Racconti Piccanti
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Debora: la ragazza che non dovevo toccare (parte 3)

Debora: la ragazza che non dovevo toccare (parte 3)

18 Marzo 2026·6 min di lettura

È passata una settimana da quella sera sul divano, ma il profumo di Debora non mi lascia in pace. Ce l’ho ancora nelle narici, un misto di pelle calda e sesso che mi fa impazzire. Ogni volta che ci penso, il cazzo mi si indurisce in un secondo. Non dovrei volerla così, non dovrebbe essere così facile cedere, ma non riesco a fermarmi. Quando mi ha scritto “Passo il weekend da te”, non ho neanche provato a dire di no. Sapevo che sarebbe stata la mia rovina, ma la volevo. La voglio sempre.

Sabato mattina, suona il campanello presto. Apro la porta e lei è lì, con una borsa piccola in spalla e un sorrisetto che promette guai. Indossa una canottiera aderente, senza reggiseno, i capezzoli duri che spingono contro il tessuto, e un paio di leggings che le avvolgono il culo come una seconda pelle. “Ciao, zio,” mi saluta, la voce roca, entrando senza aspettare invito. “Preparati, perché non ti do tregua fino a domenica sera.” Mi sfiora il petto con una mano mentre passa, e il calore del suo tocco mi brucia.

Non perdo tempo. La afferro per un braccio, la tiro a me e la bacio con forza, schiacciandola contro il muro del corridoio. La sua bocca è dolce, calda, la lingua che si intreccia alla mia con una fame che mi fa girare la testa. Le mani le scivolano sotto la canottiera, trovo la pelle liscia e bollente. “Sei già pronta, troietta,” ringhio, sentendo il suo respiro accelerare. Lei ride contro le mie labbra, un suono sporco e provocante. “Sempre, zio. Portami sotto la doccia, voglio sentirti dappertutto.”

La trascino in bagno, i nostri vestiti che volano via in un istante. Accendo l’acqua, il getto caldo ci colpisce mentre ci spingiamo dentro, la porta di vetro che si chiude dietro di noi. La appoggio alle piastrelle fredde, l’acqua che le scorre sui capelli, lungo il collo, tra le tette perfette. È uno spettacolo, cazzo. Mi inginocchio, l’acqua mi batte sulla schiena mentre le apro le cosce. La sua fica è lì, rosa, lucida, già bagnata prima ancora che la tocchi. L’odore della sua eccitazione mi colpisce, pungente, inebriante. Le passo la lingua sopra, un colpo lungo e lento, e lei geme forte, le mani nei miei capelli. “Sì, zio, mangiami,” ansima, spingendomi contro di lei.

La divoro, la lingua che scava dentro, succhiando quel clitoride duro mentre l’acqua mi scroscia in faccia. Il rumore dei suoi gemiti si mischia allo scroscio, i suoi succhi che mi colano sul mento, caldi, appiccicosi. Le infilo due dita dentro, la apro mentre la lecco, e sento le sue pareti stringersi, pulsare. Ma non la faccio venire, non ancora. Mi rialzo, il cazzo duro che le sfiora la coscia. “A terra, piccola,” le ordino, la voce roca. Lei non esita, si mette in ginocchio, l’acqua che le bagna il viso mentre mi guarda dal basso con quegli occhi da puttanella. Mi prende in bocca senza che glielo chieda, le labbra strette attorno alla cappella, la lingua che gira lenta, provocante. “Cazzo, sì, succhiamelo bene,” grugnisco, spingendole la testa con una mano. Il calore della sua bocca, il rumore bagnato mentre mi lavora, mi fa tremare le gambe. La guardo, il viso stravolto dal desiderio, le guance incavate, l’acqua che le cola dagli angoli della bocca. È mia, completamente.

