Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

L’ultimo pompino al mio ex

L’ultimo pompino al mio ex

04 Marzo 2026·4 min di lettura

Non so neanche perché ho scritto questa roba, ma ho bisogno di sfogarmi. È successo tutto ieri notte, e sto ancora tremando mentre ci ripenso. Sono Giulia, ho 24 anni, e vivo in una città di merda dove non succede mai niente, tranne quando incontri il tuo ex in un locale di quart’ordine e ti rovini la serata. Ero uscita con due amiche per bere qualcosa, staccare la spina dopo una settimana di lavoro schifoso in un call center. Il posto era uno di quelli con le luci al neon che ti fanno sembrare un cadavere, birra annacquata e musica techno da quattro soldi. Ero già mezza sbronza quando l’ho visto: Marco, il bastardo che mi ha mollata due anni fa per una più giovane, più figa, più tutto. Stava al bancone, con quel sorrisetto da stronzo che mi faceva incazzare e allo stesso tempo venir voglia di spaccargli la faccia.

Non volevo nemmeno parlargli, ma lui mi ha vista e si è avvicinato. “Giulia, cazzo, quanto tempo!” ha detto, con quella voce da finto simpatico. Io ho fatto la dura, ma dentro stavo già bollendo. Abbiamo iniziato a chiacchierare, un drink, poi un altro, e più bevevo più mi sembrava che il passato non fosse così brutto. Le mie amiche si sono dileguate, lasciandomi lì come una scema. Marco mi ha messo una mano sulla schiena mentre ridevamo di una cazzata, e io non l’ho tolta. Sentivo il calore della sua mano attraverso la maglietta, e un pezzo di me voleva spingerlo via, ma un altro pezzo… beh, lo sai. Sono stata con lui per tre anni, so come funziona il mio corpo con lui. Mi sono detta che era solo l’alcol, ma quando mi ha sfiorato il collo con le dita, facendo finta di niente, ho sentito un brivido che non provavo da mesi. Però ero incazzata, lo odiavo ancora, e mi chiedevo perché cazzo stavo lì a lasciarmi toccare.

Poi siamo usciti a fumare. Eravamo fuori dal locale, al freddo, e lui mi si è avvicinato troppo. “Sai, mi manchi,” ha detto, guardandomi dritto negli occhi. Io ho riso, una risata amara, e gli ho risposto: “Fottiti, Marco.” Ma lui non si è mosso, mi ha preso per i fianchi e mi ha tirata a sé. Sentivo il suo profumo, lo stesso di sempre, e il cuore mi batteva come una cretina. Non l’ho baciato, ma non l’ho neanche spinto via. Dentro di me litigavo: una parte voleva mandarlo a cagare, un’altra voleva vedere fino a che punto sarebbe arrivato. Siamo rientrati, abbiamo bevuto ancora, e a un certo punto mi ha chiesto di seguirlo fuori, “solo per parlare”. Io, idiota, ci sono andata.

Nel parcheggio, lontano da occhi indiscreti, mi ha spinta contro il muro del locale. Le sue mani erano ovunque, sui fianchi, sul culo, e io lo lasciavo fare, ma con la testa che urlava “che cazzo stai facendo?”. Mi ha baciata, e io ho ricambiato, ma con rabbia, come se volessi punirlo. Le sue mani sono scese sotto la gonna, sfiorandomi le mutande, e io ho ansimato senza volerlo. “Ti voglio,” ha detto, con quella voce bassa che mi faceva sempre cedere. Ma non era solo desiderio, era anche vendetta: volevo che mi desiderasse, che si ricordasse di cosa si era perso. Abbiamo barcollato fino alla sua macchina, una vecchia Punto tutta scassata, e siamo entrati nei sedili posteriori. Lì dentro puzzava di fumo e di sporco, ma non me ne fregava niente. Mi ha tirata sopra di lui, e io sentivo la sua erezione sotto i jeans. Mi strofinavo contro, lenta, mentre lui mi stringeva il culo con forza. “Lo sai che nessuno me lo fa come te,” ha sussurrato, e io ho capito cosa voleva. Un ultimo pompino, ha detto, “per ricordarci i vecchi tempi”. Ero ubriaca, incazzata, ma anche eccitata. Ho detto sì, non so neanche perché, forse per fargli vedere che potevo ancora farlo impazzire.

Mi sono abbassata, gli ho slacciato i jeans con le mani che tremavano. Lui si è tirato fuori, già duro, e io ho iniziato piano, leccando la punta, sentendo il sapore salato che mi ricordava tutto. Lo guardavo dal basso, vedevo la sua faccia da stronzo che godeva, e questo mi faceva incazzare ancora di più, ma continuavo. Lo prendevo in bocca, sempre più dentro, mentre lui mi metteva una mano sulla testa, guidandomi. “Cazzo, sì, così,” grugniva, e io lo succhiavo più forte, con la saliva che colava, i rumori osceni che riempivano la macchina. Mi faceva schifo, ma mi piaceva anche, un casino di emozioni che non capivo. Poi ha iniziato a spingere, a scoparmi la bocca, tenendomi i capelli stretti. Io cercavo di respirare dal naso, sentendo la gola che bruciava, ma non mi fermavo. Sentivo il suo odore, forte, muschiato, e i suoi gemiti sempre più veloci. “Sto per venire,” ha detto, e io ho provato a tirarmi indietro, ma lui mi ha tenuta giù. È esploso, caldo e appiccicoso, sparandomi tutto in faccia mentre io tossivo e cercavo di pulirmi con la manica. La macchina puzzava di sesso e di vergogna.

Mi ha guardata, ancora ansimante, e ha riso. “Grazie, stronza,” ha detto, e poi mi ha aperta la portiera. “Scendi, devo andare.” Io ero lì, con la faccia sporca, i capelli incasinati, e lui mi ha lasciata per strada, in mezzo al nulla, come un rifiuto. Sono rimasta ferma, al freddo, sentendo il suo sperma che mi colava sulla guancia, e dentro di me è montata una rabbia che non so descrivere. L’ho guardato andar via, con quella cazzo di Punto, e ho giurato a me stessa che me la pagherà. Non so come, non so quando, ma Marco si pentirà di avermi umiliata così. Per ora, mi sono pulita alla meno peggio con un fazzoletto, ho chiamato un taxi e sono tornata a casa, sentendomi una merda. Ma questa storia non finisce qui.

Lascia un commento