Debora: la ragazza che non dovevo toccare (parte 2)
Sono passati due giorni da quella sera in cucina, ma non riesco a togliermela dalla testa. Debora. Il suo odore, dolce e pungente, mi è rimasto appiccicato addosso, come una seconda pelle. Il suono dei suoi gemiti, quegli schiocchi bagnati mentre la sbattevo contro il mobile, mi rimbomba ancora nelle orecchie. Mi maledico per quello che ho fatto, ma non riesco a pentirmi. Non davvero. Ogni volta che chiudo gli occhi, vedo il suo culo tondo, la sua fica stretta che mi stringe, e il cazzo mi diventa duro in un istante. Sono fottuto.
Stamattina mi ha scritto. Un messaggio secco, senza giri di parole: “Vengo da te stasera.” Niente domande, niente dubbi. Solo un ordine. E io, idiota che sono, non ho neanche provato a dire di no. Ho passato tutto il giorno a girare per casa come un animale in gabbia, con il cuore che batteva forte e un’erezione che non voleva scendere. So che è sbagliato. So che dovrei fermarmi. Ma non ci riesco.
Quando suona il campanello, sono già un fascio di nervi. Apro la porta e lei è lì. Un vestitino leggero, rosso come il peccato, che le accarezza le curve come una carezza indecente. Sotto, si intravede un perizoma dello stesso colore, un filo sottile che scompare tra le cosce. Mi guarda con quegli occhi scuri, un sorriso malizioso che mi fa venir voglia di sbatterla contro il muro senza dire una parola. “Ciao, zio,” sussurra, la voce roca, carica di promesse. “Mi sei mancato.”
Non rispondo. La faccio entrare, chiudo la porta dietro di lei con un colpo secco. L’aria si riempie subito del suo profumo, quel mix di dolce e caldo che mi manda fuori di testa. La guardo mentre si muove, il vestitino che si alza appena a ogni passo, mostrando un pezzo di quel culo sodo che sogno da giorni. “Debora, dobbiamo parlare,” riesco a dire, ma la mia voce è incerta, spezzata. So che non voglio parlare. Voglio solo prenderla.
“Parlare?” ride piano, voltandosi verso di me. Si appoggia al bracciolo del divano, incrocia le gambe in un modo che mi fa vedere tutto quello che c’è sotto. “Non sei bravo a parlare, zio. Sei bravo a fare altro.” Si passa la lingua sulle labbra, un gesto lento, provocante. “Allora, mi spogli o devo farlo da sola?”
Quelle parole mi accendono qualcosa dentro, un fuoco che non riesco a spegnere. Le sono addosso in un istante, le mani sui suoi fianchi, la bocca sulla sua. La bacio con rabbia, con fame, mordendole il labbro fino a farla gemere. Lei mi risponde con la stessa urgenza, le sue unghie che mi graffiano la nuca, la lingua che si intreccia alla mia. La spingo sul divano, la faccio sedere, poi mi inginocchio tra le sue gambe. Le alzo il vestitino con uno strattone, scopro quel perizoma rosso che già luccica di umidità.
“Guarda come sei già bagnata, troietta,” ringhio, passandole un dito sopra il tessuto. Sento il calore della sua fica attraverso la stoffa, il profumo della sua eccitazione che mi colpisce come un pugno. Le scosto il perizoma, vedo quella carne rosa, lucida, che pulsa per me. Non resisto. Mi chino e la lecco, una passata lunga e lenta, dalla base fino al clitoride. Il sapore è dolce, salato, inebriante. Lei si inarca, un gemito forte che mi fa vibrare. “Cazzo, zio, sì, mangiami tutta,” ansima, spingendomi la testa contro di lei.
La divoro. La mia lingua scivola dentro, esplora ogni piega, succhia quel clitoride duro come un sassolino. La sento tremare sotto di me, i suoi succhi che mi colano sul mento, il rumore bagnato della mia bocca che la lavora mi fa impazzire. Le infilo due dita dentro, la apro mentre continuo a leccarla, e lei urla, le mani che mi tirano i capelli. “Sto venendo, zio, non fermarti,” geme, e un attimo dopo si contrae tutta, un’esplosione di calore e umidità che mi inonda la lingua. La guardo mentre gode, il viso stravolto, la bocca aperta in un urlo silenzioso, gli occhi socchiusi. È bellissima, cazzo. È mia.
