Confessioni di un “cane randagio” (parte 4)
Ho sempre pensato che la rabbia fosse una cosa che brucia e poi si spegne, come un fuoco che divampa e lascia solo cenere. Ma mi sbagliavo. La rabbia che ho iniziato a provare dopo quella notte dietro il container non si è spenta. È diventata qualcosa di freddo, di affilato, come una lama che porto dentro e che non so se voglio usare contro Davide o contro me stesso. Ogni colpo di quella cinghia mi ha lasciato un segno, non solo sulla pelle, ma in un posto più profondo, un posto dove non arriva nemmeno la vergogna. E per la prima volta, ho smesso di avere paura di quello che sono. Ho smesso di nascondermi.
Il giorno dopo, al magazzino, tutto sembrava uguale e allo stesso tempo diverso. Il rumore dei muletti, l’odore di sudore e metallo, le voci roche dei colleghi che si urlavano ordini da un capo all’altro del capannone. Ma io non ero più lo stesso Mattia che abbassava la testa e incassava. Camminavo con le spalle dritte, guardavo negli occhi chiunque incrociasse il mio sguardo. Non mi importava cosa pensavano, non mi importava cosa dicevano sottovoce. Il Grasso mi ha passato accanto con un ghigno, borbottando qualcosa tipo “Allora, troietta, oggi chi ti scopa?”. Non ho abbassato lo sguardo. Gli ho sorriso, un sorriso lento, provocatorio, e ho detto, con una calma che non sapevo di avere: “Chi lo vuole, può provarci. Ma non sono sicuro che ce la fai.” Lui è rimasto fermo, spiazzato, con la bocca mezza aperta, mentre io tiravo dritto, sentendo il cuore battermi forte, ma non di paura. Di qualcosa che somigliava a una strana euforia.
Davide, però, non era lontano. Lo sentivo, anche senza vederlo. La sua presenza era come un’ombra che mi seguiva, un peso che mi premeva sul petto anche quando non era vicino. Durante la pausa, l’ho trovato appoggiato a un container, con una sigaretta in bocca e quegli occhi che mi trafiggevano come sempre. “Hai fatto il furbo oggi, eh, cagnolino?” ha detto, con quel tono basso, pericoloso, che mi faceva venire i brividi. Non ho risposto subito. Mi sono fermato a un paio di metri da lui, con le mani in tasca, e l’ho guardato dritto in faccia. “Non sono il tuo cagnolino,” ho detto, con una voce che tremava appena, ma che non si spezzava. Lui ha socchiuso gli occhi, buttando fuori il fumo lentamente, come se stesse decidendo se ridere o colpirmi. Poi ha fatto un passo avanti, avvicinandosi tanto che potevo sentire l’odore di tabacco nel suo fiato. “Tu sei quello che dico io,” ha sussurrato, con un sorriso che non era un sorriso. “E se fai il ribelle, ti spacco. Lo sai.”
Non ho distolto lo sguardo. Per la prima volta, non ho abbassato la testa. “Fallo, allora,” ho detto, quasi sottovoce, ma con una rabbia che mi bruciava dentro. “Vediamo quanto ti diverti a spaccarmi.” Non so da dove venissero quelle parole, non so perché le ho dette. Ma in quel momento, non mi importava delle conseguenze. Volevo solo vedere la sua reazione, volevo spingerlo al limite, come lui aveva sempre fatto con me. Davide non ha detto niente. Mi ha guardato per un lungo momento, come se stesse cercando di capire se facevo sul serio o se era solo un bluff. Poi ha spento la sigaretta sul bordo del container, con un gesto lento, quasi teatrale, e ha detto: “Ci vediamo stasera, dopo il turno. Vedrai quanto mi diverto.”
Quelle parole mi sono rimaste in testa per tutto il giorno, come un ronzio che non smetteva. Non so se fossi eccitato o terrorizzato. Forse entrambe le cose. Ma una cosa era certa: non avrei fatto un passo indietro. Non più. Durante il turno, ho continuato a provocare, in modo sottile ma evidente. Passavo vicino al Secco e lasciavo cadere qualcosa apposta, chinandomi lentamente per raccoglierlo, con i jeans che scivolavano appena a mostrare il perizoma nero che indossavo. Sentivo i suoi occhi su di me, sentivo il suo respiro cambiare, ma non mi voltavo. Non gli davo la soddisfazione di vedere la mia reazione. Con gli altri facevo lo stesso: uno sguardo troppo lungo, un sorriso ambiguo, un gesto che diceva “prendimi, se hai il coraggio”. Non lo facevo per loro. Lo facevo per me. E per Davide. Volevo che sapesse che non ero più solo il suo giocattolo. Che potevo giocare anch’io.
