Sfondato da Ugo, amico d’infanzia
Mattia aveva 35 anni, un lavoro da geometra in un piccolo studio di provincia e una vita che, a guardarla da fuori, sembrava la classica routine di un uomo qualsiasi. Casa in affitto, una fidanzata di nome Sara con cui conviveva da tre anni, e un gruppo di amici con cui bere birra il venerdì sera. Però c’era un lato di Mattia che nessuno, nemmeno Sara, conosceva davvero. Ogni tanto, quando la noia o un’ansia indefinita gli stringevano il petto, cercava qualcosa di diverso. Qualcosa che lo scuotesse. E quella sera, un giovedì qualunque di novembre, aveva deciso di andare a una “serata kink” in un locale clandestino alla periferia della città. Non era la prima volta. Ci era già stato un paio di mesi prima, aveva guardato, bevuto un drink e se n’era andato senza fare nulla. Ma stavolta si sentiva diverso. Più curioso. Più disposto a lasciarsi andare.
Il locale era un vecchio capannone riconvertito, con luci soffuse, divanetti di pelle logora e un odore di incenso misto a sudore che pizzicava il naso. La gente era un mix di tipi strani: c’erano coppie che si scambiavano sguardi complici, singoli con maschere di pelle, e altri che sembravano usciti da un ufficio e stavano solo lì a curiosare. Mattia si era messo un paio di jeans neri attillati e una camicia scura, niente di troppo vistoso, ma abbastanza per non sembrare fuori posto. Si era piazzato vicino al bancone, con una birra in mano, osservando la folla senza dare nell’occhio.
Fu lì che lo vide. Ugo. Non ci poteva credere. Ugo, il suo amico d’infanzia, quello con cui aveva passato le estati a tirare calci a un pallone sgonfio dietro casa, quello con cui aveva fumato la prima sigaretta a sedici anni. Erano passati vent’anni dall’ultima volta che si erano visti, ma lo riconobbe subito: alto, spalle larghe, capelli corti brizzolati, un viso squadrato con una barba curata che lo faceva sembrare un po’ un boscaiolo. Ugo indossava una maglietta nera aderente che gli metteva in evidenza i pettorali e un paio di pantaloni di pelle. Non era il tipo di look che Mattia si sarebbe aspettato da lui, ma, cavolo, gli stava bene.
“Ma porca troia, Mattia? Sei tu?” La voce di Ugo ruppe il brusio del locale. Aveva un tono caldo, divertito, come se si fossero visti il giorno prima. Mattia sentì il cuore accelerare, un misto di imbarazzo e sorpresa. Si alzò dal bancone, tentando di sembrare tranquillo.
“Ugo, che cazzo ci fai qui?” rispose, stringendogli la mano. La presa di Ugo era forte, decisa, e Mattia notò che i suoi occhi lo squadravano dalla testa ai piedi senza vergogna.
“Sono di passaggio, lavoro su una piattaforma petrolifera, sto in città solo per un paio di giorni. E tu? Non ti facevo tipo da posti così,” disse Ugo con un ghigno, appoggiandosi al bancone accanto a lui. Mattia rise, un po’ nervoso, e si strinse nelle spalle.
“Ogni tanto mi piace cambiare aria. E tu, invece? Sei un habitué o cosa?”
Ugo fece un sorso di birra e lo guardò con un’espressione che diceva tutto e niente. “Diciamo che so come divertirmi. E tu, Mattia, ti diverti o stai solo qui a guardare?”
La domanda lo colpì come uno schiaffo leggero. Non sapeva cosa rispondere. Una parte di lui voleva fare il figo, dire qualcosa di spavaldo, ma un’altra parte si sentiva scoperta, nuda. Optò per una via di mezzo. “Dipende da chi incontro,” disse, cercando di sembrare sicuro. Ugo rise, una risata bassa e roca, e Mattia sentì un calore strano salirgli lungo la schiena.
