Racconti Piccanti
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Scherzetti tra amiche

Scherzetti tra amiche

12 Marzo 2026·5 min di lettura

Martina e Beatrice condividevano un appartamento da due anni, un bilocale caotico ma accogliente in un quartiere popolare di Milano. Martina, 28 anni, era il tipo di ragazza che entrava in una stanza e ne prendeva il comando senza nemmeno provarci: capelli corti tinti di blu, un sorriso sempre un po’ beffardo e un’energia che oscillava tra il provocatorio e il giocoso. Beatrice, invece, 26 anni, era l’opposto: timida, con lunghi capelli castani che usava come scudo per nascondere il viso quando si imbarazzava, cosa che succedeva spesso. Era carina, con un viso dolce e un corpo minuto, ma sembrava sempre sul punto di scusarsi per esistere. Martina adorava farla arrossire, era una specie di sport per lei, e Beatrice, puntualmente, abboccava.

Era un venerdì sera e avevano organizzato una cena a casa con un gruppetto di amici, tutti maschi, compagni di università di Martina. La tavola era un disastro di piatti sporchi, bottiglie di vino mezze vuote e resti di pizza fatta in casa. Beatrice, come al solito, si era data da fare per preparare tutto, mentre Martina si era limitata a scegliere la playlist su Spotify e a fare battute su quanto Beatrice fosse “la mogliettina perfetta”. Gli amici – Luca, Matteo e Davide – erano sprofondati sul divano, bicchieri in mano, a chiacchierare di stupidaggini. L’atmosfera era rilassata, ma c’era una tensione sotterranea che solo Martina percepiva. E ne era la causa.

Due giorni prima, Martina aveva regalato a Beatrice un vibratore. Non uno qualunque: un modello piccolo, discreto, da indossare nelle mutandine, con un telecomando Bluetooth che funzionava a distanza. Lo aveva comprato online, mezza per scherzo e mezza per curiosità, e lo aveva infilato in una scatolina con un biglietto che diceva: “Per le serate noiose”. Beatrice, quando lo aveva aperto, era diventata rossa come un peperone, balbettando un “ma sei matta?” mentre Martina rideva fino alle lacrime. “Dai, provalo, è divertente. Magari ti sciogli un po’,” le aveva detto, con quel tono che era insieme burlone e leggermente sadico. Beatrice aveva nascosto la scatola in un cassetto, giurando che non lo avrebbe mai usato. Ma Martina, quella mattina, l’aveva convinta con una combinazione di moine e insistenza. “Solo per oggi, giuro che non lo accendo. È solo per vedere se ti dà fastidio.” Beatrice, come sempre, aveva ceduto, più per evitare una discussione che per reale convinzione. Lo aveva indossato, sentendosi a disagio ma anche, in fondo, un po’ curiosa. Martina, con il cellulare in tasca e l’app del telecomando pronta, si era limitata a sorridere.

Ora, durante la cena, tutto sembrava normale. Beatrice era seduta sul divano, le gambe accavallate, intenta a spiegare agli amici un aneddoto imbarazzante su un professore dell’università. “E poi, giuro, mi guarda e mi fa: ‘Signorina, il suo elaborato sembra scritto da un bambino di terza elementare’. Io volevo sprofondare!” raccontava, con una risatina nervosa. Gli altri ridevano, e Martina, appoggiata al bracciolo del divano, la osservava con un ghigno. Poi, senza preavviso, tirò fuori il cellulare, aprì l’app e premette il pulsante di accensione.