Quando il turno è finito, l’aria era pesante, carica di tensione. Sapevo che Davide mi stava aspettando, come aveva promesso. L’ho trovato fuori, vicino al parcheggio, con due o tre colleghi che gironzolavano poco lontano, come se avessero fiutato che qualcosa stava per succedere. Mi ha fatto un cenno con la testa, indicandomi di seguirlo verso il retro del capannone, dove nessuno va mai a quest’ora. Non ho esitato. L’ho seguito, con il cuore che batteva forte e una sensazione di vuoto nello stomaco. Quando siamo arrivati in un angolo isolato, tra due container arrugginiti, si è voltato di scatto e mi ha spinto contro il metallo freddo, con una mano sul petto. “Ti piace fare la troia davanti a tutti, vero?” ha ringhiato, con gli occhi che brillavano di una rabbia che non avevo mai visto così scoperta. “Ti piace far vedere quanto sei puttana?” Non ho risposto subito. Ho sostenuto il suo sguardo, anche se dentro tremavo. Poi ho detto, con una voce che non sembrava nemmeno la mia: “Mi piace di più vedere quanto ti fa incazzare.”
Non so cosa mi aspettassi. Forse uno schiaffo, forse un pugno. Invece, Davide ha riso. Una risata bassa, cattiva, che mi ha fatto gelare il sangue. “Oh, cagnolino, hai appena fatto un errore,” ha detto, tirandosi indietro di un passo. Ha guardato verso i colleghi, che nel frattempo si erano avvicinati, attirati dal tono della conversazione. “Ragazzi, venite qui. Il nostro amico vuole fare lo spettacolo.” Non ho avuto il tempo di capire cosa stesse succedendo. Due di loro, il Grasso e un altro che non vedevo spesso, si sono avvicinati, con ghigni che non promettevano niente di buono. Davide mi ha afferrato per un braccio e mi ha spinto al centro del gruppetto. “Spogliati,” ha ordinato, con una voce che non ammetteva repliche. Ho esitato per un secondo, solo un secondo, e lui mi ha dato uno schiaffo secco sulla guancia, forte abbastanza da farmi girare la testa. “Ho detto spogliati.”
Con le mani che tremavano, ma non di paura, ho iniziato a togliermi la giacca da lavoro, poi la maglietta, fino a restare con i jeans e il perizoma nero che spuntava appena. Sentivo i loro occhi su di me, sentivo le loro risate, i loro commenti sporchi. “Guarda che troietta,” ha detto il Grasso, con una voce grassa di eccitazione. Davide mi guardava, con quel sorriso sadico che conoscevo fin troppo bene. “Fino alla cintola non basta,” ha detto. “Tutto.” Non so perché, ma l’ho fatto. Mi sono slacciato i jeans, li ho lasciati cadere insieme al perizoma, restando nudo davanti a loro, con il freddo della sera che mi mordeva la pelle e il cuore che mi martellava nel petto. Non era sottomissione. Era sfida. Era come dire: “Ecco, guardatemi. Fatemi quello che volete. Non mi spezzate.”
Davide si è avvicinato, mi ha preso per il mento e mi ha costretto a guardarlo. “Tu sei mio,” ha sussurrato, con una voce che era un misto di rabbia e possesso. “E ora lo impari una volta per tutte.” Ha tirato fuori di nuovo la cinghia della sua borsa, quella che aveva usato l’ultima volta, e senza dire altro mi ha colpito, un colpo secco sul culo che mi ha fatto stringere i denti per non gridare. Poi un altro. E un altro. Ogni colpo era un messaggio, ogni colpo era un modo per marchiarmi, per ricordarmi a chi appartenevo. Gli altri guardavano, ridevano, incitavano. “Dagliene di più, Davide, che se lo merita,” ha urlato uno di loro. Ma io non ho gridato. Non ho pianto. Ho incassato, con la testa alta, guardandolo negli occhi ogni volta che si fermava per riprendere fiato.
Quando ha finito, ero rosso di segni, con il corpo che bruciava e il respiro corto. Ma non ero spezzato. Non ancora. Davide mi ha spinto contro il container, con una mano sul collo, e mi ha scopato lì, davanti a tutti, con una violenza che non aveva mai avuto prima. Sentivo il metallo freddo contro la schiena, sentivo il suo fiato caldo sull’orecchio mentre mi sussurrava: “Non dimenticarlo mai. Sei mio.” Ma mentre lo faceva, mentre sentivo il dolore mescolarsi a quel piacere oscuro che ormai conoscevo così bene, una parte di me stava già pensando a come rivoltarmi. A come fargli capire che non ero solo un oggetto da usare. Che potevo essere pericoloso quanto lui.
E poi, proprio quando pensavo che fosse finita, ho visto un’ombra muoversi poco lontano, vicino all’angolo del capannone. Era il capo-reparto, Marco, fermo lì, con le braccia incrociate e uno sguardo che non riuscivo a decifrare. Non so da quanto tempo ci stesse guardando. Non so cosa avesse visto. Ma quando i nostri occhi si sono incrociati, ho sentito un brivido freddo lungo la schiena. Non era solo vergogna. Era qualcosa di più profondo, qualcosa che non so ancora spiegare. Lui non ha detto niente. Ha solo girato i tacchi e se n’è andato, lasciandomi lì, nudo, usato, con il peso di quegli occhi che mi seguiva come un’ombra. E ora non so cosa succederà. Non so se parlerà, non so se mi chiamerà nel suo ufficio, non so se questa sarà la fine di tutto. So solo che dentro di me qualcosa sta cambiando, e che non tornerò indietro. Mai più.
