Racconti Piccanti
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Sottomesso al fidanzato della sorella (parte 3)

Sottomesso al fidanzato della sorella (parte 3)

12 Marzo 2026·4 min di lettura

Sotto quell’albero, con la sigaretta ancora accesa tra le dita di Diego, l’aria sembrava ferma. Luciano sentiva il cuore martellare così forte da coprire il rumore dei grilli. Le parole di Diego – “mi è venuto duro come il marmo” – gli ronzavano ancora nelle orecchie, come un permesso che non era mai stato chiesto.

Non pensò. Si buttò.

Un passo avanti, le mani che tremavano, le labbra socchiuse. Voleva solo baciarlo. Voleva solo sentire quella bocca che fino a poco prima era stata su quella di Sara, voleva rubargliela, marchiarla con la sua saliva, con la sua disperazione.

Diego si ritrasse di scatto, come se gli avessero buttato addosso acqua gelida.

«Ma che cazzo fai?» sibilò, schifato, il viso contratto.

Luciano rimase congelato a metà gesto, le braccia ancora tese verso di lui. Sentì le guance bruciare, ma stavolta non era solo imbarazzo. Era rabbia.

«Ipocrita» gli sputò addosso, la voce che tremava. «Mi guardi da settimane come se volessi scoparmi. Mi prendi per il collo, mi fai sentire il tuo cazzo duro contro la gamba, mi dici che ti piace quando piango… e adesso fai lo schifato? Vaffanculo, Diego. Sei solo un codardo del cazzo.»

Diego buttò la sigaretta a terra, la schiacciò col tallone. Fece un passo avanti, rapido, minaccioso. Luciano indietreggiò fino a sbattere con la schiena contro il tronco ruvido dell’albero.

Stavolta Diego non lo prese per il collo davanti. Lo girò di forza, lo schiacciò di petto contro la corteccia, il braccio sinistro che gli bloccava la schiena. Con la mano destra scese deciso: infilò le dita sotto l’elastico dei boxer, trovò la fessura tra le natiche e senza preavviso spinse l’indice dentro, fino alla seconda falange.

Luciano aprì la bocca per gridare – di dolore, di sorpresa, di piacere – ma Diego fu più veloce: gli tappò la bocca con il palmo, schiacciandogli le labbra contro i denti.

«Zitto» gli ringhiò all’orecchio. L’alito sapeva di birra, sigaretta e rabbia. «Zitto, piccola troia.»

Luciano mugolò contro la mano, il dito che si muoveva piano dentro di lui, rude, senza lubrificante, bruciante. Ma era proprio quel bruciore a farlo impazzire. Le gambe gli tremavano.

Diego premeva il corpo contro il suo, il cazzo durissimo che gli sfregava sul culo attraverso i pantaloni. Parlava piano, vicinissimo all’orecchio, la voce roca e ubriaca.

«Lo so che ti piace. Lo sento come stringi. Ti piace quando ti trattano come una puttanella, vero? Ti immagini che ti sfondi, che ti spacchi in due con questo cazzo grosso, che ti faccia urlare fino a farti perdere la voce. Ti vedo sculettare per casa quando pensi che non ti guardo… quel culino che si muove, quei fianchi da femmina… cazzo, mi fai venire voglia di piegarti sul tavolo della cucina mentre tua sorella dorme di sopra. Di infilartelo tutto dentro senza vaselina, di riempirti fino a farti colare il mio sperma per giorni.»

Luciano gemeva contro la mano, le lacrime che gli rigavano le guance. Il dito dentro di lui si muoveva più veloce, più profondo. Diego infilò anche il medio, lo aprì senza pietà. Luciano si inarcò, il cazzo che gli pulsava dolorosamente nei boxer, bagnato di pre-eiaculato.

Diego abbassò l’altra mano, gli palpò il davanti. Rise piano quando sentì quanto era duro.

«Guarda qua… sei fradicio. Sei proprio una troietta nata.»

Poi, di colpo, tolse le dita. Ritirò la mano dalla bocca. Fece un passo indietro.

Luciano si girò lentamente, le gambe molli, il culo che bruciava, gli occhi lucidi.

«Sei uno stronzo» gli disse, la voce rotta.

Diego rise, una risata bassa, cattiva.

«Lo so.»

E poi si mise a correre. Non verso casa. Verso la strada buia che portava al parco abbandonato, quella con i lampioni rotti.

Luciano rimase fermo un secondo, confuso, umiliato, eccitato da morire. Poi lo inseguì.

Lo trovò su una panchina lontana dal vialetto principale, nascosta da cespugli alti. Diego era seduto con le gambe larghe, la testa appoggiata allo schienale, il respiro ancora accelerato.

Luciano si avvicinò piano. Si sedette di fianco a lui, senza dire niente.

Diego non lo guardò. Prese la mano di Luciano, la portò sul suo inguine. Il cazzo era durissimo sotto i jeans, enorme, caldo.

Luciano fece per ritrarla.

Diego la tenne ferma, le dita strette intorno al polso.

«Silenzio» gli disse piano. «Lasciati andare.»

Luciano tremava. Diego slacciò il bottone, abbassò la zip. Tirò fuori il sesso, grosso, venoso, già lucido in punta. Lo prese per la base e spinse la testa di Luciano verso il basso.

«Apri la bocca, piccola.»

Luciano chiuse gli occhi. Sentì l’odore forte, maschio, di sudore e eccitazione. Aprì le labbra.

La cappella gli entrò in bocca, calda, salata. Diego gli mise una mano dietro la nuca, non per forzare, ma per guidare. Per tenerlo lì.

Luciano lo prese piano, la lingua che sfiorava la pelle tesa, il sapore che gli invadeva la gola. Era la prima volta. Era tutto sbagliato. Era tutto perfetto.

Diego sospirò, un suono profondo, quasi un ringhio.

«Così… bravo… succhia piano…»

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