Parlarono per un’ora, bevendo un paio di birre a testa, ricordando i vecchi tempi. Ma c’era qualcosa nell’aria, una tensione che cresceva con ogni sguardo, con ogni battuta un po’ troppo spinta. Quando Ugo gli sfiorò il braccio per indicare una coppia che si baciava in un angolo, Mattia sentì un brivido. Non era solo il contatto. Era il modo in cui Ugo lo guardava, come se lo stesse studiando, come se sapesse qualcosa che lui non aveva ancora capito. E Mattia, che non era mai stato con un uomo, si trovò a chiedersi come sarebbe stato. Non era una cosa che aveva mai considerato sul serio, ma quella sera, con Ugo così vicino, il pensiero gli si insinuò nella testa e non se ne andò più.
“Vuoi spostarti in un posto più tranquillo?” chiese Ugo a un certo punto, la voce bassa, quasi un sussurro. Mattia lo fissò. Sapeva cosa intendeva. Il cuore gli martellava nel petto. Una parte di lui gridava di dire di no, di tornare a casa da Sara, di non fare cazzate. Ma un’altra parte, quella che lo aveva portato lì quella sera, voleva vedere dove sarebbe andato a finire. Annuì, senza dire nulla, e Ugo sorrise, un sorriso che aveva qualcosa di predatorio.
Si spostarono in una stanza sul retro, un angolo appartato con un divano di pelle e una luce rossa che dava all’ambiente un’atmosfera pesante. Non c’era nessuno, solo loro due. Ugo si sedette e fece cenno a Mattia di avvicinarsi. Lui esitò un attimo, poi si sedette accanto. Sentiva il profumo di Ugo, un misto di colonia e sudore, e il calore del suo corpo a pochi centimetri. “Se non ti va, dimmelo subito,” disse Ugo, guardandolo dritto negli occhi. Mattia deglutì. Non rispose. Invece, con un gesto che stupì persino se stesso, gli mise una mano sulla gamba. Ugo non si mosse, ma il suo sguardo si fece più intenso.
Iniziarono lentamente. Ugo gli sfiorò il collo con le dita, un tocco leggero ma deciso, mentre Mattia sentiva il respiro accelerare. Poi Ugo si avvicinò, gli prese il viso tra le mani e lo baciò. Un bacio duro, ruvido, con la barba che graffiava la pelle. Mattia si irrigidì per un secondo, poi si lasciò andare. Non era come baciare Sara. Era più grezzo, più fisico, e gli fece girare la testa. Le mani di Ugo scesero lungo la sua schiena, stringendolo forte, e Mattia si trovò a ricambiare, a toccare quel corpo muscoloso che sembrava così diverso dal suo, più magro e meno definito.
“Ti piace, eh?” mormorò Ugo contro la sua bocca, con un tono ironico. Mattia non rispose, ma il modo in cui gli afferrò la maglietta parlava da solo. Si baciarono per un bel po’, esplorandosi con le mani. Ugo gli slacciò la camicia, scoprendogli il petto, e passò le dita sui capezzoli, pizzicandoli appena. Mattia emise un gemito basso, imbarazzato dal suono che gli era sfuggito. “Non fare il timido, dai,” lo prese in giro Ugo, abbassandosi a leccargli il collo, poi scendendo verso il petto. Ogni tocco era un misto di piacere e disagio per Mattia, che continuava a pensare a Sara, ma non riusciva a fermarsi.
Ugo gli slacciò i jeans, tirandoglieli giù insieme ai boxer. Mattia si sentì esposto, vulnerabile, ma l’eccitazione lo travolse. Ugo lo guardò, con un’espressione soddisfatta, e gli accarezzò l’uccello, lentamente, guardandolo dritto negli occhi. “Sei già duro, amico mio,” disse, con quel tono canzonatorio che lo faceva sentire ancora più nudo. Mattia non disse nulla, ma il suo respiro pesante era una risposta sufficiente. Ugo si abbassò, prendendolo in bocca senza preavviso. La sensazione fu un pugno nello stomaco: calda, bagnata, intensa. Mattia gli afferrò i capelli, senza sapere se spingerlo via o tirarlo più vicino. Ugo succhiava con esperienza, alternando movimenti lenti a colpi più veloci, e Mattia si sentiva sul punto di esplodere.
“Fermo, fermo, cazzo,” ansimò, tirandosi indietro. Ugo rise, pulendosi la bocca con il dorso della mano. “Non vuoi venire subito, vero? Abbiamo tempo.” Si alzò, si tolse la maglietta, mostrando un petto coperto di peli scuri e un tatuaggio di un’ancora sul fianco. Poi si slacciò i pantaloni di pelle, tirandoli giù. Non portava nulla sotto, e Mattia non poté fare a meno di fissare. Ugo era grosso, molto più di lui, e la cosa lo intimorì e lo eccitò allo stesso tempo.
