Poi si è messo davanti a me, con le gambe divaricate, e mi ha guardato dall’alto. “Toccami,” ha ordinato, e io ho esitato di nuovo, ma solo per un secondo. Ho allungato una mano, sentendo la sua pelle ruvida sotto le dita, e ho iniziato a muovermi come potevo, senza sapere bene cosa fare. Lui ha grugnito, un suono profondo che mi ha fatto stringere lo stomaco.

“Così, bravo. Ma usa pure la bocca, dai. Non fare il prezioso,” ha detto, spingendomi la testa verso il basso con una mano. Ho sentito il suo odore forte, un misto di sudore e pelle, e ho aperto la bocca, prendendolo dentro con un misto di paura e curiosità. Era grosso, duro, e facevo fatica, ma lui non mi dava tregua. “Cazzo, sì, così. Succhia bene, ragazzino.”

Le sue parole erano sporche, dure, ma mi accendevano in un modo che non riuscivo a spiegare. Mi guidava con la mano, spingendomi a prenderlo più in fondo, e io cercavo di non soffocare, di respirare dal naso, mentre lui gemeva sopra di me. Non era gentile, non c’era niente di dolce in quello che faceva, ma era proprio questo che mi eccitava. Mi sentivo usato, umiliato, ma allo stesso tempo desideravo di più.

Dopo un po’, mi ha tirato su per i capelli, facendomi male, e mi ha guardato negli occhi. “Basta così. Ora ti voglio tutto. Girati,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. Mi sono girato sul divano, appoggiandomi allo schienale con le ginocchia sul cuscino. Ero nudo, esposto, e sentivo il suo sguardo su di me. Ha preso qualcosa da un cassetto, un tubetto di lubrificante, e ha iniziato a spalmarlo su di sé e su di me, con movimenti ruvidi, senza delicatezza. Le sue dita erano grosse, invadenti, e mi facevano male, ma allo stesso tempo mi preparavano a quello che sarebbe arrivato.

“Rilassati, cazzo, o sarà peggio,” mi ha detto, mentre si posizionava dietro di me. Sentivo il suo respiro pesante, il calore del suo corpo, e poi la pressione del suo cazzo contro di me. Ho stretto i denti, cercando di respirare, ma quando ha iniziato a spingere dentro di me, ho sentito un dolore che non avevo mai provato prima. Era come essere strappato a metà, e ho lasciato uscire un gemito soffocato.

“Zitto, prendilo e basta,” ha ringhiato, spingendo più forte. Non si fermava, non rallentava, e io sentivo ogni centimetro di lui che mi riempiva, mi sfondava. Era violento, sporco, e io ero un misto di dolore e piacere, incapace di capire cosa stessi provando davvero. “Cazzo, sei stretto. Mi piace,” ha detto, con una voce roca, mentre iniziava a muoversi dentro di me, con spinte decise, profonde.

Il divano scricchiolava sotto di noi, il suo corpo sbatteva contro il mio con un rumore secco, e l’odore del suo sudore mi riempiva le narici. Mi teneva per i fianchi con mani forti, lasciandomi probabilmente dei lividi, ma non mi importava. Ogni spinta mi faceva gemere, un suono che non riconoscevo nemmeno come mio, e lui rideva, godeva nel vedermi così, sotto di lui.

“Ti piace, eh? Dillo che ti piace,” mi ha ordinato, rallentando per un momento e chinandosi su di me, il suo respiro caldo sul mio orecchio.

“Sì… cazzo, sì,” ho balbettato, con la voce spezzata, e lui ha riso di nuovo, riprendendo a spingere con più forza. “Lo sapevo, sei una puttanella. Prendi tutto, dai.”

Non so quanto sia durato. Minuti, forse di più. Il dolore si mescolava al piacere, un piacere strano, profondo, che mi scuoteva da dentro. Le sue mani, i suoi grugniti, le sue parole sporche mi tenevano lì, in quel momento, senza possibilità di scappare. Alla fine, l’ho sentito irrigidirsi, il suo respiro diventare più corto, e con un ultimo gemito rauco ha spinto forte dentro di me, venendo con un’intensità che mi ha fatto tremare.

Si è tirato fuori lentamente, lasciandomi vuoto e dolorante, e si è seduto accanto a me sul divano, ansimando. Io sono rimasto lì, con il fiato corto, il corpo che ancora tremava, sentendo il sudore scivolarmi lungo la schiena. Non abbiamo detto niente per un po’. Non c’era bisogno. Quello che era successo era chiaro, crudo, e non c’era spazio per rimpianti o giudizi. Ero ancora frastornato, ma dentro di me sentivo una strana calma, come se avessi trovato qualcosa che cercavo da sempre senza saperlo.

Mi ha guardato, con un mezzo sorriso, e ha detto solo: “Non male, ragazzino. Alla prossima.”

Ho annuito, senza dire niente, mentre iniziavo a rivestirmi con movimenti lenti. Non sapevo se ci sarebbe stata una prossima volta, ma in quel momento non mi importava. Ero ancora vivo, ancora intero, e quello che avevo provato era qualcosa che non avrei dimenticato.

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