Scopata selvaggia con il ragazzo tatuato
Ho 47 anni, un matrimonio finito da un pezzo e una vita che sa di muffa. Mi chiamo Paola, e sono stanca di guardarmi allo specchio e vedere solo rughe e noia. Lavoro in un ufficio, passo le serate davanti alla TV con un bicchiere di vino, e il massimo dell’eccitazione è scegliere un nuovo gusto di gelato al supermercato. Basta. Una sera ho deciso che dovevo fare qualcosa, qualsiasi cosa, per sentirmi viva. Mi sono guardata allo specchio, ho tirato fuori un vestito nero aderente che non mettevo da anni, tacchi alti e un rossetto rosso fuoco. Ero un po’ ridicola, lo so, ma al diavolo. Sono uscita di casa e sono andata in una discoteca di quelle frequentate da ragazzini, piena di luci stroboscopiche e musica che ti spacca il cervello.
Appena entrata, mi sono sentita fuori posto. Ragazze con la pancia scoperta e ragazzi con i pantaloni calati mi guardavano come fossi un’aliena. Ma ho tirato dritto, mi sono presa un drink e ho iniziato a muovermi a tempo, anche se non ci capivo niente di quelle canzoni. Dopo un po’, ho notato un ragazzo vicino al bancone. Giovanni, ho scoperto dopo. Ventun anni, alto, magro ma definito, con tatuaggi che gli spuntavano dal collo e dalle braccia. Aveva un sorriso sfacciato, di quelli che ti fanno incazzare ma anche venir voglia di avvicinarti. Mi ha guardata, ha sollevato il bicchiere come per brindare da lontano, e io ho sentito un calore strano nello stomaco. Paura, sì, ma anche voglia. Non ero lì per fare la suora, no?
Mi sono avvicinata, un po’ titubante. Lui non ha perso tempo. “Ehi, signora, non sei un po’ fuori target qui?” ha detto, ridendo. Mi sono sentita una scema, ma ho risposto con un sorriso acido: “E tu non sei un po’ troppo giovane per parlarmi così?”. Abbiamo iniziato a chiacchierare, e più parlavamo, più sentivo il suo sguardo addosso. Mi sfiorava il braccio mentre parlava, rideva troppo vicino al mio orecchio. Io ero un fascio di nervi: da una parte volevo scappare, dall’altra volevo vedere fino a che punto potevo spingermi. Non facevo una cosa del genere da… be’, mai. Ma ero stanca di essere solo la brava donna separata. Quando mi ha chiesto se volevo fare un giro fuori, ho detto sì senza pensarci troppo.
Siamo usciti, l’aria fredda mi ha fatto rabbrividire, ma lui mi ha messo una mano sulla schiena, bassa, quasi sul culo. Ho sentito un brivido, e non era per il freddo. Siamo arrivati alla mia macchina, e gli ho detto: “Sali, ti porto a casa mia”. Lui ha alzato un sopracciglio, ma ha sorriso e ha annuito. Durante il tragitto non parlavamo molto, ma la tensione era palpabile. Lo guardavo con la coda dell’occhio: le mani tatuate sul jeans, il profilo deciso. Mi sentivo una pazza, ma anche eccitata come non lo ero da anni.
A casa, appena chiusa la porta, mi ha spinta contro il muro. Non con violenza, ma con decisione. Mi ha guardata negli occhi, e ho sentito il suo respiro caldo sul collo. “Sicura di volere questo?” ha chiesto. Ho annuito, la voce mi si era incastrata in gola. Ha iniziato a baciarmi, prima lento, poi più forte, con la lingua che cercava la mia. Le sue mani mi hanno afferrato i fianchi, stringendo, mentre io gli passavo le dita tra i capelli. Ci siamo spostati verso il divano, inciampando quasi, e lui mi ha fatta sedere sulle sue gambe. Sentivo il suo corpo duro sotto di me, e già lì mi stavo perdendo. Mi ha slacciato il vestito con calma, scendendo con le labbra sul collo, poi più giù, fino al bordo del reggiseno. Ogni bacio era un piccolo shock, e io mi sentivo bruciare. Gli ho tolto la maglietta, vedendo meglio i tatuaggi che gli coprivano il petto e le braccia. Ho passato le mani sulla sua pelle, sentendo i muscoli tesi. Lui ha fatto scivolare una mano sotto la gonna, accarezzandomi le cosce, e poi più su, fino alle mutandine. Ho trattenuto il fiato quando ha iniziato a sfiorarmi lì, con movimenti lenti ma decisi. “Sei già bagnata,” ha sussurrato, con un ghigno. Mi sono sentita arrossire, ma non ho detto niente. Ero troppo presa da quello che stavo sentendo. Lui ha continuato, togliendomi le mutandine con una mano mentre con l’altra mi teneva ferma. Ha infilato un dito, poi due, muovendoli piano ma con ritmo, e io ho iniziato a gemere senza ritegno. Non mi importava più di niente, solo di quella sensazione.
Dopo un po’, mi ha sollevata e mi ha portata in camera. Mi ha stesa sul letto, si è tolto i jeans e i boxer, e ho visto quanto era duro. Mi sono sentita intimidita per un attimo, ma lui non mi ha dato tempo di pensare. Si è messo sopra di me, baciandomi di nuovo, mentre con una mano si infilava un preservativo che aveva tirato fuori dal portafoglio. “Pronto?” ha chiesto, e io ho solo annuito. È entrato piano all’inizio, facendomi abituare, ma poi ha iniziato a spingere più forte. Sentivo ogni movimento, il suo corpo che sbatteva contro il mio, il respiro pesante, i gemiti che gli uscivano dalla bocca. “Cazzo, sei stretta,” ha detto a un certo punto, e io ho solo riso, ansimando. Gli ho avvolto le gambe intorno ai fianchi, spingendolo più a fondo, e lui ha accelerato. Il letto cigolava, l’odore di sudore e sesso riempiva la stanza, e io non riuscivo a pensare a nient’altro che al piacere che mi stava dando. Abbiamo cambiato posizione, mi sono messa sopra di lui, cavalcandolo con le mani appoggiate sul suo petto. Sentivo i tatuaggi sotto le dita, il suo sguardo fisso su di me mentre muovevo i fianchi. “Sì, così, continua,” mi ha detto, con la voce roca, e io ho obbedito, andando sempre più veloce finché non ho sentito l’orgasmo arrivare, forte, lasciandomi senza fiato. Anche lui è venuto poco dopo, con un grugnito, stringendomi i fianchi così forte che ho pensato mi lasciasse i segni.
Dopo, siamo rimasti sdraiati lì, sudati e sfiniti. Non c’era bisogno di dire niente. Lui si è girato su un fianco, mi ha messo un braccio intorno e si è addormentato così, con la testa appoggiata al mio petto. Io sono rimasta sveglia un po’, guardandolo respirare piano. Non so cosa succederà domani, ma in quel momento non mi importava. Mi sentivo bene, viva, e tanto mi bastava.
