Racconti Piccanti
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Guardati, sei solo un buco patetico

Guardati, sei solo un buco patetico

07 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Noemi, ho 28 anni e da sei mesi frequento Lorenzo. Non è una storia normale, non ci sono cene romantiche o coccole sul divano. Lorenzo è un tipo che ti guarda dentro, ti scava, ti trova il punto debole e ci infila il dito. Non so perché ci sto, o forse sì: mi fa sentire viva, anche se in un modo che mi spaventa. Ci siamo conosciuti in un bar, una sera che ero incazzata col mondo. Mi ha offerto da bere, mi ha fatto parlare, e dopo due ore ero già a casa sua, con le mani legate dietro la schiena mentre mi sussurrava che ero un disastro con le gambe aperte. Non so come, ma ci sono cascata dentro.

Viviamo in un quartiere di periferia, palazzoni grigi e strade che puzzano di benzina. La sua casa è un buco di due stanze, un materasso per terra, uno specchio a figura intera appoggiato al muro, pieno di ditate. È lì che tutto succede. Ogni volta che entro da quella porta, so cosa mi aspetta, e il cuore mi batte così forte che lo sento nelle orecchie. Non è solo sesso, è un gioco malato. Lui lo sa, io lo so, ma continuo a tornare.

Ieri sera è andata così. Ero stanca morta dopo il turno al supermercato, ma gli ho scritto lo stesso. “Vieni da me,” mi ha risposto, secco, senza nemmeno un “come stai”. Sono arrivata col fiato corto, i capelli appiccicati alla fronte per il caldo. Lui era seduto sul divano, una birra in mano, e mi ha guardata con quel ghigno che mi fa gelare il sangue. “Spogliati,” ha detto, senza nemmeno alzarsi. Mi sono tolta tutto, pezzo per pezzo, mentre mi fissava. Sentivo le guance bruciare, non di eccitazione, ma di vergogna. “Girati, fammi vedere quanto sei patetica,” ha aggiunto. Ho obbedito, tremando. Dentro di me, una voce urlava di andarmene, ma un’altra, più forte, voleva sentire cos’altro avrebbe detto. Mi fa schifo ammetterlo, ma quelle parole mi tengono appesa.

Si è avvicinato, mi ha sfiorato il collo con le dita, poi mi ha preso per i capelli, non forte, ma abbastanza da farmi capire chi comanda. “Guardati nello specchio,” ha ordinato. Mi sono messa davanti, nuda, con lui dietro che mi teneva ferma. “Cosa sei, Noemi?” ha chiesto, la voce bassa, tagliente. Ho deglutito, non volevo rispondere, ma lo sguardo nello specchio mi ha trafitto. “Un fallimento ambulante,” ho sussurrato, con la gola secca. Ha riso piano, un suono che mi ha fatto rabbrividire. “Più forte, troietta. Dillo come se ci credessi.” Ho ripetuto, la voce che si spezzava, mentre sentivo le lacrime pizzicarmi gli occhi. Ogni parola era un pugno, ma allo stesso tempo sentivo il corpo reagire, un calore traditore tra le gambe.

Mi ha fatto inginocchiare davanti allo specchio, sempre tenendomi i capelli. “Guardati bene, sei solo un buco da riempire,” ha detto, e io ho ripetuto, con la voce che tremava. Mi ha accarezzato la schiena, lento, quasi gentile, ma era solo per prepararmi. Ha iniziato a baciarmi il collo, mordicchiando la pelle, mentre con l’altra mano mi stringeva un fianco. “Senza di me non vali un cazzo, lo sai, vero?” ha sussurrato, e io ho annuito, incapace di parlare. Le sue dita sono scese piano, sfiorandomi l’interno coscia, e ho trattenuto il fiato. Mi ha toccata lì, senza fretta, facendomi sentire ogni movimento. “Sei già bagnata, che schifo che sei,” ha detto, e io ho chiuso gli occhi, ma mi ha tirato i capelli. “Guardati, non scappare.” Ho aperto gli occhi, vedendo il mio riflesso: rossa in faccia, con le lacrime che scendevano, ma con un’espressione che non riconoscevo, di pura voglia.

È andato avanti così per un bel po’, giocando con me, alternando insulti a tocchi che mi facevano impazzire. Mi ha fatto allargare le gambe, sempre davanti allo specchio, e mi ha infilato due dita dentro, muovendole lente, mentre mi obbligava a guardarmi. “Dillo, che sei un errore della natura che ho deciso di tenere,” ha ordinato. L’ho detto, con la voce rotta, e lui ha sorriso. Ogni insulto mi disintegrava, ma il suo tocco mi teneva insieme, un contrasto che mi faceva girare la testa.

Poi si è messo dietro di me, sempre tenendomi i capelli. “Alzati un po’, troia,” ha detto, e io mi sono sollevata sulle ginocchia, con le mani appoggiate al pavimento per reggermi. Sentivo il suo respiro sul collo mentre si abbassava i pantaloni. Mi ha sfregato il cazzo tra le cosce, senza entrare, solo per farmi impazzire. “Lo vuoi, vero? Dillo,” ha ringhiato. “Sì, lo voglio,” ho detto, quasi supplicando. Ha riso, poi me l’ha messo dentro, lento, centimetro per centimetro, finché non l’ho sentito tutto. “Guardati, sei patetica senza il mio cazzo dentro. Dillo più forte,” ha ordinato. Ho urlato quelle parole, piangendo, mentre lui iniziava a muoversi, prima piano, poi più forte. Mi teneva i capelli, costringendomi a guardare il riflesso: il mio viso stravolto, il suo ghigno dietro di me, i nostri corpi che si muovevano insieme. Ogni spinta era un misto di dolore e piacere, e io mi odiavo per quanto mi piaceva. La mia fica si contraeva per la vergogna, ma anche per il bisogno, e lui lo sapeva. “Brava, stringi di più,” ha detto, aumentando il ritmo, il rumore dei nostri corpi che sbattevano l’uno contro l’altro che riempiva la stanza. Puzzava di sudore, di sesso, e io non riuscivo a smettere di guardare.

Quando è venuto, l’ho sentito pulsare dentro di me, caldo, mentre mi stringeva i fianchi così forte da lasciarmi i segni. Ha tirato fuori, lasciandomi gocciolare sul pavimento. “Lecca, dai, non sprecare,” ha detto, con quel tono che non ammetteva repliche. Mi sono chinata, con le guance che bruciavano, e ho fatto come diceva, mentre lui mi guardava dall’alto. “Brava, almeno servi a qualcosa,” ha sussurrato, accarezzandomi la testa come fossi un cane.

Dopo, mi sono rialzata, con le gambe che tremavano. Lui si è acceso una sigaretta, seduto sul materasso, e mi ha guardata senza dire niente. Non c’era bisogno di parole. Io ho raccolto i vestiti, mi sono rivestita in silenzio. Non so perché continuo a tornare, ma so che lo farò. Non è amore, non è nemmeno rispetto, ma è qualcosa che mi tiene viva, che mi fa sentire qualcosa, anche se è solo schifo misto a desiderio. Sono uscita senza salutare, con il suo ghigno stampato in testa, sapendo che tra qualche giorno sarò di nuovo lì, davanti a quello specchio.

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