Racconti Piccanti
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Punito dal mio fidanzato

Punito dal mio fidanzato

17 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono Enrico, ho 24 anni e, diciamocelo, non sono esattamente il tipo che comanda nella mia relazione. Fabio, il mio ragazzo, ha 33 anni e un carattere che mi tiene sempre sul filo del rasoio. A volte mi tratta come un principino, con coccole e regali, altre volte mi fa sentire come uno straccio, con parole che tagliano e atteggiamenti che mi fanno venire voglia di sparire. Eppure, non so come, non riesco a lasciarlo. Mi ha in pugno, e io glielo lascio fare. È un gioco subdolo, il suo, ma io ci sto dentro fino al collo.

Era sabato sera, e siamo andati a una festa in una discoteca del centro. Luci stroboscopiche, musica che ti spacca il petto, e un sacco di gente che si strusciava in pista. Io avevo già bevuto un paio di cocktail, forse uno di troppo, e mi sentivo la testa leggera, le gambe molli. Fabio era da qualche parte, probabilmente a fare il figo con i suoi amici. Non lo vedevo da un po’, e a un certo punto ho smesso di cercarlo. Tanto, lui torna sempre. O almeno, così pensavo.

Mi sono appoggiato al bancone del bar, con un altro drink in mano, e ho iniziato a guardarmi intorno. La pista era un delirio di corpi che si muovevano, sudati e appiccicosi. Un tipo mi ha notato. Era alto, con una camicia aderente che gli segnava i muscoli del petto, capelli scuri spettinati e un sorriso che sembrava dire “so cosa vuoi”. Mi ha fatto un cenno con la testa, e io, che avevo il cervello annebbiato dall’alcol, ho ricambiato con un mezzo sorriso. Non so perché l’ho fatto. Forse perché Fabio non c’era, forse perché mi sentivo solo, forse perché volevo dimostrare a me stesso che potevo piacere a qualcuno senza il suo permesso.

Il tipo si è avvicinato, si è appoggiato al bancone accanto a me. “Ti ho visto ballare prima. Non sei male,” ha detto, con una voce profonda che quasi copriva la musica. Io ho riso, un po’ imbarazzato. “Grazie, ma non sono proprio al top stasera,” ho risposto, alzando il bicchiere come scusa. Abbiamo chiacchierato un po’, niente di che, battute stupide sul posto e sulla gente. Ogni tanto mi toccava il braccio, un contatto leggero, ma che mi faceva venire i brividi. Non so se era l’alcol o il fatto che Fabio non fosse lì a controllarmi, ma mi sentivo eccitato da quella situazione. E allo stesso tempo mi odiavo per questo. Sapevo che stavo giocando con il fuoco, ma non riuscivo a fermarmi.

Poi è successo. Mi ha preso per un fianco, mi ha tirato verso di lui e mi ha baciato. Un bacio ruvido, con la lingua che spingeva subito, e il sapore di birra sulla sua bocca. Per un attimo mi sono lasciato andare, ho chiuso gli occhi e ho sentito il cuore battermi come un tamburo. Ma poi, come un fulmine, ho realizzato cosa stavo facendo. Ho provato a spingerlo via, ma in quel momento ho sentito una mano pesante sulla spalla. Mi sono girato di scatto. Fabio. Il suo sguardo era un misto di rabbia e gelo, gli occhi che sembravano trapassarmi. “Andiamo,” ha detto, secco, senza nemmeno guardarmi in faccia. Ho balbettato qualcosa, ma lui mi ha afferrato per il polso e mi ha trascinato fuori dalla discoteca, senza darmi il tempo di dire una parola.

Il viaggio in macchina verso casa è stato un inferno. Non parlava, stringeva il volante così forte che le nocche gli erano diventate bianche. Io ero seduto accanto, con la testa bassa, il cuore che ancora mi martellava nel petto. Sapevo che sarebbe finita male, ma non sapevo quanto. “Fabio, io… non volevo, giuro,” ho provato a dire, ma lui mi ha interrotto con un ringhio. “Sta’ zitto. Ne parliamo a casa.” Il tono era quello che usava quando non c’era spazio per discutere. Ero fottuto.

Arrivati a casa, ha chiuso la porta con un calcio e si è girato verso di me. “Spogliati,” ha ordinato, senza nemmeno togliersi la giacca. Io ho esitato, ma il suo sguardo non lasciava scampo. Mi sono tolto la maglietta, i jeans, tutto, fino a restare nudo davanti a lui, in piedi nel salotto. Mi sentivo esposto, vulnerabile, ma una parte di me, quella più incasinata, era eccitata da quella situazione. Fabio si è seduto sul divano, le gambe leggermente divaricate, e mi ha fatto cenno di avvicinarmi. “Vieni qui. A cavalcioni.” Ho obbedito, salendo sopra di lui, con le ginocchia ai lati delle sue cosce. Sentivo il tessuto ruvido dei suoi jeans sotto di me, e il calore del suo corpo che mi faceva rabbrividire.

