Racconti Piccanti
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Pazza per l’amico di mio figlio (parte 2)

Pazza per l’amico di mio figlio (parte 2)

18 Marzo 2026·6 min di lettura

Le settimane dopo quella gita in barca sono state un inferno. Tornata a casa, alla mia routine di sempre, non riuscivo a togliermi Marco dalla testa. Ogni volta che chiudevo gli occhi, rivedevo il suo sorriso sfrontato, sentivo il calore delle sue dita sulla mia pelle, il suono della sua voce che sussurrava promesse sporche. Ero un fascio di nervi, un misto di ansia e desiderio che non riuscivo a spegnere. Mi guardavo allo specchio, vedendo i segni del tempo sul mio viso, le rughe intorno agli occhi, il seno abbondante che non stava più su come vent’anni fa, e mi chiedevo come diavolo fossi finita in una situazione del genere. Io, Stefania, 54 anni, madre di famiglia, a fantasticare su un ragazzo che avrebbe potuto essere mio figlio. Era assurdo, sbagliato, ma dio, quanto lo volevo.

Non avevo sue notizie da quel giorno. Nessun messaggio, nessuna chiamata. Una parte di me era sollevata: forse era stato solo un gioco, un momento di follia estiva che si era spento con il ritorno alla realtà. Ma un’altra parte, quella più profonda, più affamata, non smetteva di sperare. Controllavo il telefono di continuo, con il cuore che batteva forte ogni volta che vedevo una notifica. Niente. Solo bollette, messaggi di lavoro, foto di gruppo mandate da mia sorella. Mi sentivo ridicola, una ragazzina in attesa di un fidanzatino, ma non riuscivo a smettere.

Poi, una sera, mentre ero sul divano con una tazza di tè ormai freddo, il telefono ha vibrato. Un numero che non conoscevo. Ho aperto il messaggio con le mani che tremavano, e quando ho letto le parole, il cuore mi è salito in gola. “Ciao Stefania, sono Marco. Ti aspetto. Domani sera. Via Garibaldi 12, alle 20.” Nient’altro. Solo un indirizzo, freddo e diretto, come se non ci fosse bisogno di spiegazioni. Ho fissato lo schermo per non so quanto tempo, il respiro corto. Via Garibaldi 12. Un’altra città, quella dove studiava, a un paio d’ore di treno da casa mia. Sapevo che viveva in un appartamento condiviso con altri studenti, ma in quel messaggio non c’era traccia di dubbi o esitazioni. Mi stava invitando da lui. E io, lo sapevo già, ci sarei andata.

Non ho dormito quella notte. Continuavo a rigirarmi nel letto, combattuta tra la voglia di vedere cosa sarebbe successo e la paura di quello che stavo per fare. “Non devi andare,” mi dicevo, “sei una donna adulta, non una ragazzina in calore.” Ma poi pensavo a lui, a quegli occhi che mi avevano inchiodato sulla spiaggetta, alle sue mani che sapevano esattamente cosa fare, e il desiderio mi travolgeva di nuovo. Alla fine, ho deciso. Avrei preso il treno, sarei andata da lui, solo per mettere un punto a questa storia. O almeno, era quello che mi raccontavo per giustificarmi.

Il viaggio è stato un’agonia. Ogni stazione che passava sembrava allungare il tempo, e io, seduta con il mio cappotto grigio e una borsa che sembrava troppo grande per un incontro del genere, mi sentivo fuori posto. Quando sono scesa dal treno, la città mi è sembrata caotica, piena di voci e luci, ma io avevo un solo pensiero: arrivare a quell’indirizzo. Ho camminato per le strade strette, con il cuore che batteva così forte che temevo si sentisse. Via Garibaldi 12 era un palazzo vecchio, con l’intonaco scrostato e un portone di legno pesante. Ho suonato il campanello con il suo nome, e dopo un attimo la sua voce ha gracchiato dall’interfono. “Sali, terzo piano.” Freddo, diretto, come se mi stesse aspettando da sempre.

