Succhiamelo davanti a lui
Pierpaolo aveva sempre saputo che il calcio era uno sport di squadra, ma non si sarebbe mai aspettato che questo concetto potesse estendersi oltre il campo. A ventitré anni, era un difensore robusto, con spalle larghe e un fisico scolpito da anni di allenamenti. Capelli castani corti, occhi scuri e un viso squadrato che nascondeva un’insicurezza di fondo. Da mesi, ormai, aveva un segreto con Giacomo, il suo compagno di squadra, un attaccante di ventidue anni dal sorriso beffardo e dal corpo snello ma muscoloso. Dopo gli allenamenti, quando gli altri se n’erano andati, Pierpaolo si inginocchiava per lui nello spogliatoio. Era iniziato quasi per gioco, un misto di curiosità e cameratismo sporco, ma era diventato una routine. Nessuno lo sapeva. Nessuno doveva saperlo. Era il loro patto, una cosa che li legava in un modo che Pierpaolo non riusciva bene a spiegare, ma che lo faceva sentire vivo, desiderato, anche se a volte umiliato.
Quella sera di fine ottobre, però, qualcosa era diverso. L’allenamento era finito da un pezzo, il campo era deserto e lo spogliatoio puzzava di sudore e di cloro per via delle docce. Pierpaolo era seduto su una panca, ancora in maglietta e pantaloncini, con i capelli umidi che gli gocciolavano sulla fronte. Giacomo era davanti a lui, appoggiato agli armadietti, con un ghigno che non prometteva niente di buono. I suoi occhi chiari brillavano di malizia mentre giocherellava con il cordino dei pantaloncini. Pierpaolo sentì una stretta allo stomaco. Sapeva cosa voleva, ma c’era qualcosa nell’aria che lo metteva in allerta.
“Che c’è, Giac?” chiese, cercando di sembrare disinvolto, anche se la voce gli tremò un po’.
Giacomo ridacchiò, incrociando le braccia. “Niente, Pier. Solo che stasera ho pensato di rendere le cose un po’ più… interessanti. Sai, non è che mi stanco, ma un po’ di varietà non guasta.”
Pierpaolo aggrottò le sopracciglia. “Varietà? Che vuoi dire?”
Prima che Giacomo potesse rispondere, la porta dello spogliatoio si aprì con un cigolio. Entrò Davide, ventun anni, centrocampista, un metro e ottanta di pura arroganza. Aveva i capelli biondi spettinati, un naso affilato e un sorriso da stronzo stampato in faccia. Pierpaolo lo detestava da sempre: sul campo erano rivali, si insultavano per ogni fallo, ogni passaggio sbagliato. Davide era il tipo che ti faceva sentire una merda con una sola occhiata, e ora era lì, con le mani in tasca, che li fissava come se avesse appena vinto la lotteria.
“Che cazzo ci fa questo qui?” sbottò Pierpaolo, alzandosi di scatto. Il cuore gli martellava nel petto. Non aveva idea di cosa stesse succedendo, ma non gli piaceva per niente.
Giacomo alzò le mani in un gesto pacificatore, ma il suo sorriso non sparì. “Calmo, Pier. Davide sa già tutto. Gliel’ho raccontato. E stasera… be’, diciamo che vuole assistere. Magari anche partecipare, se gli gira.”
Pierpaolo sentì il sangue gelarsi. Guardò Davide, che si era appoggiato al muro con un’espressione di puro divertimento. “Non ci posso credere,” mormorò, passandosi una mano sulla faccia. “Sei un coglione, Giacomo. Non puoi fare una cosa del genere.”
Davide scoppiò a ridere, una risata secca e tagliente. “Oh, dai, Pierpaolo. Non fare la femminuccia. Sono sempre stato curioso di vedere quanto sei bravo a succhiare. Sul campo sei una pippa, ma magari a bocca te la cavi meglio.”
Pierpaolo strinse i pugni. Avrebbe voluto tirargli un cazzotto in faccia, ma allo stesso tempo sentiva un’umiliazione profonda che gli bruciava dentro. Non era solo il fatto che Davide sapesse; era il modo in cui lo guardava, come se fosse un giocattolo, una barzelletta. E la cosa peggiore? Una parte di lui, nascosta e contorta, si eccitava all’idea di essere esposto così. Era un casino nella sua testa, un groviglio di vergogna e desiderio che lo faceva sentire sporco.
“Non lo faccio davanti a lui,” disse, la voce bassa, quasi un ringhio. “Non sono la tua puttana da esibire.”
Giacomo si avvicinò, mettendogli una mano sulla spalla. Il suo tocco era caldo, rassicurante, ma anche autoritario. “Pier, non fare lo stronzo. Sai che ti piace. E poi, che problema c’è? Siamo tra di noi. Nessuno lo saprà mai, fuori da qui.”
Davide fece un passo avanti, incrociando le braccia. “Esatto. E poi, non è che hai scelta. O lo fai, o lo racconto a tutta la squadra. Immagina le risate, Pierpaolo. Il ‘pompinaro’ del gruppo. Dai, succhiamelo davanti a lui, non fare storie.”
Pierpaolo si sentì come se gli avessero tirato un calcio nello stomaco. Quelle parole, “succhiamelo davanti a lui”, gli ronzavano in testa, un misto di insulto e sfida. Guardò Giacomo, cercando un appiglio, ma lui si limitò a scrollare le spalle, come a dire “decidi tu”. Il problema era che Pierpaolo non aveva davvero scelta. Non poteva rischiare che Davide aprisse bocca. E, in fondo, una parte di lui voleva farlo. Lo odiava, ma era così.
“Va bene,” mormorò alla fine, sedendosi di nuovo sulla panca. “Ma siete due pezzi di merda, lo sapete, vero?”