“Sei stato uno stronzo stasera, lo sai?” ha detto, con una calma che mi spaventava più di un urlo. “Ti ho visto con quel tipo. Pensavi di farmela sotto il naso?” Non ho avuto il tempo di rispondere, perché mi ha dato uno schiaffo forte sul culo. Ho sussultato, un gemito mi è sfuggito dalla bocca. “Rispondi,” ha ringhiato. “No, Fabio, io… scusa, non so cosa mi è preso,” ho balbettato, ma un altro schiaffo è arrivato, ancora più forte. Il bruciore si è sparso sulla pelle, e ho sentito gli occhi pizzicarmi. “Tu sei mio, Enrico. Mio. Non lo capisci?” ha detto, e ogni parola era accompagnata da un altro colpo. Io annuivo, incapace di parlare, con le lacrime che iniziavano a scendere. Ma, maledizione, sentivo anche qualcos’altro, un calore che mi saliva dal basso, un desiderio malato che non riuscivo a controllare.

Dopo un po’, quando il mio culo era ormai rosso e bruciante, mi ha afferrato per i fianchi e mi ha fatto spostare. “Sdraiati sulla schiena, sul divano,” ha ordinato. Ho fatto come mi diceva, con il cuore che mi batteva all’impazzata. Si è tolto i jeans e i boxer, rivelando il suo cazzo già duro, grosso, con le vene in evidenza. Ha preso un preservativo dal portafoglio e se l’è infilato con gesti rapidi, poi ha aperto un cassetto e ha tirato fuori una bottiglietta di lubrificante. Me ne ha versato un po’ tra le natiche, freddo sulla pelle calda, e ha iniziato a massaggiarmi con le dita, prima piano, poi spingendo dentro con decisione. Io gemevo, il dolore e il piacere che si mescolavano in un modo che mi mandava fuori di testa. “Rilassati, cazzo,” ha detto, e io ci ho provato, ma il suo tono mi faceva solo stringere di più.

Quando ha deciso che ero pronto, si è messo sopra di me, con le mani che mi tenevano ferme le cosce. Mi ha guardato negli occhi, un sorriso crudele sulle labbra. “Adesso vediamo se capisci chi comanda.” Ha spinto dentro, lento ma inesorabile, e io ho sentito ogni centimetro che mi riempiva, un bruciore che si trasformava in un piacere strano, profondo. Ho ansimato, le mani che si aggrappavano al divano. “Piano, Fabio, cazzo,” ho detto, ma lui ha riso, una risata bassa. “Piano un cazzo. Te lo meriti.” Ha iniziato a muoversi, con spinte decise, il suono della nostra pelle che sbatteva insieme che riempiva la stanza. Sentivo l’odore del sudore, il suo e il mio, e il respiro pesante di Fabio vicino al mio orecchio. “Sei la peggiore delle puttane, lo sai?” ha sussurrato, e io ho chiuso gli occhi, incapace di rispondere, con le lacrime che mi rigavano il viso ma il corpo che si abbandonava al piacere.

Mi ha tappato la bocca con una mano, stringendo forte, mentre con l’altra mi teneva un fianco. “Non devi tradirmi mai, hai capito? Sei mio, solo mio,” ha ringhiato, e ogni parola era un colpo, un’affermazione. Io annuivo sotto la sua mano, i gemiti soffocati, il cervello un casino totale. Non capivo più niente, se non il ritmo del suo corpo contro il mio, la sensazione di essere completamente suo, nel bene e nel male. Le sue spinte sono diventate più veloci, più profonde, e io ho sentito l’orgasmo montare, un’onda che non potevo fermare. Ho gridato contro la sua mano, il corpo che si tendeva, e poco dopo ho sentito lui irrigidirsi, un grugnito basso mentre veniva, il respiro spezzato.

Siamo rimasti così per un momento, ansimanti, con il peso del suo corpo sopra di me. Poi si è tirato indietro, togliendo la mano dalla mia bocca, e si è seduto sul divano, passandosi una mano tra i capelli. Io sono rimasto sdraiato, con il cuore che ancora mi martellava nel petto, il corpo dolorante ma sazio. Non ho detto nulla, e nemmeno lui. Non c’era bisogno di parlare. Sapevamo entrambi che niente sarebbe cambiato, che domani sarebbe stato un altro giorno, con le sue dolcezze e le sue crudeltà. E io, in qualche modo, ero ancora qui, pronto a prenderle tutte.

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