Mi rialzo, i pantaloni che mi tirano per quanto sono duro. Mi slaccio la cintura, li abbasso insieme ai boxer. Il mio cazzo schizza fuori, grosso, pulsante, la punta già bagnata. Lei lo guarda con un sorrisetto sporco, si lecca le labbra. “Vieni qua, stallone di zio,” sussurra, mettendosi a cavalcioni sopra di me mentre mi siedo sul divano. Si struscia contro di me, il perizoma ancora di lato, la sua fica che scivola sulla mia asta, lasciandoci entrambi scivolosi. “Vuoi il mio culetto che si muove, vero?” dice, con quella voce da puttanella che mi fa perdere la testa.
“Muovi quel sederino, piccola,” le ordino, dandole uno schiaffo secco sul culo. Il suono rimbomba nella stanza, la sua pelle si arrossa sotto la mia mano. Lei geme, si abbassa piano, prendendomi dentro di sé. È stretta, caldissima, mi avvolge come un vizio. Sento ogni pulsazione, ogni contrazione mentre scivola giù, fino a prendermi tutto. “Cazzo, zio, sei enorme,” ansima, iniziando a muoversi, su e giù, un ritmo lento ma deciso. Le sue tette ballano sotto il vestitino, i capezzoli duri che spingono contro il tessuto. Le tiro giù una spallina, scopro una tetta perfetta e la succhio, mordendola piano. Lei urla, mi graffia il petto con le unghie. “Sfondami, dai, fammi sentire tutto.”
La afferro per i fianchi, la faccio muovere più forte, più veloce. Ogni spinta è un colpo secco, il rumore bagnato della sua fica che mi accoglie mi manda fuori di testa. Sento il sudore colarmi lungo la schiena, il suo odore che mi avvolge, un mix di eccitazione e pelle calda. “Sei la mia puttanella, piccola,” le ringhio contro il collo, mordendola. “Guarda come ti apro, amore. Sei fatta per questo.” Lei geme più forte, si spinge contro di me, i nostri corpi che sbattono insieme con uno schiaffo osceno. “Sì, zio, sono tua, rompimi,” ansima, la voce rotta dal piacere.
Non resisto più. La giro di forza, la metto a pecora sul divano, le tiro su il vestitino fino alla vita. Quel culo tondo è lì, perfetto, che mi chiama. Le do un altro schiaffo, forte, e lei urla di piacere. Mi spingo dentro in un colpo solo, fino in fondo, la sua fica che mi stringe come una morsa. La scopo duro, senza pietà, ogni spinta un’esplosione di calore e umidità. Le tiro i capelli, le faccio inarcare la schiena. “Apri bene, troietta,” le ordino, la voce roca. “Prendilo tutto, brava.” Sento il suo orgasmo arrivare, le sue pareti che si contraggono attorno a me, un urlo che mi manda oltre il limite. Vengo dentro di lei senza chiedere, un’esplosione che mi svuota, fiotti caldi che la riempiono mentre il mio cazzo pulsa ancora. “Bravo, zio, riempimi,” geme, tremando sotto di me, il corpo scosso dagli ultimi spasmi.
Resto fermo un attimo, dentro di lei, il respiro affannoso, il cuore che mi martella nel petto. L’odore di sesso ci avvolge, sudore, sperma, eccitazione. Mi tiro fuori piano, vedo il mio seme colarle lungo le cosce, e una parte di me si sente un porco, ma un’altra parte è fiera. Lei si gira, si appoggia al divano, il viso arrossato, gli occhi lucidi di piacere. Mi guarda, e per la prima volta non c’è solo provocazione. C’è qualcosa di più. Mi accarezza il viso con una mano, un gesto dolce, inaspettato. “Sei incredibile, zio,” sussurra, la voce morbida.
La tiro a me, la faccio sdraiare sul divano, abbracciata al mio petto. Il suo calore, il suo respiro contro la mia pelle, mi fanno sentire qualcosa che non voglio nemmeno nominare. Non è solo sesso, non più. Ma cosa diavolo sta diventando? Resto fermo, con lei tra le braccia, e una domanda mi martella in testa mentre il suo profumo mi avvolge. Cosa stiamo facendo? E come faccio a smettere, ora che l’ho sentita così vicina?