L’appartamento era un caos tipico di studenti: mobili economici, probabilmente IKEA, un divano sgangherato con un plaid buttato sopra, l’odore di caffè freddo e di qualcosa che aveva bruciato in cucina. Ma non c’erano coinquilini in giro, solo lui. Marco era appoggiato allo stipite di una porta, in jeans e maglietta nera, i capelli mossi che gli cadevano sulla fronte, un sorrisetto che mi ha fatto gelare il sangue. “Ce l’hai fatta,” ha detto, la voce bassa, guardandomi da capo a piedi come se stesse decidendo da dove cominciare. Io, con il mio vestito semplice e le scarpe basse, mi sentivo improvvisamente nuda. “Non ero sicura di venire,” ho balbettato, stringendo la borsa come uno scudo. Lui ha riso piano, avvicinandosi. “Ma sei qui. E lo sappiamo entrambi perché.”

Non mi ha lasciato il tempo di rispondere. Si è avvicinato, il suo profumo di sapone e pelle che mi riempiva i sensi, e mi ha tolto la borsa dalle mani, posandola a terra. “Nervosa?” ha chiesto, alzando un sopracciglio. Io ho annuito, incapace di mentire. “Un po’.” La sua mano si è posata sulla mia guancia, il pollice che sfiorava il contorno della mia bocca, e io ho sentito un brivido che mi attraversava tutta. “Non devi,” ha detto, la voce che si abbassava a un sussurro. “Ti faccio stare bene, Stefania. Fidati.”

Mi ha guidata verso il divano, facendomi sedere. Le sue mani erano già sui miei fianchi, decise ma lente, come se volesse assaporare ogni momento. Mi ha slacciato il cappotto, lasciandolo cadere sulle spalle, e poi si è chinato, le sue labbra che sfioravano il mio collo. “Hai pensato a me, vero?” ha mormorato, la voce calda contro la mia pelle. Io ho chiuso gli occhi, un gemito che mi sfuggiva senza volerlo. “Sì,” ho ammesso, la vergogna che si mescolava al desiderio. Lui ha riso piano, mordicchiandomi il lobo dell’orecchio. “Lo sapevo. E io ho pensato a te. Ogni. Singolo. Giorno.”

Le sue mani sono scese, slacciando i bottoni del mio vestito uno per uno, con una calma che mi faceva impazzire. La mia pelle, morbida ma segnata, si rivelava a lui, e io mi sentivo esposta, vulnerabile, ma anche desiderata come non lo ero da anni. Ha tirato giù le spalline, scoprendo il mio reggiseno nero, semplice, niente di sexy, ma lui lo ha guardato come se fosse la cosa più bella che avesse mai visto. “Cazzo, Stefania,” ha detto, la voce roca, mentre le sue dita tracciavano il contorno del mio seno, scendendo verso il bordo del tessuto. “Sei uno spettacolo.” Ha sganciato il reggiseno con un gesto rapido, lasciandolo cadere, e io ho sentito l’aria fresca sulla pelle, i capezzoli che si indurivano sotto il suo sguardo. Si è chinato, prendendone uno in bocca, la lingua che lo sfiorava piano, poi più forte, mentre con l’altra mano stringeva l’altro seno, pizzicando appena. Ho buttato la testa indietro, un gemito che mi sfuggiva, le mani che si aggrappavano al tessuto del divano.

Ha continuato così per minuti che sembravano ore, giocando con il mio corpo, baciando, leccando, mordendo ogni centimetro di pelle che trovava. Le sue mani sono scese sui miei fianchi larghi, tirando giù il vestito fino alle cosce, e poi si sono infilate sotto, sfiorando l’interno delle gambe. “Apri,” ha ordinato, la voce ferma, e io ho obbedito senza pensare, le gambe che si spalancavano per lui. Le sue dita hanno trovato il bordo delle mutandine, scivolando sotto, e quando hanno toccato la mia carne già umida, ho sentito un’ondata di calore che mi ha fatto tremare. “Sempre pronta per me, eh?” ha detto, un sorrisetto sulle labbra, mentre iniziava a muoversi, lento, sicuro, il pollice che sfregava appena il clitoride, facendomi ansimare.

Stavo perdendo la testa, il suo tocco che mi mandava fuori di me, ma lui non aveva fretta. Si è tirato indietro un attimo, guardandomi con quegli occhi che parlavano più di qualsiasi parola. “Non abbiamo finito, Stefania,” ha detto, la voce un sussurro carico di promesse. “Non abbiamo nemmeno iniziato.” E io, in quel momento, ho capito che non c’era via di ritorno. Ero sua, completamente, e quello che sarebbe successo dopo mi terrorizzava quanto mi eccitava.

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