Racconti Piccanti
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La guardia giurata fa il culo a Liam

La guardia giurata fa il culo a Liam

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Simone aveva 37 anni, un fisico da buttafuori e un lavoro da guardia giurata che lo teneva sveglio di notte. Turni infiniti, silenzio rotto solo dal rumore dei suoi scarponi sul cemento dei parcheggi industriali che sorvegliava. Era sposato da dieci anni con una donna dolce, ma nella sua testa c’erano pensieri che non avrebbe mai confessato a nessuno. Fantasie su ragazzi giovani, fragili, sottomessi, che si piegavano sotto il suo peso, sotto la sua forza. Non ci pensava troppo, non si permetteva di farlo. Ma quelle immagini gli si infilavano nei sogni, o nei momenti di noia, come un prurito che non riesci a grattare.

Era una notte di primavera, l’aria tiepida e pesante, quando durante il giro di ronda vide un’auto parcheggiata in un angolo del piazzale, lontano dalle luci dei lampioni. I vetri erano appannati, segno che dentro c’era qualcuno. Simone si avvicinò, la torcia in una mano, l’altra pronta sul manganello appeso alla cintura. Non si aspettava guai, ma il suo istinto era sempre all’erta. Bussò sul vetro con le nocche, un colpo secco. “Ehi, chi c’è lì dentro?”

Il vetro si abbassò di qualche centimetro e un viso giovane, delicato, spuntò fuori. Un ragazzo, non più di vent’anni, con un eyeliner nero pesante che gli incorniciava gli occhi verdi e un gloss lucido sulle labbra piene. “Scusa, sto solo aspettando un amico,” disse con una voce morbida, quasi cantilenante. Simone notò il body di pizzo nero che gli aderiva al torso magro, trasparente abbastanza da lasciare intravedere i capezzoli, e gli shorts di jeans cortissimi, che a malapena gli coprivano le cosce pallide e lisce.

“Un amico, eh?” ribatté Simone, la voce roca, squadrandolo dalla testa ai piedi. Il ragazzo, che disse di chiamarsi Liam, annuì, mordendosi il labbro inferiore con un gesto che sembrava calcolato. Simone non ci mise molto a capire che non c’era nessun amico in arrivo. E qualcosa dentro di lui, qualcosa di oscuro e famelico, si accese. “Scendi dall’auto,” ordinò, il tono che non ammetteva repliche.

Liam esitò un attimo, ma poi aprì la portiera e scese, i tacchi degli stivaletti che ticchettavano sul cemento. Era piccolo, esile, con le spalle strette e i fianchi appena accennati. Simone torreggiava su di lui, un metro e novanta di muscoli tesi sotto la divisa. “Cosa ci fai qui, a quest’ora, vestito così?” chiese, incrociando le braccia. Liam si strinse nelle spalle, un sorrisetto nervoso sulle labbra. “Te l’ho detto, aspetto qualcuno. Non sto facendo niente di male.”

Simone non rispose subito. Si avvicinò di un passo, il cuore che gli batteva più forte. C’era qualcosa in quel ragazzo, nella sua fragilità, nel modo in cui lo guardava dal basso verso l’alto, che gli faceva venir voglia di prenderlo, di piegarlo. Ma c’era anche una parte di lui che urlava di lasciar perdere, di tornare alla sua ronda. Era sposato, Cristo santo. Però i suoi occhi continuavano a scivolare su quel body di pizzo, su quelle gambe nude. Fece un altro passo, e Liam indietreggiò d’istinto, finendo con la schiena contro il muro di cemento del capannone alle sue spalle.

“Non ti muovere,” grugnì Simone, posandogli una mano pesante sulla spalla. Liam trattenne il fiato, gli occhi che si spalancavano per un misto di paura e curiosità. Simone gli si avvicinò ancora, fino a sentire il calore del suo corpo, l’odore dolce del gloss e di qualcosa di più acre, come sudore fresco. Con l’altra mano gli sfiorò il fianco, scendendo piano verso gli shorts. “Sai che non dovresti essere qui,” mormorò, la voce bassa, quasi un ringhio.

Liam deglutì, ma non protestò. “E tu sai che non dovresti toccarmi così,” rispose, con un filo di voce, ma c’era una sfida nei suoi occhi. Simone strinse la presa sulla spalla, il sangue che gli ribolliva nelle vene. Sapeva che doveva fermarsi, ma non ci riusciva. Non voleva.

