Racconti Piccanti
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In due: nel costume da coniglio

In due: nel costume da coniglio

12 Marzo 2026·6 min di lettura

Paolo aveva 34 anni, un impiego stabile come contabile in un’azienda di medie dimensioni e una timidezza che lo faceva sembrare sempre sul punto di scusarsi per esistere. Non era il tipo da feste, tantomeno da Halloween, ma quando il capo aveva annunciato che chi si fosse offerto volontario per il costume gonfiabile della mascotte aziendale avrebbe avuto un “occhio di riguardo” per la promozione interna, Paolo aveva alzato la mano. Non per coraggio, ma per disperazione: quel posto da responsabile di reparto gli serviva per pagare il mutuo. E così eccolo lì, il 31 ottobre, infilato in un costume da coniglio gonfiabile che puzzava di plastica vecchia e sudore di chissà quanti altri sfigati prima di lui. Le orecchie flosce gli cadevano sugli occhi ogni due passi, e il ventilatore interno gli sparava aria tiepida dritta in faccia, facendolo sudare come un maiale.

La festa aziendale si teneva in un open space decorato con zucche di plastica e ragnatele finte. Colleghi ubriachi di punch ridevano e scattavano foto, e Paolo, barcollando nel costume, si sentiva un idiota totale. “Forza, coniglio, fai un salto!” gridò qualcuno, e lui, rosso in faccia sotto la testa pelosa, cercò di ignorarli. Non vedeva l’ora che la serata finisse. Ma le cose stavano per complicarsi.

Verso le dieci, mentre cercava di raggiungere il tavolo delle bibite senza inciampare, sentì una mano afferrarlo per la zip sul retro del costume. “Ehi, coniglio, hai la cerniera mezza aperta, ti si vede il culo,” disse una voce maschile, strafottente. Era Jacopo, il nuovo grafico, 28 anni, capelli spettinati ad arte, piercing al sopracciglio e un ghigno che sembrava sempre dire “so che sei un perdente”. Paolo lo conosceva appena, ma lo aveva già catalogato come uno di quei tipi che si credono fighi solo perché sanno usare Photoshop. “Aspetta, te la sistemo,” continuò Jacopo, senza aspettare una risposta. Si infilò nel costume dietro di lui, sfruttando lo spazio interno pensato per eventuali riparazioni. “Ma che cazzo fai?” borbottò Paolo, imbarazzato, sentendo il calore del corpo dell’altro contro la schiena.

“Rilassati, non ti scopo mica,” rise Jacopo, armeggiando con la zip. Ma, ovviamente, la cerniera si inceppò sul serio. “Merda, è bloccata,” annunciò, tirando con forza. Erano schiena contro schiena, incastrati in quel sacco di plastica soffocante, con l’odore di sudore che si mescolava a quello chimico del materiale. Paolo sentì il panico montare. “Muoviti, fai qualcosa!” disse, la voce strozzata. Jacopo, invece di preoccuparsi, sembrava trovare la cosa esilarante. “Cazzo, sembriamo due hot dog in un panino,” sghignazzò, e Paolo, nonostante tutto, non poté fare a meno di ridere, anche se era più un ringhio di frustrazione.

Per liberarsi iniziarono a dimenarsi, spingendo e tirandosi a vicenda. Ogni movimento li faceva strofinare l’uno contro l’altro, le schiene sudate che scivolavano, i fianchi che si scontravano. Paolo, con la faccia rossa, cercava di concentrarsi sulla zip, ma più si muovevano, più si sentiva a disagio. Non per la situazione ridicola, ma perché, a un certo punto, percepì qualcosa di duro premere contro il suo sedere. “Ma che…” mormorò, voltandosi appena nello spazio strettissimo. Jacopo, con un ghigno imbarazzato ma senza vergogna, scrollò le spalle. “Che vuoi, capita, no? Siamo appiccicati, cazzo.” Paolo avrebbe voluto sprofondare, ma, allo stesso tempo, una parte di lui – quella che non osava ammettere nemmeno a se stesso – sentiva un brivido strano, un misto di imbarazzo e curiosità. Non era mai stato con un uomo, ma quella pressione, quel calore, gli stavano mandando il cervello in tilt.

