Brava, sei promossa
Eccomi qua, Giulia, ventidue anni, neopatentata da due mesi scarsi, con il cuore che mi batte a mille ogni volta che salgo in macchina. Non è solo la paura di sbagliare una manovra o di graffiare il paraurti di mio padre, no, è che sono una dannata perfezionista. Ogni minimo errore mi fa arrossire come una ragazzina di scuola media che ha dimenticato i compiti. E poi c’è lui, Andrea, il mio istruttore di guida. Trentotto anni, paziente ma inflessibile, con quella voce profonda che sembra sempre un po’ incazzata, anche quando non lo è. Non so come abbia fatto, ma ha capito da settimane che quando mi sgrida, anche solo alzando leggermente il tono, io mi bagno. Sì, lo so, è imbarazzante da morire, ma è così. E stasera, in questo enorme parcheggio multipiano deserto, credo che lo userà contro di me.
Siamo alla fine della lezione serale, il cielo è scuro e le luci al neon del parcheggio rendono tutto un po’ surreale. Ho fatto un paio di errori stupidi, tipo accelerare troppo in una curva stretta, e ogni volta che Andrea mi corregge con quel suo “Giulia, rallenta, non siamo in pista”, sento le guance andare a fuoco. Ma stasera c’è qualcosa di diverso nel suo tono. È più… pesante, più diretto. Mi fa fermare in un angolo del terzo piano, lontano da qualsiasi altra macchina. “Spegni il motore,” dice, secco. Obbedisco subito, con le mani che tremano un po’ mentre giro la chiave. Lo guardo, incerta, e vedo che mi fissa con quegli occhi scuri, intensi, che sembrano leggermi dentro. Ha una mascella squadrata, qualche linea di espressione che lo fa sembrare vissuto, e una camicia a quadri aperta sul collo che lascia intravedere un petto muscoloso ma non da palestrato. È un uomo normale, ma dannazione, ha un’aura che mi fa sentire piccola.
“Giulia,” inizia, con un tono calmo, quasi didattico, “hai ancora tanto da imparare, lo sai, vero?” Annuisco, mordendomi il labbro. Mi aspetto una ramanzina sulla guida, ma invece si sporge leggermente verso di me, appoggiando un braccio sul cruscotto. “Scendi dal sedile e vieni qui, tra i sedili. Inginocchiati.” Il mio cervello si spegne per un attimo. Cosa? Ho sentito bene? Il cuore mi schizza in gola, e sento un calore traditore tra le gambe. “C-cosa?” balbetto, con la voce che trema. “Non lo ripeto due volte,” risponde, sempre con quel tono fermo ma tranquillo, come se mi stesse spiegando come fare un parcheggio a S. “Muoviti.”
Vorrei protestare, davvero, ma c’è una parte di me che muore dalla voglia di obbedire. Mi odio per questo, ma scendo dal sedile, goffamente, e mi inginocchio nello spazio stretto tra il mio posto e il suo. La moquette sotto le ginocchia è ruvida, e mi sento ridicola con la mia felpa grigia e i leggings aderenti. Alzo lo sguardo verso di lui, rossa in faccia, e vedo che mi sta osservando con un mezzo sorriso. “Brava,” dice, e quelle due sillabe mi fanno tremare. “Ora ascoltami bene. Ti spiego passo per passo cosa fare, e tu lo fai. Chiaro?” Non riesco a parlare, quindi annuisco e basta. Dentro di me è un casino: sono imbarazzata, ho paura di fare una figuraccia, ma sono anche eccitata da morire.
“Prima cosa,” continua, con lo stesso tono da istruttore, “slacciami i pantaloni. Lentamente, senza fretta. Non voglio vedere mani che tremano, capito?” Mi mordo il labbro così forte che quasi mi faccio male, ma alzo le mani verso la sua cintura. Le dita mi tremano lo stesso, ma cerco di fare come dice. Sento il metallo freddo della fibbia, poi il rumore della zip che scende. Lui non si muove, mi guarda e basta, con quegli occhi che mi trapassano. “Bene,” dice, “ora abbassa un po’ i pantaloni e i boxer. Non tutto, solo quanto basta.” Faccio come dice, con il cuore che mi martella nel petto. Quando lo vedo, nudo e già duro, deglutisco a fatica. È… normale, non esagerato come nei porno, ma c’è qualcosa di reale, di concreto, che mi fa sentire ancora più fuori posto.
“Adesso prendilo in mano,” ordina, sempre calmo. “Piano, non stringere troppo. Sentilo bene.” Le mie mani sono sudate, ma lo tocco, esitante, sentendo la pelle calda sotto le dita. “Guardami negli occhi, Giulia,” dice, e io alzo lo sguardo, rossa come un pomodoro. “Non abbassare gli occhi. Voglio che impari a essere brava per me.” Quelle parole mi fanno quasi svenire, ma obbedisco. “Ora,” continua, “lecca solo la punta. Piano, con la lingua. Fammi vedere che ci provi.” Balbetto un “s-sì” patetico, poi mi chino in avanti, con il cuore che mi esplode. La prima leccata è timida, incerta, e sento il suo sapore, salato, strano. Lui inspira profondamente, e quel suono mi fa capire che sto facendo qualcosa di giusto. “Brava,” mormora, “continua così, ma più lenta. Fammi tremare.”
Non so quanto tempo passo a seguire le sue istruzioni, ma ogni sua parola è come un comando che non riesco a ignorare. Mi guida, mi corregge, mi dice di scendere più giù, di usare la lingua in un certo modo, e io lo faccio, anche se mi sento goffa e inesperta. Ogni tanto mi guarda e dice “Occhi aperti, guardami,” e io obbedisco, anche se muoio di vergogna. Dopo un po’, sento i suoi muscoli tendersi, il suo respiro farsi più corto. “Brava, Giulia, ora vai fino in fondo,” dice, con la voce un po’ più roca. Mi spinge leggermente la testa con una mano sulla nuca, non forte, ma con una dolce fermezza che mi fa capire che non ho scelta. Lo prendo tutto, sentendo ogni centimetro, e lui geme piano, un suono basso che mi fa vibrare dentro. “Cazzo, sì, così,” mormora, e quelle parole volgari mi eccitano ancora di più. Sento il suo corpo tremare, e poi, senza preavviso, viene. È caldo, strano, e io non so cosa fare, ma lui mi tiene lì, accarezzandomi la nuca. “Brava bambina,” dice alla fine, con la voce più morbida. Mi lascia andare, e io mi tiro indietro, ansimando, con la bocca ancora piena del suo sapore.
Mi guarda per un lungo momento, poi si ricompone, tirando su i pantaloni con calma. Io sono ancora inginocchiata, con le guance in fiamme, il respiro corto, e un casino di emozioni in testa. Lui si sporge, mi accarezza una guancia con il pollice, un gesto sorprendentemente dolce. “Brava bambina, ora puoi ripartire… sei promossa,” dice, con un sorriso appena accennato. Mi rimetto sul sedile, con le gambe che tremano, e accendo il motore senza dire una parola. Non so cosa pensare, ma so che non dimenticherò questa lezione. Mai.