Con un gesto lento ma deciso, gli fece scivolare una mano sotto il bordo degli shorts, sentendo la pelle liscia e calda. Liam sussultò, ma non si tirò indietro. Simone gli sfiorò il bordo del body di pizzo, tirandolo appena, e il ragazzo emise un piccolo gemito, quasi involontario. “Ti piace, eh?” lo provocò Simone, il tono ironico ma duro. Liam non rispose, ma il suo respiro si fece più corto, le guance arrossate sotto il trucco.

Simone lo fece girare con uno strattone, spingendolo contro il muro. Liam posò le mani sul cemento freddo, il fiato corto, mentre Simone gli si premeva contro la schiena. “Non fare storie,” gli disse, abbassandogli gli shorts con un movimento rapido. Sotto, il body di pizzo non copriva quasi niente, lasciando scoperto il sedere tondo e pallido. Simone si morse il labbro, sentendo un’erezione dolorosa premere contro i pantaloni della divisa. Con una mano gli bloccò i polsi dietro la schiena, stringendoli forte. Con l’altra si slacciò la cintura, abbassandosi appena i pantaloni e i boxer.

Liam si contorse leggermente, ma non provò a liberarsi. “Fai piano,” mormorò, la voce tremante ma con un tono che sembrava quasi un invito. Simone gli diede uno schiaffetto leggero sul sedere, facendolo sobbalzare. “Stai fermo,” ordinò, mentre si sputava sulla mano e si lubrificava il membro, duro e teso. Poi, con un movimento lento, lo guidò verso di lui, premendo appena contro la sua apertura. Liam trattenne il fiato, irrigidendosi, ma Simone non si fermò. “Rilassati, cazzo,” gli disse, spingendo piano ma con decisione, sentendo la resistenza del corpo del ragazzo che poco a poco cedeva.

Quando fu dentro, Liam emise un gemito acuto, in falsetto, che fece quasi perdere la testa a Simone. “Oh, cazzo,” ansimò il ragazzo, le mani che si stringevano a vuoto contro il muro. Simone lo tenne fermo per i polsi, iniziando a muoversi con spinte lente ma profonde, ogni movimento accompagnato dal rumore della loro pelle che si scontrava e dal respiro spezzato di Liam. L’odore di sudore e sesso gli riempiva le narici, un misto acre e dolce che lo mandava fuori di testa.

“Ti piace, vero, puttanella?” ringhiò Simone, chinandosi verso il suo orecchio, i denti che gli sfioravano il lobo. Liam gemette di nuovo, contorcendosi sotto di lui, il corpo che tremava a ogni spinta. “Sì, sì, non ti fermare,” biascicò, la voce stridula, quasi disperata. Simone accelerò il ritmo, tenendolo fermo con una mano sui polsi e l’altra che gli stringeva il fianco, le dita che affondavano nella carne morbida. Il muro di cemento era freddo contro il petto di Liam, che ci si premeva contro a ogni movimento, i gemiti che gli sfuggivano senza controllo.

Simone sentiva il calore del suo corpo stringerlo, ogni spinta che lo portava più vicino al limite. “Cazzo, sei stretto,” grugnì, la voce spezzata dal piacere. Liam si inarcò leggermente, cercando di assecondare i suoi movimenti, il respiro che si trasformava in singhiozzi soffocati. “Sto per venire,” lo avvisò Simone, senza rallentare, il sudore che gli colava lungo la schiena sotto la divisa. Liam non rispose, perso nei suoi gemiti, la testa reclinata all’indietro, i capelli spettinati che gli cadevano sul viso.

Con un ultimo affondo, profondo e brusco, Simone si svuotò dentro di lui, un ringhio gutturale che gli uscì dalla gola mentre lo teneva fermo, i polsi ancora bloccati dietro la schiena. “Non muoverti, puttanella,” gli disse, il fiato corto, mentre il piacere lo travolgeva a ondate. Liam tremava sotto di lui, il respiro irregolare, ma non si mosse, lasciando che Simone finisse, che si calmasse.

Rimasero così per un momento, il silenzio della notte rotto solo dai loro respiri pesanti. Poi Simone si tirò indietro, lasciandogli i polsi, e si sistemò i pantaloni con gesti rapidi. Liam si voltò lentamente, appoggiandosi al muro, gli occhi ancora lucidi, il trucco sbavato. Non dissero niente. Non ce n’era bisogno.

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