Racconti Piccanti
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Stasera voglio la bocca di Paolo

Stasera voglio la bocca di Paolo

11 Marzo 2026·12 min di lettura

Sono Piero, ho ventitré anni e una vita che a volte mi sta stretta. Studio ingegneria, passo le giornate tra libri, appunti e caffè schifosi della macchinetta all’università. Ho una ragazza, Martina, che vive a duecento chilometri da qui. Ci vediamo solo nei weekend, quando uno dei due riesce a prendere un treno. Non è che non la ami, ma cazzo, non è abbastanza. Non lo è mai stato, se devo essere onesto con me stesso. A letto è tutto troppo prevedibile, troppo “da brava ragazza”. E io, a ventitré anni, ho una voglia che mi divora. Mi sveglio la mattina già duro, penso al sesso di continuo, e una delle cose che mi fa impazzire di più è farmi succhiare. Un bel pompino fatto come si deve, con passione, con voglia, è una di quelle cose che mi manda fuori di testa. Ma Martina non è proprio il tipo, e quando ci prova sembra quasi che lo faccia per farmi un favore. Mi fa incazzare, ma non glielo dico mai, perché poi litighiamo e non ne vale la pena.

Vivo in un appartamentino di merda vicino all’università, una stanza con un divano sfondato, un letto che cigola e una cucina che uso solo per scaldare la pasta al tonno. Passo un sacco di tempo in sala studio, un posto pieno di tavoli lunghi, sedie scomode e un silenzio che a volte mi fa venire voglia di urlare. È lì che ho conosciuto Paolo, un paio di settimane fa. Paolo ha ventidue anni, studia psicologia ed è un tipo che non passa inosservato. Non perché sia particolarmente bello, ma perché è… boh, diverso. Ha un modo di fare effeminato, muove le mani in un modo che sembra sempre stia recitando, e parla con una voce morbida, quasi cantilenante. È dichiaratamente gay, lo ha detto senza problemi la prima volta che abbiamo chiacchierato, mentre facevamo la fila per il caffè. “Tanto lo capiscono tutti, no? Tanto vale dirlo subito,” mi ha detto con un sorrisetto. Non so perché, ma mi è piaciuto il suo modo di fare. Non mi ha fatto sentire a disagio, anche se all’inizio non sapevo bene come rispondergli.

Abbiamo iniziato a parlare spesso. Durante le pause ci sedevamo fuori, fumavamo una sigaretta e ci lamentavamo dei professori o degli esami. Una volta, non so nemmeno come ci siamo arrivati, gli ho raccontato di Martina. Gli ho detto che non mi sento soddisfatto, che mi manca qualcosa, che a volte mi sento incastrato. Non so perché gliel’ho detto, forse perché lui è uno che ascolta davvero, non ti interrompe, non giudica. Mi ha guardato con quei suoi occhi grandi, un po’ truccati di nero, e mi ha detto: “Sai, Piero, io invece ho sempre avuto voglia di soddisfare un uomo per davvero. Uno vero, uno che sa quello che vuole.” Mi ha spiazzato. Non me l’aspettavo. Ho sentito un calore strano nello stomaco, un misto di imbarazzo e curiosità. Non ho risposto subito, ho solo fatto un sorriso tirato e ho cambiato discorso. Ma quelle parole mi sono rimaste in testa per giorni.

Tra me e Paolo è nata una specie di complicità, anche se non riuscivo a capire bene cosa fosse. Ci scherzavamo sopra, ci stuzzicavamo. Lui faceva battute ambigue, tipo “Se la tua ragazza non ti dà quello che vuoi, sai dove trovarmi,” e io ridevo, ma dentro di me sentivo una specie di tensione. Non ero mai stato attratto da un ragazzo, non ci avevo mai nemmeno pensato. Però c’era qualcosa in Paolo, nel suo modo di guardarmi, di parlarmi, che mi faceva sentire… desiderato. E cazzo, era una sensazione che mi mancava da troppo tempo.