“Girati,” disse Ugo, con un tono che non ammetteva repliche. Mattia esitò. Non aveva mai fatto una cosa del genere. Non era sicuro di volerlo. Ma il desiderio, quella voglia che gli bruciava dentro, lo spinse a obbedire. Si mise a quattro zampe sul divano, sentendosi ridicolo e allo stesso tempo incredibilmente eccitato. Ugo prese un tubetto di lubrificante dalla tasca dei pantaloni – chiaramente era preparato – e ne spalmò un po’ sulle dita. “Rilassati, non ti faccio male,” disse, con un tono che sembrava quasi gentile. Mattia annuì, anche se non era sicuro di credergli.
Le dita di Ugo erano fredde all’inizio, ma lavoravano con pazienza, scivolando dentro piano, allargandolo. Faceva male, un bruciore strano, ma c’era anche un piacere che Mattia non si aspettava. Chiuse gli occhi, stringendo i denti, mentre Ugo lo preparava, aggiungendo una seconda e poi una terza dito. “Cazzo, sei stretto,” mormorò Ugo, con una risata bassa. Mattia non rispose, troppo concentrato a non cedere al disagio.
Quando Ugo si posizionò dietro di lui, Mattia sentì il cuore battere all’impazzata. “Dimmi se vuoi che mi fermo,” disse Ugo, ma non sembrava che avesse intenzione di farlo davvero. Mattia annuì, deglutendo a fatica. Ugo spinse piano, entrando solo con la punta. Il dolore fu acuto, un misto di bruciore e pressione, ma Ugo si fermò, lasciandolo abituare. “Respira, dai,” gli disse, accarezzandogli la schiena. Mattia obbedì, cercando di rilassarsi, e piano piano Ugo spinse di più, riempiendolo. Era una sensazione strana, piena, quasi insostenibile, ma allo stesso tempo c’era qualcosa di incredibilmente intenso.
Proprio in quel momento, il telefono di Mattia, lasciato nei jeans a terra, iniziò a squillare. Il suono lo fece sobbalzare. “Cazzo, no,” mormorò, riconoscendo la suoneria. Era Sara. Ugo, invece di fermarsi, rise. “Rispondi,” disse, con un tono che non ammetteva discussioni. Mattia lo guardò da sopra la spalla, incredulo. “Sei pazzo?”
“Rispondi, ho detto. Voglio vedere come fai a parlare con me dentro.” Ugo aveva un ghigno sul volto, e Mattia, nonostante tutto, sentì un’ondata di eccitazione a quelle parole. Con mani tremanti, prese il telefono. “Pronto?” disse, cercando di sembrare normale. La voce di Sara era allegra, ignara. “Ehi amore, dove sei? Pensavo tornassi presto.”
Ugo, nel frattempo, iniziò a muoversi, piano, dentro e fuori, con un ritmo lento ma costante. Mattia strinse i denti, cercando di non far trapelare nulla. “Sto… sto con degli amici, tutto bene,” riuscì a dire, con la voce che tremava appena. Ogni spinta di Ugo gli mandava un’ondata di piacere e dolore insieme, e il contrasto con la voce di Sara al telefono lo faceva sentire sul punto di impazzire. “Va bene, ci vediamo dopo allora,” disse lei, e Mattia chiuse la chiamata il più in fretta possibile, lasciandosi sfuggire un gemito appena posò il telefono.
“Sei un bastardo,” ansimò, voltandosi verso Ugo, che rideva. “Ti è piaciuto, non fare il santarellino,” rispose lui, aumentando il ritmo. Le spinte si fecero più profonde, più veloci, e Mattia si abbandonò completamente, lasciandosi sfondare. Il suono dei loro corpi che si scontravano riempiva la stanza, insieme ai loro respiri pesanti e ai gemiti che Mattia non riusciva più a trattenere. Ugo gli afferrò i fianchi con forza, tirandolo verso di sé ad ogni spinta, e Mattia sentì il piacere montare, un’ondata che lo travolgeva. L’odore di sudore e sesso saturava l’aria, e ogni movimento sembrava amplificato, quasi assordante.
