La lezione privata di biologia
Non so perché ho sempre pensato che il laboratorio di biologia avesse qualcosa di… strano. Forse per via di quegli scheletri di plastica appesi nell’angolo o per l’odore di disinfettante che ti entra nel naso e non se ne va più. Eppure, quel giorno, mentre varcavo la soglia con i miei libri sottobraccio, sentivo qualcosa di diverso. Non era solo l’odore chimico o il silenzio della scuola deserta nel tardo pomeriggio. Era lui. Lorenzo, il professore di biologia. Trentadue anni, serio da far paura, con quegli occhi scuri che sembrano bucarti l’anima. Non so come faccia a spiegare la fotosintesi e contemporaneamente a farmi venire i brividi lungo la schiena, ma è così. Ce l’ho in testa da mesi, da quando ho compiuto diciotto anni a settembre e ho iniziato a guardarlo in un modo che mi fa arrossire anche solo a pensarci.
Sono Martina, la classica secchiona con gli occhiali e i capelli raccolti in una treccia sempre un po’ spettinata. Non parlo molto, non faccio casino come le altre della classe. Studio, prendo voti alti, ma in biologia ho sempre fatto schifo. Per questo ero lì, per un recupero pomeridiano. Solo io e lui, in quel laboratorio che sembrava più grande del solito senza i rumori degli altri studenti. Ero nervosa, lo ammetto. Mi sudavano le mani mentre appoggiavo i libri sul tavolo e cercavo di non incrociare troppo il suo sguardo.
“Bene, Martina, iniziamo con il sistema riproduttivo,” ha detto lui, con quella voce calma ma decisa che mi fa sempre accelerare il battito. Stava vicino alla lavagna, con una penna in mano, e mi indicava i disegni di organi che, sinceramente, mi mettevano in imbarazzo. Non so perché, ma parlare di quelle cose con lui mi faceva sentire nuda, anche se avevo addosso la solita divisa della scuola, gonna a pieghe e camicetta bianca. “Hai studiato il capitolo?” mi ha chiesto, appoggiandosi al bordo del tavolo e incrociando le braccia. Aveva le maniche della camicia arrotolate, e potevo vedere i muscoli dell’avambraccio tesi. Dio, perché mi fisso su queste cose?
“Sì, prof, ma… non è che ci capisco molto,” ho borbottato, giocherellando con la treccia. Ero rossa come un pomodoro, lo sentivo. Lui ha alzato un sopracciglio, con un mezzo sorriso che non capivo se fosse di scherno o di qualcos’altro. “Non capisci la teoria o la pratica?” ha chiesto, e il tono era… strano. Non da professore, ecco. Mi sono irrigidita sulla sedia, stringendo le cosce senza nemmeno accorgermene. “Beh, la teoria la so, più o meno. Ma la pratica… non so nemmeno di cosa parla,” ho detto, con un risolino nervoso. Lui si è passato una mano sul mento, guardandomi fisso. Troppo fisso. “Sai, Martina, a volte vedere con i propri occhi aiuta più di mille libri. Vuoi che ti mostri davvero come funzionano certe cose?”
Il cuore mi è salito in gola. Non ero sicura di aver capito bene, ma il modo in cui mi guardava, con quegli occhi che sembravano spogliarmi, mi faceva tremare. Ho annuito, senza nemmeno pensare, perché una parte di me voleva sapere, voleva avvicinarsi a lui, anche se l’altra parte gridava che era una stupidaggine. “Ok,” ho sussurrato, e lui si è alzato dal tavolo, venendo verso di me. “Non avere paura, è solo una lezione. Una lezione… pratica,” ha detto, con un tono che era quasi un sussurro. Mi ha fatto cenno di alzarmi, e io, come un’idiota, l’ho fatto. Le gambe mi tremavano, ma non riuscivo a dire di no.
“Sdraiati qui,” ha indicato il tavolo da laboratorio, quello freddo e liscio dove di solito tagliuzziamo rane e guardiamo cellule al microscopio. Ho esitato, guardandolo con gli occhi spalancati. “Prof, ma…” ho iniziato, ma lui mi ha interrotto. “Fidati di me, Martina. È solo per farti capire.” Non so perché mi sono fidata, ma l’ho fatto. Mi sono seduta sul bordo del tavolo e poi mi sono sdraiata, con la gonna che si sollevava appena sulle cosce magre. Ero rigida, con le mani lungo i fianchi, e lui si è chinato su di me, con un’espressione che non era più quella del professore. Era qualcosa di più… affamato.