Una sera, dopo una giornata di studio infinita, gli ho proposto di venire a casa mia. “Dai, mangiamo qualcosa insieme, sto morendo di fame,” gli ho detto, cercando di sembrare tranquillo. Lui ha accettato subito, con un sorriso che sembrava dire “Lo sapevamo entrambi che sarebbe successo.” Ero nervoso, non lo nego. Non sapevo cosa volessi davvero, ma sentivo che dovevo fare qualcosa, che non potevo continuare a ignorare quella voglia che mi bruciava dentro. Quando siamo arrivati a casa, ho tirato fuori un paio di birre dal frigo e ho ordinato una pizza. Abbiamo mangiato sul divano, parlando di stupidaggini, ma l’aria era carica di qualcosa. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano e io sentivo il cuore battere più forte. Non ero sicuro di cosa stessi facendo, ma non riuscivo a smettere di pensarci.

Dopo la seconda birra, Paolo si è avvicinato un po’ di più. Eravamo seduti sul divano, le gambe quasi si toccavano. “Sai, Piero,” ha detto con quella sua voce morbida, “se hai bisogno di sfogarti, io ci sono. Non devi sentirti in colpa per voler stare bene.” Mi ha messo una mano sulla coscia, leggera, quasi come se stesse chiedendo il permesso. Ho sentito un brivido, un misto di paura e voglia. Avrei potuto dirgli di smettere, di andarsene, ma non l’ho fatto. Ho lasciato che la sua mano restasse lì, e ho sentito il sangue pomparmi nelle vene. “Non so se è una buona idea,” ho borbottato, più per dire qualcosa che per altro. Lui ha sorriso, un sorriso furbo, e ha detto: “Non devi decidere niente. Lascia fare a me.”

Mi sono appoggiato allo schienale del divano, le gambe un po’ divaricate, e l’ho lasciato fare. La sua mano è salita piano, accarezzandomi sopra i jeans. Sentivo il cazzo che iniziava a indurirsi, e mi odiavo per questo, ma allo stesso tempo non volevo che smettesse. Paolo si è chinato verso di me, il suo viso vicino al mio, e per un attimo ho pensato che volesse baciarmi. Ma non l’ha fatto. Invece, si è messo in ginocchio davanti a me, tra le mie gambe. Mi ha guardato dal basso, con quegli occhi truccati che brillavano di voglia, e ha detto: “Fammi vedere quanto lo vuoi.” Cazzo, quelle parole mi hanno colpito come un pugno. Ho sentito una scarica di adrenalina, e senza nemmeno pensarci gli ho slacciato la cintura e ho tirato giù i jeans quel tanto che bastava. Ero già duro, e lui lo ha notato subito.

Paolo ha iniziato piano, con le mani. Mi ha accarezzato sopra i boxer, premendo con le dita, e io ho dovuto stringere i denti per non gemere subito. Poi ha tirato giù l’elastico, liberandomi, e ha preso il mio cazzo in mano. La sua presa era ferma, ma delicata, e ha iniziato a muovere la mano su e giù, lentamente. Mi guardava negli occhi, come per studiarmi, per capire cosa mi piacesse. Ho chiuso gli occhi per un momento, lasciandomi andare a quella sensazione. Poi ho sentito la sua bocca, calda e bagnata, che mi avvolgeva. Cazzo, era una cosa che non provavo da troppo tempo. Ha iniziato a succhiarmi piano, con la lingua che si muoveva intorno alla punta, e io ho dovuto aggrapparmi al divano per non perdere il controllo.