“Non ci penso nemmeno,” si disse mentalmente, ma il corpo non sembrava d’accordo. Ogni spinta per liberarsi li faceva strusciare di più, e quando Jacopo, con una risata nervosa, disse “Se continui così, mi fai venire nei pantaloni,” Paolo non seppe cosa rispondere. Era mortificato, ma anche eccitato. Alla fine, con un movimento brusco, riuscì a girarsi quel tanto che bastava per trovarsi faccia a faccia con lui, o meglio, petto contro petto, visto che lo spazio era un inferno. I loro nasi quasi si toccavano, e il fiato caldo di Jacopo gli arrivava dritto in faccia. “Facciamo in fretta e basta,” borbottò Paolo, senza guardarlo negli occhi, mentre le mani tremanti di entrambi scendevano verso i pantaloni. Non c’era spazio per pensare, solo per agire.

Si abbassarono i pantaloni quel poco che potevano, con movimenti goffi e impacciati. Paolo, con la schiena schiacciata contro la plastica, sentiva il cuore battergli all’impazzata. Jacopo, con un sorriso sghembo, gli mise una mano sul fianco per tenerlo fermo. “Stai tranquillo, coniglio, non mordo,” disse, e poi, senza tanti complimenti, sputò sulla propria mano e si lubrificò alla bell’e meglio. Paolo chiuse gli occhi, non per paura, ma perché non voleva vedere la sua faccia mentre succedeva. Sentì Jacopo sistemarsi, il respiro pesante, e poi una pressione insistente contro di sé. “Rilassati, cazzo,” mormorò Jacopo, e Paolo, con un grugnito, cercò di farlo. Quando finalmente entrò, fu un misto di fastidio e piacere, un bruciore che si trasformò in qualcosa di più caldo, più profondo.

Erano in piedi, incastrati in quel costume ridicolo che oscillava come un punching ball a ogni spinta. Jacopo si muoveva in modo goffo, veloce, senza ritmo, ma a Paolo non importava. Ogni colpo lo faceva ansimare, il sudore gli colava lungo la schiena, e il rumore della plastica che scricchiolava si mescolava ai loro respiri affannosi. “Cazzo, è assurdo,” rantolò Jacopo, ridendo tra un gemito e l’altro, e Paolo, con la voce roca, rispose: “Zitto, muoviti e basta.” Non c’era spazio per preliminari veri e propri, non c’era spazio per niente se non quel contatto crudo, animalesco. Paolo si aggrappava con una mano alla stoffa interna del costume, l’altra schiacciata contro il petto di Jacopo, sentendo i muscoli tesi sotto la maglietta bagnata di sudore. L’odore era un misto di maschio, plastica e qualcosa di più primitivo, e ogni spinta sembrava amplificare tutto: il calore, il disagio, il piacere.

Jacopo accelerò, le mani che stringevano i fianchi di Paolo con forza, le unghie che probabilmente lasciavano segni. “Sto per venire, cazzo,” grugnì, e Paolo, con un gemito strozzato, sentì il proprio corpo rispondere. Non ci fu bisogno di toccarsi: l’attrito, la pressione, il calore bastarono. Venne con un rantolo, tremando, mentre Jacopo, con un paio di spinte finali, si svuotò dentro di lui, ansimando e ridendo come un idiota. “Porca troia, che casino,” disse, mentre il costume continuava a dondolare intorno a loro. Paolo non rispose, troppo impegnato a riprendere fiato, con il cuore che gli martellava nel petto e una sensazione appiccicosa che gli colava lungo le cosce.

Proprio in quel momento, con un rumore secco, la zip finalmente cedette. Si tirarono fuori dal costume con le facce paonazze, i pantaloni ancora mezzi abbassati, il sudore che gli incollava i vestiti alla pelle. Paolo si guardò intorno, terrorizzato che qualcuno li avesse visti, ma la festa continuava, chiassosa e indifferente. Jacopo, con un ghigno, si tirò su i pantaloni e disse: “Andiamo in bagno a pulirci, coniglio. Non voglio tornare in ufficio con la sborra che mi cola addosso.” Paolo, senza dire una parola, lo seguì, ancora stordito da quello che era appena successo, ma con un sorrisetto che non riusciva a nascondere.

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