Voglio il tuo cazzo, papà
Sono rientrata a casa alle tre di notte, puzzando di vodka e fumo. La testa mi girava, ma non ero così sbronza da non sapere cosa stessi facendo. Abito ancora con mia madre e il suo nuovo marito, Marco, un tipo sulla quarantina, silenzioso, con le mani grandi e uno sguardo che ti trapassa. Non lo sopporto, ma c’è qualcosa in lui che mi attira da morire. Sarà quel modo di guardarmi quando pensa che non me ne accorga, o forse è solo che ho 22 anni e sono un casino di ormoni. Fatto sta che quella notte, barcollando nel salotto, l’ho visto sul divano, in canottiera e pantaloncini, che guardava un film a volume basso.
“Chiara, cazzo, dove sei stata fino a ora?” mi ha detto sottovoce, alzandosi a metà. Mia madre dormiva nella stanza in fondo al corridoio, e lui non voleva svegliarla. Io ho ridacchiato, togliendomi le scarpe coi tacchi e lasciandole cadere per terra con un tonfo. “Fuori, a divertirmi. E tu, che fai qui da solo come un coglione?”
Mi sono avvicinata, un po’ traballante, e mi sono seduta vicino a lui, troppo vicino. Sentivo l’odore del suo dopobarba mischiato a sudore, e mi è salito un calore strano nello stomaco. Lui mi ha guardata storto, ma non si è spostato. “Vai a dormire, sei ubriaca,” ha borbottato, ma la sua voce aveva un tono strano, come se non ci credesse neanche lui. Io ho appoggiato una mano sulla sua coscia, sfacciata, e ho sentito i suoi muscoli irrigidirsi. “Non mi va di dormire, Marco. E a te?” Ho inclinato la testa, fissandolo negli occhi. Il cuore mi batteva forte, non so se per l’alcol o per il casino che stavo per combinare. Una parte di me urlava di smetterla, che era sbagliato, che era il marito di mia madre. Ma l’altra parte, quella più incasinata, voleva vedere fino a dove potevo spingermi.
Ho stretto un po’ di più la sua coscia, e lui ha inspirato forte, ma non mi ha fermata. “Chiara, non fare cazzate,” ha sussurrato, però i suoi occhi erano fissi sulle mie labbra. Io mi sono avvicinata ancora, il mio fiato sul suo collo, e ho sentito il suo respiro accelerare. Gli ho sfiorato la nuca con le dita, piano, e lui ha chiuso gli occhi per un attimo. “Non vuoi toccarmi?” ho mormorato, la voce roca. Dentro di me ero un mix di eccitazione e paura, ma ormai ero partita e non volevo tornare indietro.
Lui ha esitato, poi ha posato una mano sulla mia schiena, tirandomi più vicino. Le sue dita erano calde attraverso la maglietta sottile che indossavo. Ci siamo guardati per un secondo, poi mi ha baciata, duro, come se stesse trattenendosi da un sacco di tempo. La sua lingua sapeva di birra, e io gli ho morso il labbro, tirandolo a me. Abbiamo continuato a baciarci, le sue mani che scivolavano sotto la mia maglietta, sulla mia pelle nuda. Io mi sono messa a cavalcioni su di lui, sentendo la sua erezione sotto i pantaloncini. “Cazzo, Chiara,” ha grugnito piano, cercando di non fare rumore. Io ho sorriso contro la sua bocca. “Shh, non svegliare la mamma.”
Gli ho tolto la canottiera, passandogli le unghie sul petto, e lui mi ha sfilato la maglietta, lasciandomi in reggiseno. Ha iniziato a baciarmi il collo, scendendo piano verso il seno, mentre le sue mani mi stringevano i fianchi. Io gli ho slacciato i pantaloncini, infilandoci dentro una mano per sentire quanto era duro. Lui ha emesso un gemito soffocato, spingendo contro la mia mano. “Piano, cazzo,” ha detto tra i denti, e io ho riso piano, stuzzicandolo ancora di più. Gli ho abbassato i pantaloncini quel tanto che bastava, e poi mi sono tolta i leggings, restando solo con le mutandine. Mi sono stesa sul divano, tirandolo sopra di me. Lui mi ha guardata, il respiro pesante, e ha fatto scivolare una mano sotto le mie mutande, trovandomi già bagnata. “Porca puttana,” ha sussurrato, iniziando a toccarmi con due dita, lentamente, facendomi impazzire. Io ho inarcato la schiena, mordendomi un labbro per non gemere troppo forte.
Dopo un po’, non ce la facevo più. “Scopami, Marco,” gli ho detto all’orecchio, la voce spezzata. Lui si è tirato indietro un attimo, guardandomi serio, ma poi ha annuito. Si è sfilato i pantaloncini del tutto, e io ho spostato le mutandine di lato. Si è posizionato sopra di me, tenendosi con un braccio sul bracciolo del divano per non fare rumore. Quando è entrato dentro di me, piano, centimetro per centimetro, ho sentito ogni cosa: il bruciore, il piacere, il suo peso su di me. “Cazzo, sei stretta,” ha grugnito piano, e io gli ho messo una mano sulla bocca per zittirlo, ridendo sottovoce. “Muoviti piano, papà,” gli ho sussurrato, sapendo che quelle parole lo avrebbero mandato fuori di testa. E infatti ha chiuso gli occhi, stringendo i denti, e ha iniziato a spingere, lento, profondo, con un ritmo che mi faceva tremare.
Ogni movimento era calcolato, il divano cigolava appena, e noi trattenevamo il fiato per non fare casino. Gli ho avvolto le gambe attorno ai fianchi, tirandolo più dentro, e gli ho morso il collo per soffocare i gemiti. “Ti piace, eh? Scopare la figlia di tua moglie,” gli ho detto all’orecchio, la voce bassa e sporca. Lui ha accelerato un pochino, il suo respiro caldo contro la mia spalla. “Chiudi quella cazzo di bocca,” ha ringhiato, ma sentivo che gli piaceva. L’odore del suo sudore mi riempiva le narici, e il suono dei nostri corpi che si muovevano insieme, anche se piano, era quasi assordante nel silenzio della casa.
Abbiamo continuato così, con lui che spingeva dentro di me, il suo petto contro il mio, le sue mani che mi tenevano i fianchi per non farmi muovere troppo. Alla fine, ho sentito che stavo per venire, e gliel’ho detto, ansimando. “Anch’io,” ha detto lui, con la voce tesa. È uscito un attimo prima, finendo sulla mia pancia, mentre io tremavo sotto di lui, stringendogli le spalle. Siamo rimasti fermi un attimo, il fiato corto, guardandoci senza dire niente.
Poi ci siamo rivestiti in fretta, senza fare rumore. Lui si è passato una mano tra i capelli, guardandosi intorno come per assicurarsi che nessuno ci avesse sentiti. Io mi sono sistemata i vestiti, con un sorrisetto. “Buonanotte, Marco,” ho detto piano, alzandomi per andare in camera mia. Lui ha borbottato qualcosa, ma non mi ha fermata. Sono andata a letto con il cuore che ancora batteva forte, senza rimpianti, solo con la voglia di vedere cosa sarebbe successo la prossima volta.