Beatrice si bloccò a metà frase. Il vibratore, nascosto nelle sue mutandine nere di cotone, si attivò con un ronzio basso ma insistente. Lei strinse istintivamente le gambe, il viso che passava dal rosa al rosso fuoco in un secondo. “Ehm… scusate, mi è venuta una fitta,” mormorò, la voce tremante, mentre cercava di mantenere un’espressione neutra. Luca, un tipo con la battuta sempre pronta, alzò un sopracciglio. “Una fitta? Dove? Sei sicura che non stai per partorire?” Gli altri scoppiarono a ridere, e Beatrice abbassò lo sguardo, le mani che stringevano il bordo del divano. Dentro di lei, il vibratore pulsava, una sensazione strana e invadente che le faceva venire voglia di urlare e nascondersi allo stesso tempo. Martina, con un sorrisetto innocente, si chinò verso di lei. “Tutto bene, Bea? Sembri un po’ tesa.”

“Sto… sto bene,” balbettò Beatrice, mentre cercava di spostarsi per alleviare la pressione. Ma non c’era scampo. Martina, con un gesto rapido sul telefono, aumentò l’intensità. Il ronzio divenne più forte, e Beatrice emise un piccolo gemito involontario, subito soffocato mordendosi il labbro. Matteo, che era il più osservatore dei tre, socchiuse gli occhi. “Aspetta un attimo… ma cos’hai? Sembri strana.” Davide, ridendo, aggiunse: “Ragazzi, secondo me sta succedendo qualcosa che non ci vuole raccontare.” Luca, con un ghigno, guardò Martina. “Tu sai qualcosa, vero? Confessa.” Martina scrollò le spalle, il volto di un’innocenza esagerata. “Io? Niente, sto solo guardando il telefono.” Ma il tono tradiva tutto.

Beatrice, nel frattempo, era un fascio di nervi. Il vibratore ora pulsava a un ritmo più veloce, e lei sentiva il calore crescerle dentro, un misto di imbarazzo e piacere che non riusciva a controllare. Le sue mani stringevano il cuscino del divano, le nocche bianche, mentre cercava di respirare normalmente. Martina, senza smettere di fissarla, inclinò la testa. “Bea, vuoi un bicchiere d’acqua? Sei tutta rossa.” Beatrice annuì debolmente, incapace di parlare. Ma non c’era tempo per l’acqua: Martina alzò ancora l’intensità, e il corpo di Beatrice si irrigidì. Un gridolino acuto le sfuggì dalla gola, un suono imbarazzante e inconfondibile che fece calare il silenzio nella stanza per un istante. Poi, Luca scoppiò a ridere così forte da rovesciare un po’ di vino. “Porca miseria, ma che sta succedendo?!” Matteo, con un sorrisetto, guardò Martina. “Hai fatto venire la tua coinquilina davanti a tutti, sei una psicopatica.” Davide si limitò a scuotere la testa, divertito. “Questa è la cena più strana della mia vita.”

Beatrice, mortificata, si coprì il viso con le mani, il respiro corto. Il vibratore si spense improvvisamente – Martina aveva avuto pietà, o forse si era semplicemente stancata di giocare. Ma il danno era fatto. “Scusate… io… non so cosa dire,” mormorò, la voce spezzata. Martina le diede una pacca sulla spalla, ridendo. “Dai, Bea, non fare la drammatica. È stato uno scherzo, no? E poi, sembrava che ti piacesse.” Gli amici risero di nuovo, ma non c’era cattiveria, solo un misto di sorpresa e divertimento. Beatrice, però, non riusciva a guardarli negli occhi. Si alzò di scatto, borbottando un “vado un attimo in bagno” e sparì lungo il corridoio.

Quando tornò, qualche minuto dopo, aveva il viso lavato e un’espressione un po’ meno sconvolta. Martina le porse un bicchiere di vino, con un sorrisetto. “Tranquilla, nessuno ti giudica. Anzi, credo che tu abbia reso la serata indimenticabile.” Beatrice prese il bicchiere senza guardarla, ma un angolo della sua bocca si incurvò in un sorriso timido. Forse, in fondo, non era così arrabbiata. Forse, sotto sotto, quel misto di vergogna e piacere le aveva lasciato qualcosa su cui riflettere. La cena riprese, con le battute che continuavano a volare, ma Beatrice si sedette un po’ più lontana da Martina. Solo per sicurezza.

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