Ma non era abbastanza. Non so, c’era qualcosa che non andava. Non era come lo volevo io. Forse era troppo lento, troppo delicato. Io volevo di più, volevo sentirlo davvero. Così gli ho messo una mano sulla testa, stringendo un po’ i suoi capelli, e gli ho detto: “Più forte, cazzo. Succhia come si deve.” La mia voce era roca, quasi un ringhio. Lui ha alzato lo sguardo, sorpreso, ma ho visto che gli piaceva. Ha annuito leggermente e ha iniziato a muoversi più veloce, prendendomi più a fondo. Sentivo la sua bocca che lavorava, il calore, la pressione, e iniziavo a perdermi in quella sensazione. Ma volevo ancora di più. “Usa la lingua, dai, leccami bene,” gli ho ordinato, spingendo un po’ la sua testa verso il basso. Lui ha obbedito subito, e cazzo, era una sensazione pazzesca. La sua lingua mi accarezzava mentre mi succhiava, e io sentivo i muscoli che si tendevano dal piacere.

“Così, bravo,” gli ho detto, con un tono che non riconoscevo nemmeno io. Ero dominante, sicuro, e vedevo che a lui piaceva da morire. Più gli davo ordini, più si sottometteva. “Prendilo tutto, fino in fondo,” gli ho detto, e lui ha fatto un piccolo gemito, ma ha provato a fare come dicevo. Sentivo la sua gola che si stringeva intorno a me, e dovevo trattenermi per non venire subito. “Cazzo, sei un pompinaro del cazzo, eh?” gli ho detto, con un ghigno. Lui ha annuito, con la bocca ancora piena, e ho visto che era eccitato da morire a sentirsi chiamare così. Era completamente alla mia mercé, e questa cosa mi faceva sentire potente, in controllo.

Dopo un po’, ho sentito che stavo per venire. Non volevo ancora, ma non potevo più trattenermi. “Tira fuori la lingua,” gli ho ordinato, tirandolo indietro per i capelli. Lui ha obbedito subito, ansimando, con la bocca aperta e la lingua fuori. Ho preso il mio cazzo in mano e ho iniziato a muoverlo velocemente, guardandolo negli occhi. “Lo vuoi, vero? Dimmi che lo vuoi,” gli ho detto. “Sì, cazzo, lo voglio,” ha risposto lui, con la voce spezzata dal desiderio. E in quel momento sono esploso, venendo sulla sua faccia, sul suo mento, sulle sue labbra. Era come se lo stessi marchiando, come se fosse mio. Lui ha chiuso gli occhi, lasciando che accadesse, e ho visto che gli piaceva, che lo faceva sentire… non so, usato nel modo giusto.

Dopo, mi sono appoggiato al divano, ansimando, con il cuore che mi batteva forte nel petto. Paolo era ancora in ginocchio, con il viso sporco, e mi guardava con un misto di sottomissione e soddisfazione. Non sapevo cosa dire, ma non volevo che finisse lì. Ero ancora eccitato, ancora in quel mood di comando. “Massaggiami i piedi,” gli ho detto, togliendomi le scarpe con un calcio. Lui ha esitato un attimo, ma poi ha annuito e ha iniziato a prendermi i piedi tra le mani, premendo con i pollici. Non era una cosa sessuale, ma cazzo, mi faceva sentire un re. Lui era lì, ai miei piedi, e obbediva a ogni mia parola. “Bravo, continua così,” gli ho detto, con un tono più calmo ma sempre fermo.

Siamo rimasti così per un po’, io sdraiato sul divano, lui che mi massaggiava i piedi in silenzio. Non c’era imbarazzo, non c’era bisogno di parlare. Quello che era successo era successo, e non sentivo il bisogno di giustificarmi o di sentirmi in colpa. Ero soddisfatto, per la prima volta dopo tanto tempo. Paolo sembrava contento, a modo suo, di avermi dato quello che volevo. Quando alla fine si è alzato per andare in bagno a pulirsi, gli ho detto solo: “La prossima volta vediamo se fai meglio.” Lui ha sorriso, un sorriso timido ma complice, e ha annuito. E io sapevo che ci sarebbe stata una prossima volta, perché quella voglia, quella tensione, non era sparita. Era solo appena iniziata.