Dopo un po’, Ugo si tirò fuori, ansimando. “Girati, voglio venirti in bocca,” disse, con un tono che era un ordine. Mattia esitò. Non era sicuro di volerlo, non gli era mai passato per la testa. Ma lo sguardo di Ugo, la sua voce, il modo in cui lo dominava, lo spinsero a obbedire. Si inginocchiò davanti a lui, aprendo la bocca con riluttanza. Ugo si masturbò davanti a lui per qualche secondo, poi venne con un grugnito, schizzandogli in bocca. Il sapore era forte, amaro, e Mattia fece per sputare, ma Ugo gli tenne la testa ferma. “Ingoia, dai,” disse, con un tono che non lasciava scelta. Mattia chiuse gli occhi e lo fece, sentendosi allo stesso tempo umiliato ed eccitato da quella forzatura.
Quando tutto finì, rimasero seduti sul divano, sudati e con il fiato corto. Ugo si accese una sigaretta, offrendogliene una, ma Mattia rifiutò. Non parlarono molto. Non c’era bisogno. Quello che era successo era chiaro a entrambi, e nessuno dei due sembrava intenzionato a fare drammi o a cercare giustificazioni. “Domani riparto,” disse Ugo dopo un po’, buttando fuori il fumo. “Se ci vediamo ancora, sai dove trovarmi.”
Mattia annuì, rimettendosi i jeans. Non sapeva cosa pensare, ma non si sentiva in colpa. Non ancora, almeno. Era stata una cosa intensa, fuori da ogni regola, ma non riusciva a pentirsene. Tornò a casa quella notte con un misto di stanchezza e appagamento, sapendo che non avrebbe mai raccontato a nessuno quello che era successo. E, in fondo, non gli importava. Aveva voluto qualcosa di diverso, e l’aveva avuto.
Mentre apriva la porta del suo appartamento, il silenzio della casa lo colpì come un pugno. Sara dormiva già, il suo respiro regolare si sentiva appena dal corridoio. Mattia si fermò sulla soglia della camera da letto, guardandola per un momento. La luce fioca del lampione filtrava dalla finestra, illuminando i suoi capelli sparsi sul cuscino. Provò un senso di tenerezza, ma anche un distacco che non aveva mai sentito prima. Si tolse le scarpe con cautela, per non fare rumore, e si infilò in bagno. Si guardò allo specchio, i segni della serata ancora visibili: il collo arrossato, i capelli spettinati, un’ombra di stanchezza sotto gli occhi. Si lavò il viso con acqua fredda, come per cancellare tutto, ma sapeva che non sarebbe bastato.
Si sdraiò accanto a Sara, attento a non svegliarla. Lei si mosse appena, mormorando qualcosa nel sonno, e gli sfiorò il braccio con una mano. Quel tocco gli fece stringere il petto. Pensò a quello che aveva fatto, a come si era lasciato andare con Ugo in quel locale squallido, e per la prima volta quella notte sentì un’ombra di rimorso. Ma era un rimorso strano, lontano, come se appartenesse a qualcun altro. Chiuse gli occhi, cercando di dormire, ma la mente tornava continuamente a Ugo, al suo sorriso predatorio, al modo in cui lo aveva dominato senza lasciargli scelta. E, nonostante tutto, si rese conto che una parte di lui non vedeva l’ora di rivederlo, di scoprire cosa altro avrebbe potuto succedere.
Il mattino dopo si svegliò presto, con un mal di testa leggero e una sensazione di irrealtà che lo accompagnava. Sara era già in cucina, a preparare il caffè. “Buongiorno, amore,” disse con un sorriso, ignara di tutto. Mattia ricambiò il sorriso, ma dentro di sé sentiva un peso che non riusciva a scrollarsi di dosso. “Buongiorno,” rispose, sedendosi al tavolo. Bevvero il caffè in silenzio, un silenzio che a lui sembrò pesante, quasi accusatorio. Guardò Sara negli occhi, cercando di capire se potesse mai intuire qualcosa, ma lei era serena, come sempre. E in quel momento, Mattia capì che avrebbe portato quel segreto con sé, un pezzo di sé che non avrebbe mai condiviso, un’ombra che lo avrebbe seguito per chissà quanto tempo.