Davide ghignò, avvicinandosi. “Bravissimo. Ora vediamo se sei davvero il campione che dice Giacomo.”
Giacomo si abbassò i pantaloncini, rivelando il suo cazzo già mezzo duro. Era lungo, con una leggera curvatura, e Pierpaolo lo conosceva bene. Si inginocchiò davanti a lui, ignorando Davide che si era seduto su un’altra panca per guardare. Sentiva il suo sguardo bruciargli sulla schiena, ma cercò di concentrarsi solo su Giacomo. Gli prese il cazzo in mano, sentendo il calore e la durezza crescere sotto le dita. Iniziò con movimenti lenti, accarezzandolo dalla base alla punta, mentre il respiro di Giacomo si faceva più pesante.
“Così, bravo,” mormorò Giacomo, infilandogli una mano nei capelli. “Fammi vedere come fai.”
Pierpaolo chiuse gli occhi per un momento, cercando di escludere tutto il resto. Le sue labbra si chiusero sulla punta, il sapore salato e familiare che gli riempiva la bocca. Succhiava piano, lasciando che la lingua scivolasse lungo l’asta, mentre la sua mano continuava a muoversi in modo ritmico. Sentiva i muscoli di Giacomo contrarsi sotto le sue dita, il respiro che si spezzava in piccoli gemiti. Normalmente questo lo avrebbe fatto sentire potente, in controllo, ma con Davide lì era diverso. Ogni tanto apriva gli occhi e lo vedeva, con quel sorriso di merda, che lo fissava come se stesse guardando uno spettacolo comico.
“Non male,” commentò Davide, sporgendosi in avanti. “Ma puoi fare di meglio, no? Dai, mettici un po’ di passione. O devo venire lì a insegnarti?”
Pierpaolo lo ignorò, ma quelle parole lo ferirono. Sentì una rabbia montare, ma anche un’eccitazione perversa. Accelerò il ritmo, prendendo Giacomo più a fondo, fino a sentirlo toccare il fondo della gola. Giacomo gemette più forte, stringendo i capelli di Pierpaolo. “Cazzo, sì, così… continua.”
Davide non la smetteva di parlare. “Guarda come ti impegni, Pier. Sembri proprio una troia. Sei sicuro che non vuoi fare lo stesso per me? Potrei insegnarti un paio di trucchi.”
Pierpaolo lo guardò con la coda dell’occhio, il viso rosso per la vergogna e lo sforzo. Avrebbe voluto urlargli di chiudere quella cazzo di bocca, ma non poteva. Non con Giacomo che gli riempiva la bocca, che gli spingeva la testa con più forza. Alla fine, dopo minuti che sembrarono un’eternità, Giacomo venne con un grugnito, il liquido caldo che gli inondava la lingua. Pierpaolo deglutì, pulendosi la bocca con il dorso della mano, mentre cercava di riprendere fiato.
“Non è finita,” disse Davide, alzandosi. Si era abbassato i pantaloncini, e ora il suo cazzo era lì, duro e pronto. Era più corto di quello di Giacomo, ma più spesso, con una vena prominente che correva lungo l’asta. “Tocca a me, campione. E stavolta guardami negli occhi mentre lo fai.”
Pierpaolo esitò. Ogni fibra del suo corpo gli diceva di mandarlo a fanculo, ma lo sguardo di Davide era una sfida, un’umiliazione che lo eccitava suo malgrado. Si avvicinò, inginocchiandosi davanti a lui. L’odore di sudore e muschio era forte, diverso da quello di Giacomo, più pungente. Prese il cazzo di Davide in mano, sentendo il peso e la durezza, e iniziò a masturbarlo piano, quasi con rabbia.
“Guardami,” ordinò Davide, con un tono che non ammetteva repliche. Pierpaolo alzò lo sguardo, incrociando i suoi occhi chiari, pieni di scherno. Sentì una fitta di vergogna, ma anche un brivido che gli correva lungo la schiena. Aprì la bocca, prendendolo dentro, e Davide sospirò soddisfatto. “Ecco, bravo. Non sei così scarso, dopotutto.”
Pierpaolo lavorava con movimenti decisi, la lingua che scivolava lungo la base mentre la mano si muoveva in sincronia. Davide non era delicato come Giacomo; gli spingeva la testa con più forza, controllando il ritmo, e ogni tanto faceva commenti che lo facevano sentire una nullità. “Cazzo, sei proprio un esperto. Dove hai imparato a succhiare così? Magari lo fai anche agli arbitri per farci vincere, eh?”
Quelle parole lo ferivano, ma lo spingevano a continuare, come se volesse dimostrare qualcosa, non sapeva nemmeno a chi. Sentiva il respiro di Davide accelerare, i suoi gemiti più forti, il sapore salato che gli riempiva la bocca. Quando finalmente venne, Pierpaolo si tirò indietro, sputando a terra, mentre Davide rideva piano, aggiustandosi i pantaloncini.
“Non male per un perdente,” disse, dandogli una pacca sulla spalla con una forza che sembrava più un insulto che un complimento.
Pierpaolo si alzò, pulendosi la bocca con la manica. Era esausto, umiliato, ma anche stranamente soddisfatto. Non disse niente, limitandosi a guardare Davide e Giacomo che si scambiavano un’occhiata complice. Non c’era bisogno di parole. Sapevano tutti e tre che quella sera era successo qualcosa che non si poteva cancellare, ma che probabilmente si sarebbe ripetuto. Si sedette sulla panca, il cuore che ancora batteva forte, mentre gli altri due si rivestivano come se niente fosse. Per ora, era finita, ma Pierpaolo sapeva che non sarebbe stata l’ultima volta.