Nei giorni successivi, non riuscivo a togliermi quella serata dalla testa. Ogni volta che chiudevo gli occhi, rivedevo Paolo in ginocchio, il suo sguardo sottomesso, la sua bocca che lavorava su di me. Mi sentivo in conflitto, ma non per il motivo che uno potrebbe pensare. Non era il fatto che fosse un ragazzo a turbarmi, ma il fatto che mi fossi sentito così vivo, così potente, in un modo che con Martina non avevo mai provato. Mi chiedevo se fossi un pezzo di merda per averlo fatto, per aver tradito la mia ragazza, ma poi scacciavo il pensiero. Non era amore quello che cercavo con Paolo, era qualcosa di diverso, qualcosa di fisico, di viscerale. E cazzo, ne avevo bisogno.

A lezione, io e Paolo continuavamo a incrociarci come se nulla fosse accaduto. Ma c’era una tensione nuova, una corrente sotterranea che passava tra noi ogni volta che ci guardavamo. Lui non forzava nulla, non faceva battute ambigue come prima, ma ogni tanto mi lanciava un’occhiata che diceva tutto. E io, porca puttana, ci cascavo ogni volta. Sentivo il cuore accelerare, il sangue che mi scaldava le vene, e dovevo distogliere lo sguardo per non far vedere quanto mi agitasse. Una parte di me voleva ignorarlo, tornare alla mia vita di prima, ai miei weekend con Martina e alle mie giornate monotone. Ma un’altra parte, quella più forte, mi diceva che non potevo far finta di nulla. Quello che era successo aveva aperto una porta, e ora non potevo richiuderla.

Un paio di giorni dopo, mentre ero in sala studio con la testa china su un libro di analisi matematica, Paolo si è seduto di fronte a me senza dire una parola. Ha tirato fuori il suo quaderno e ha iniziato a scrivere, ma sentivo i suoi occhi su di me. Alla fine, non ce l’ho fatta più. Ho alzato lo sguardo e gli ho detto, sottovoce: “Stasera sei libero?” Lui ha fatto un sorriso lento, di quelli che ti fanno capire che sa già dove vuoi andare a parare. “Sempre, per te,” ha risposto, con quella sua voce morbida che mi dava i brividi. Ho annuito, cercando di sembrare indifferente, ma dentro di me ero un casino. Sapevo che stavo per fare una cazzata, ma non potevo evitarlo. Non volevo evitarlo.

Quella sera, quando siamo tornati a casa mia, non c’era bisogno di parole. Appena chiusa la porta, l’ho guardato e gli ho detto: “Sai cosa voglio. Non farmi perdere tempo.” Lui ha annuito, con un’espressione seria ma eccitata, e si è messo subito in ginocchio, senza esitazione. E io, cazzo, mi sono sentito di nuovo quel re che avevo scoperto di essere. Gli ho dato ordini, gli ho detto esattamente come volevo che lo facesse, e lui obbediva a ogni parola, come se fosse nato per questo. Più lo comandavo, più sentivo quella scarica di potere, di controllo, che mi faceva impazzire. Non era solo il piacere fisico, era il fatto che lui fosse lì, completamente sottomesso, pronto a fare qualsiasi cosa per soddisfarmi.

Dopo, mentre ero sdraiato sul divano con il fiato corto, lui si è seduto accanto a me, senza toccarmi, solo guardandomi con quel suo sguardo che sembrava dire “Sono qui, se vuoi altro.” Non ho detto niente, ma dentro di me sapevo che non sarebbe finita lì. Non potevo tornare indietro, non dopo aver provato questa cosa. Martina, la mia vita di prima, sembrava così lontana, così grigia in confronto a quello che sentivo ora. Non sapevo cosa sarebbe successo, non sapevo se avrei avuto il coraggio di affrontare le conseguenze, ma una cosa era certa: con Paolo avevo trovato qualcosa che mi faceva sentire vivo, e non ero pronto a rinunciarci. Non ancora.

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