La tiro su di forza, la giro e la spingo contro le piastrelle. Le sue mani si appoggiano al muro, il culo tondo che si offre a me, lucido d’acqua. Mi strofino contro di lei, la cappella che scivola tra le sue natiche, poi trovo l’entrata della sua fica e spingo dentro, un colpo secco, fino in fondo. È stretta, caldissima, mi avvolge come una morsa. “Cazzo, zio, sei enorme,” geme, inarcandosi contro di me. La scopo forte, ogni spinta un’esplosione di calore, il rumore bagnato dei nostri corpi che sbattono insieme, gli schiocchi osceni che rimbombano nel bagno. Le passo una mano sul culo, le do uno schiaffo che le arrossa la pelle, poi le infilo un dito nel buco dietro mentre continuo a pomparla davanti. Lei urla, un misto di dolore e piacere, e si contrae attorno a me. “Ti apro tutta, amore,” le ringhio all’orecchio, mordendole il collo. “Sei la mia troia personale, lo sai?” Lei ansima, trema, il corpo che si abbandona al mio ritmo. “Sì, zio, sono tua, rompimi,” sussurra, la voce spezzata.

Non duriamo molto. Vengo dentro di lei con un grugnito, fiotti caldi che la riempiono mentre il mio cazzo pulsa ancora, e lei si contrae, venendo con me, un urlo che mi trapassa. Restiamo fermi un attimo, sotto l’acqua, il respiro pesante, l’odore di sesso che si mischia al vapore. Le bacio la spalla, un gesto dolce che non riesco a trattenere. “Sei mia, piccola,” le sussurro, e lei si volta, mi guarda con quegli occhi lucidi, un sorriso stanco ma soddisfatto. “Sempre, zio.”

Passiamo il resto del giorno tra il letto e il divano, ma è la sera che ci distrugge. Siamo a letto, nudi, le lenzuola già sgualcite. Facciamo un 69 lunghissimo, lei sopra di me, la sua fica sulla mia faccia mentre mi succhia il cazzo con una lentezza che mi fa impazzire. La lecco con calma, assaporando ogni piega, ogni goccia del suo piacere, il profumo forte che mi riempie i polmoni. Lei geme attorno al mio cazzo, vibrazioni che mi mandano fuori di testa, e mi lecca le palle, succhiandole piano mentre la mia lingua la lavora. Il rumore bagnato della sua bocca, i suoi ansiti soffocati, mi spingono al limite, ma mi tengo. Voglio di più.

La giro, la metto sotto di me in missionario, le gambe sulle mie spalle. Mi spingo dentro piano, guardandola negli occhi mentre la apro. La sua fica mi stringe, calda, pulsante, e ogni movimento è una tortura deliziosa. “Guarda come ti sfondo, troietta,” le dico, la voce bassa, carica di desiderio. “Sei fatta per me, amore.” Lei mi fissa, la bocca socchiusa, i gemiti che le sfuggono a ogni spinta. “Più forte, zio, fammi male,” mi implora, le unghie che mi graffiano la schiena. Accelero, i colpi secchi, profondi, il letto che cigola sotto di noi, il sudore che ci incolla l’uno all’altra. L’odore del suo corpo, il calore della sua pelle, mi fanno perdere la testa. Le bacio il collo, le mordo la spalla, e sento il mio orgasmo montare, incontrollabile. “Ti amo, cazzo, non voglio più stare senza di te,” le confesso, le parole che mi sfuggono mentre sto per venire. Lei mi guarda, gli occhi lucidi, e sussurra, “Nemmeno io, zio… ti amo.” Lo dice mentre si contrae sotto di me, venendo con un urlo, e io esplodo dentro di lei, un’onda che mi svuota, il cuore che mi martella nel petto.

Restiamo così, abbracciati, il respiro che piano si calma. Il suo viso è appoggiato al mio petto, le sue dita che mi accarezzano piano. Sento qualcosa di profondo, qualcosa che non è solo voglia. È amore, sporco, carnale, ma vero. E mentre lei dorme tra le mie braccia, una certezza mi colpisce come un pugno. Non posso più vivere senza di lei. Non ci riesco. Ma cosa significa questo per noi? Come possiamo andare avanti senza distruggere tutto? Resto sveglio, con il suo calore contro di me, e so che non c’è via d’uscita. Non più.

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