Ha posato le mani sulle mie gambe, appena sopra le ginocchia, e ha iniziato ad accarezzare piano. La sua pelle era calda, ruvida, e io sentivo ogni movimento come se fosse fuoco. “Rilassati,” ha detto, ma la mia testa era un casino. Da una parte volevo che continuasse, dall’altra avevo paura di cosa stava succedendo. Poi le sue mani sono salite, sotto la gonna, e ho sentito le sue dita sfiorare l’elastico delle mutandine. Bianche, semplici, quelle che metto sempre perché non penso mai che qualcuno le veda. “Posso?” ha chiesto, e io ho annuito, incapace di parlare. Le ha fatte scivolare giù, lentamente, lungo le gambe, fino a toglierle del tutto. Mi sono sentita esposta, vulnerabile, con l’aria fredda del laboratorio che mi sfiorava la pelle nuda.
“Sei bellissima,” ha detto, e io sono arrossita ancora di più. Non me l’aspettavo. Ha allargato le mie cosce con decisione, ma senza farmi male, e io ho chiuso gli occhi, troppo imbarazzata per guardarlo. Sentivo il suo respiro vicino, troppo vicino, e poi la sua bocca. Calda, umida, sulla mia pelle più sensibile. Ho trattenuto il fiato, stringendo i bordi del tavolo con le mani. La sua lingua si muoveva piano, esplorando, e io non riuscivo a stare ferma. “Oh mio Dio,” ho sussurrato, e lui ha riso piano, senza smettere. Mi leccava con una lentezza che mi faceva impazzire, alternando movimenti leggeri a succhiate più decise. Sentivo ogni cosa, ogni tocco, e il piacere era così intenso che mi uscivano piccoli singhiozzi dalla bocca. Non riuscivo a controllarmi, le gambe mi tremavano, e lui continuava, senza fretta, come se volesse farmi perdere la testa.
Dopo quella che mi è sembrata un’eternità, si è rialzato, pulendosi la bocca con il dorso della mano. Aveva un’espressione soddisfatta, quasi compiaciuta. “Ti piace?” ha chiesto, e io, con la voce spezzata, ho detto: “Sì… sì, tantissimo.” Lui ha sorriso, un sorriso che mi ha fatto battere il cuore ancora più forte. Si è slacciato la cintura, e io ho guardato, ipnotizzata, mentre si abbassava i pantaloni quel tanto che bastava. Era duro, lo vedevo chiaramente, e la cosa mi ha fatto stringere le cosce per l’eccitazione, anche se ero già sdraiata lì, aperta davanti a lui. Era spesso, più di quanto immaginassi, e quando si è avvicinato, sfiorandomi con la punta, ho sentito un brivido di paura misto a desiderio.
“Farò piano, ok?” ha detto, prendendomi i polsi e portandomeli sopra la testa. Li teneva fermi con una mano, mentre con l’altra guidava se stesso. Ho sentito la pressione all’inizio, un bruciore che mi ha fatto stringere i denti. “Rilassati, Martina,” ha sussurrato, e io ho provato a farlo, anche se faceva male. È entrato piano, centimetro dopo centimetro, e io sentivo ogni cosa, ogni movimento che mi allargava. Era un dolore strano, misto a qualcosa di più profondo, di caldo. Quando è stato tutto dentro, ho tirato un respiro profondo, e lui ha iniziato a muoversi, con spinte lente ma decise. Il tavolo sotto di me era freddo, duro, ma non ci facevo caso. Sentivo solo lui, il suo peso, il suo odore di pelle e colonia, i suoni umidi dei nostri corpi che si incontravano.
“Cazzo, sei stretta,” ha detto, con la voce roca, e io ho sentito un’ondata di calore solo per quelle parole. “Ti piace, prof?” ho chiesto, quasi senza rendermene conto, e lui ha riso piano. “Mi fai impazzire,” ha risposto, accelerando appena il ritmo. Ogni spinta mi faceva sentire piena, aperta, e il bruciore iniziale era diventato un piacere bagnato, intenso, che mi faceva gemere senza controllo. Le sue mani stringevano ancora i miei polsi, e io mi sentivo sotto il suo potere, ma mi piaceva. Troppo. Ho avvolto le gambe intorno ai suoi fianchi, attirandolo di più, e quando ho sentito l’orgasmo arrivare, è stato come un’onda che mi ha travolta. Ho stretto le braccia intorno al suo collo, quasi soffocandolo, e ho gridato, con il corpo che tremava. Lui non ha rallentato, ha continuato a spingere, e poi l’ho sentito venire, un calore liquido che mi riempiva mentre gemeva piano, con la bocca vicino al mio orecchio.
Ha rallentato, restando dentro di me ancora per qualche secondo, con spinte leggere, come per prolungare il momento. Poi si è tirato indietro, sistemandosi i pantaloni, e io sono rimasta lì, sdraiata, con le gambe ancora aperte e il respiro corto. Mi ha guardato, con un’espressione seria ma dolce, e si è chinato a baciarmi sulla fronte. “Ora sai com’è… non dirlo a nessuno,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. Io ho annuito, ancora stordita, mentre lui si allontanava di qualche passo, come se niente fosse successo. Ma dentro di me, lo sapevo. Quel momento me lo sarei portato dietro per sempre.
